Papa Francesco e il Concilio

11 ottobre 1922 – «Riscopriamo il Concilio Vaticano II per ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati; una Chiesa ricca di Gesù e povera di mezzi …». Papa Francesco presiede in San Pietro la celebrazione del 60° dell’apertura del Concilio nella memoria liturgia del suo ideatore, San Giovanni XXIII che confidò di aver seguito «una voce dall’Alto»

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«Riscopriamo il Concilio Vaticano II per ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati; una Chiesa ricca di Gesù e povera di mezzi; una Chiesa libera e liberante. Il Concilio indica  questa rotta: la fa tornare, come Pietro, alle sorgenti del primo amore, per riscoprire nelle sue povertà la santità di Dio, per ritrovare nello sguardo del Signore crocifisso e risorto la gioia smarrita, per concentrarsi su Gesù».

Papa Francesco presiede in San Pietro la celebrazione del 60° dell’apertura del Concilio nella memoria liturgia del suo ideatore, San Giovanni XXIII che confidò di aver seguito «una voce dall’Alto». Soggiunge Francesco: «Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio e dal suo sguardo innamorato su di noi. Sempre c’è la tentazione di partire dall’io piuttosto che da Dio, di mettere le nostre agende prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode del tempo o rigettare il tempo che la Provvidenza ci dona per volgerci indietro. Il progressismo che si accoda al mondo e il tradizionalismo o “indietrismo” che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà. Sono egoismi pelagiani che antepongono i propri gusti e piani all’amore che piace a Dio». Per la prima volta in venti secoli la Chiesa ha dedicato un Concilio a «interrogarsi su sé stessa, a riflettere sulla propria natura e missione e si è riscoperta mistero di grazia generato dall’amore, popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio vivo dello Spirito Santo».

Commenta il brano del Vangelo dove Gesù chiede per tre volte a Pietro: «Mi ami?» e per tre volte gli dice: «Pasci le mie pecore» (Giovanni 21,15-17). «Sentiamo rivolte a noi come Chiesa queste parole del Signore. Il Concilio è stato una grande risposta alla domanda di Gesù. Questo è il primo sguardo, perché la Chiesa va guardata prima di tutto dall’alto».  Il Papa bergamasco scrive sul «Giornale dell’anima» verso la fine dei suoi giorni: «Questa mia vita che volge al tramonto meglio non potrebbe essere risolta che nel concentrarmi tutto in Gesù contemplato bambino, crocifisso, adorato nel Sacramento».

Nel discorso di apertura del Concilio, Roncalli parla della «gioia che deve abitare la Chiesa». Francesco aggiunge: «Se la Chiesa non gioisce smentisce sé stessa. Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, veleni e polemiche. Dio ci liberi dall’essere critici e insofferenti, aspri e arrabbiati. Non è solo questione di stile, ma di amore, perché chi ama fa tutto senza mormorare».

Il secondo sguardo insegnato dal Concilio «è lo sguardo nel mezzo: stare nel mondo con gli altri senza sentirci al di sopra degli altri, come servitori del Regno di Dio; portare il buon annuncio del Vangelo dentro la vita e le lingue, le gioie e le speranze degli uomini. Il Concilio ci aiuta a respingere la tentazione di chiuderci nei recinti delle nostre comodità e convinzioni, per imitare lo stile di Dio che – come scrive il profeta Ezechiele – cerca la pecora perduta e riconduce quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata. La Chiesa esiste per amare, non deve risaltare agli occhi del mondo ma servirlo. Per la Chiesa è necessario ritrovare la sorgente dell’amore.

Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e per superare la tentazione dell’autoreferenzialità, le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere. Il popolo santo di Dio è un popolo pastorale: non esiste per pascere te stesso, per arrampicarti ma per pensare agli altri. E se bisogna avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio, i poveri e gli scartati» e, come disse Papa Giovanni, «la Chiesa di tutti, particolarmente la Chiesa dei poveri».

Il terzo sguardo suggerito dal Concilio è «lo sguardo d’insieme. La Chiesa è comunione, mentre il diavolo vuol portare la divisione». Un’amara constatazione di Bergoglio: «Quante volte, dopo il Concilio, i cristiani si sono dati da fare per scegliere una parte nella Chiesa, senza accorgersi di lacerare il cuore della loro madre! Quante volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, di destra o di sinistra più che di Gesù; custodi della verità o solisti della novità anziché figli umili e grati della santa madre Chiesa».

Sib dà così inizio «all’anno di preparazione del Giubileo 2025, anno dedicato alla riflessione e rivisitazione delle quattro costituzioni conciliari»: sulla Sacra Liturgia «Sacrosanctum Concilium» (4 dicembre 1963); dogmatica sulla Chiesa «Lumen gentium» (21 novembre 1964); dogmatica sulla Divina Rivelazione «Dei Verbum» (18 novembre 1965); pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo «Gaudium et spes» (7 dicembre 1965).

La Messa è celebrata dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Vengono letti alcuni passaggi del discorso di Papa Giovanni all’apertura «Gaudet Mater Ecclesia» e alcuni testi delle costituzioni conciliari; un gruppo di vescovi e sacerdoti entra in processione per ricordare quella di 2.500 vescovi che l’11 ottobre 1962 aprì l’assise. Francesco accende le fiaccole ed esorta a tenere vivo l’insegnamento del Concilio. Uscendo con le fiaccole accese in piazza San Pietro si ricorda la fiaccolata della sera dell’11 ottobre con il famoso «discorso della Luna» di Giovanni concluso dall’invito a portare «la carezza del Papa» ai bambini e ammalati.

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