«Nell’unità della fede, proclamata dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia Gesù Cristo. È lui il dono che gli uomini hanno ricevuto, l’Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza». Lo dichiarano i 250 vescovi – provenienti principalmente dalla parte orientale dell’Impero – che parteciparono al Concilio di Nicea 1.700 anni fa (20 maggio-fine giugno 325). Leone XIV lo scrive nella lettera apostolica «In unitate fidei», datata domenica 23 novembre 2025, solennità di Gesù Cristo re dell’universo, pochi giorni prima del viaggio in Turchia e in Libano (27 novembre-2 dicembre). Prima Francesco e poi Leone ne hanno parlato più volte, e la lettera incoraggia «un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale».
Un esame di coscienza – Rimanda al recente documento della Commissione Teologica internazionale «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore» e sollecita un esame di coscienza, traendo spunto dal «Credo» di Nicea «che inizia professando la fede in Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra: che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in lui? È l’unico e solo Dio o ci sono idoli più importanti di lui e dei suoi comandamenti? È il Creatore cui devo ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Sfrutto il creato e lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?»
La professione di fede in Cristo – Cuore della fede cristiana «è la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio» proclamata da Nicea a oggi nel «Simbolo niceno-costantinopolitano» della Messa, «che unisce tutti i cristiani e dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, guerre, violenze, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria». Papa Prevost ripercorre la storia del Concilio di Nicea e si sofferma sul «Credo» invitando a riflettere sulla fede in Dio oggi, «sul sacrificio di Cristo che, per la salvezza degli uomini, è morto sulla croce e, con la sua risurrezione e ascensione, ci ha aperto la strada della vita nuova e dell’amore verso il prossimo».
L’altissimo valore ecumenico di Nicea. Proprio sul «Credo» si fonda il movimento ecumenico che «ha raggiunto molti risultati negli ultimi 60 anni». Non c’è ancora la unità visibile con le Chiese ortodosse e con le comunità della Riforma, «ma proprio il dialogo ecumenico ha spinto a riconoscere fratelli e sorelle in Cristo quanti fanno parte di altre Chiese e a riscoprire l’unica e universale comunità dei discepoli di Cristo». Nel mondo odierno, lacerato da molti conflitti, la fede «può essere segno di pace e strumento di riconciliazione, contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace». La memoria di tanti martiri cristiani di tutte le Chiese e comunità – come dice Giovanni Paolo II – «unisce e sprona a essere testimoni e operatori di pace. Per svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il “Credo” di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino».
«Lasciarci alle spalle le controversie teologiche – suggerisce il vescovo di Roma – che hanno perso la ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni in un’unica fede e un unico amore». Non è un ritorno allo stato precedente le divisioni, «né un riconoscimento reciproco dello “status quo” della diversità delle Chiese, semmai un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo e dello scambio di doni e patrimoni spirituali. L’unità tra i cristiani non ci rende più poveri ma ci arricchisce. Come a Nicea, questo sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. È una sfida teologica e spirituale, che chiede pentimento e conversione di tutti».
Il Concilio di Nicea vide l’alba in una grande crisi della Chiesa del primo millennio, divisa dalla controversia ariana. Nell’assise i vescovi, convocati dall’imperatore Costantino, «espressero la loro fede nel Dio uno e unico e confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è dalla sostanza (“ousia”) del Padre generato, non creato, della stessa sostanza (“homooúsios”) del Padre». Nicea respinse la tesi del presbitero teologo Ario di Alessandria d’Egitto che negava la natura divina di Cristo, affermando che fosse subordinato al Padre. Riconoscendo il saldo legame della liturgia e della vita cristiana al «Credo» di Nicea, Leone XIV rileva che «per molti, Dio non ha quasi più significato nella vita» e che – come rimarcò la «Gaudium et spes» (7 dicembre 1965) – «i cristiani sono, almeno in parte, responsabili di questa situazione perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo».
I crimini e le guerre nel nome di Dio – «Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio: anziché annunciare Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce» ed è la visione – aggiungiamo noi – dell’Antico Testamento che ha indotto i governanti di Israele a scatenare il genocidio del popolo palestinese. Invece – sostiene il Pontefice – «la professione di fede in Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, ci deve impegnare a seguirlo» ricordando che «la sua strada non è una via larga e comoda, ma un sentiero, spesso impegnativo o persino doloroso e che nella sequela di Gesù, l’ascesa a Dio passa attraverso la dedizione ai fratelli e alle sorelle, soprattutto gli ultimi, i poveri, gli abbandonati e gli emarginati. Di fronte a catastrofi, guerre e alla miseria, possiamo e dobbiamo testimoniare la misericordia di Dio».
Pier Giuseppe Accornero

