Papa Leone riserva un’affettuosa accoglienza agli operai partecipanti al Giubileo del mondo del lavoro l’8-9 novembre 2025. Il lavoro deve essere una fonte di speranza e di vita, che permetta di esprimere la creatività dell’individuo e la sua capacità di fare del bene. Il Pontefice sollecita la collettività perché a ogni livello favorisca le condizioni per la realizzazione professionale di tutti, in particolare per le nuove generazioni: «Auspico un impegno collettivo, da parte delle istituzioni e della società civile, per creare valide opportunità occupazionali che offrano stabilità e dignità, assicurando soprattutto ai giovani di realizzare i propri sogni e contribuire al bene comune».
Ai fedeli provenienti dalla Polonia ricorda la lunga tradizione dei «pellegrinaggi del mondo del lavoro», originati «dall’insegnamento di san Giovanni Paolo II e dalla sua enciclica “Laborem exercens”» (14 settembre 1981) nei novant’anni anni della «Rerum novarum» (1891) di Leone XIII, nel contesto dello sviluppo delle nuove tecnologie, come l’introduzione generalizzata dell’automazione, «con forti conseguenze sul mondo del lavoro – scriveva Wojtyła – non meno importanti di quelle provocate dalla rivoluzione industriale di fine Ottocento». Oggi la nuova rivoluzione si chiama «Intelligenza artificiale» ed è assai più pericolosa – perché fa perdere milioni e milioni di posti di lavoro in tutto il mondo – rispetto all’introduzione delle nuove tecnologie e dei robot, che fecero perdere migliaia di posti di lavoro.
La Chiesa – affermava Giovanni Paolo II – «ritiene suo compito richiamare sempre la dignità e i diritti degli uomini del lavoro e di stigmatizzare le situazioni in cui essi sono violati e di contribuire a orientare questi cambiamenti perché si avveri un autentico progresso dell’uomo e della società».
Nelle parole di Leone pure un richiamo all’attività del beato Jerzy Popiełuszko, martire del brutale comunismo: 19 ottobre 1984 è rapito, rinchiuso nel bagagliaio di un’auto, selvaggiamente picchiato da tre funzionari del ministero dell’Interno, che lo gettano vivo nella Vistola dove il cadavere è ripescato il 30 ottobre. Nelle omelie egli difese con coraggio la libertà religiosa e di opinione, i diritti umani e la giustizia; criticò il regime comunista – instaurato dal generale Wojciech Jaruzelski che nel 1981 impose lo stato di guerra contro il sindacato Solidarność – e invitò a «chiedere di essere liberi dalla paura, dal terrore e dal desiderio di vendetta; a vincere il male con il bene e a non usare la violenza». Papa Prevost incoraggia: «Ritornate a queste fonti per affrontare le cose nuove. La speranza del Giubileo nasce dalle sorprese di Dio che è diverso da come siamo abituati a essere noi. L’Anno Santo ci spinge a riconoscere questa diversità e a tradurla nella vita reale».
Il Vescovo di Roma indica poi l’esempio del beato Isidore Bakanja, patrono dei laici del Congo. Nato nel 1885, quando la Repubblica Democratica era una colonia belga, «non ebbe modo di studiare perché non c’erano scuole nella sua città e conobbe monaci trappisti: ascoltando i loro insegnamenti si convertì al cristianesimo. Gli parlavano di Gesù e lui accettò di seguire l’istruzione cristiana e di ricevere il Battesimo: da quel momento la sua testimonianza divenne sempre più luminosa. Questo ha sperimentato Isidore. Lavorando come operaio agricolo per un padrone europeo senza scrupoli che non sopportava la sua fede e la sua autenticità e odiava il cristianesimo e i missionari che difendevano gli indigeni contro gli abusi dei colonizzatori, non smise mai di portare lo scapolare al collo con l’immagine della Vergine Maria. Subì maltrattamenti e torture senza perdere la speranza e morì dichiarando di non provare rancore e promettendo che avrebbe pregato anche nell’aldilà per chi aveva usato violenza contro di lui»
«È questa la parola della croce – conclude il Pontefice -. È una parola vissuta, che rompe la catena del male. È un nuovo tipo di forza, che confonde i superbi e rovescia dai troni i potenti. Così sorge la speranza. Molte volte le antiche Chiese del Nord del mondo ricevono dalle Chiese giovani questa testimonianza, che spinge a camminare insieme verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. È questa la conversione che l’Africa chiede attraverso il dono di tanti giovani testimoni di fede».
Pier Giuseppe Accornero

