Papa Pio XII, “Defensor civitatis”

4 giugno 1944 – Ottant’anni fa anni fa Roma torna libera. A fine maggio i tedeschi minano i ponti sul Tevere e i punti nevralgici per impedire l’avanzata degli Alleati. Poi, volendo allontanarsi velocemente, rinunciano a far esplodere le mine. Il 4 e il 5 giugno le truppe americane del generale Mark Wayne Clark spazzano le ultime difese tedesche ed entrano in città senza incontrare resistenza. Papa Pio XII “difensore della città”

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Il 4 giugno 1944, 80 anni fa, Roma torna libera. «A viale Angelico, sulle spalle di mio papà, vedo il passaggio degli Alleati festeggiati dalla gente. Giorni dopo, ancora sulle spalle di papà, sono a piazza San Pietro con migliaia di persone in festa per ringraziare Pio XII, “difensore della città”: ci sono molte kippàh e molte bandiere rosse». Questo ricorda il teologo e giornalista Gianni Gennari, che trova «un sito velenoso con Papa Francesco, successore di Pio XII, descritto come “dilapidatore della fede e della realtà soprannaturale della Chiesa”. L’esaltazione del passato, in questo caso di Pio XII, è utilizzata – osserva il giornalista-teologo – per una sciagurata accusa che oppone Papa Pacelli a Francesco e alla Chiesa di oggi e inventa con frode evidente la favola ridicola del Papa “comunista” e difensore del comunismo». Un filmato – garantisce Gennari – di quasi 7 minuti racconta il fatto: il Papa arriva in piazza in sedia gestatoria, scende e con passo veloce, elegante e disinvolto sale i gradini e al microfono parla in inglese salutando i liberatori. «Un documento prezioso, che finora non ho mai visto ricordato».

Ottant’anni fa a fine maggio 1944 i tedeschi minano i ponti sul Tevere e i punti nevralgici per impedire, o almeno rallentare, l’avanzata degli Alleati. Poi, volendo allontanarsi velocemente, rinunciano a far esplodere le mine. Il 2 giugno «Radio Londra» trasmette la parola «Elefante», messaggio in codice che segnala alla Resistenza di scatenare l’attacco finale. Domenica 4 e lunedì 5 giugno le truppe americane del generale Mark Wayne Clark spazzano le ultime difese tedesche ed entrano in città senza incontrare resistenza. Il feldmaresciallo Albert Kesselring preferisce ripiegare verso Nord senza combattere. La popolazione impazza di gioia. Le SS abbandonano la sede di via Tasso – dove avevano praticato abominevoli torture – e bruciano i documenti. All’alba del 4 un contingente di canadesi e di partigiani della brigata comunista «Bandiera Rossa» entrano attraverso in città da via Casilina. Domenica 11 giugno i romani in massa invadono piazza San Pietro per ringraziare il Papa, unica autorità rimasta sempre al suo posto. Si concludono così sei mesi terribili: all’alba del 22 gennaio l’artiglieria alleata aveva aperto il fuoco per preparare lo sbarco sulla spiaggia di Anzio.

Quasi contemporaneamente, all’alba di martedì 6 giugno scatta il «D-Day»: l’«Operazione Neptune», con lo sbarco degli Alleati in Normandia, registra la più grande invasione della storia. Si apre un secondo fronte in Europa dopo quello aperto dai sovietici. Dall’Est e dall’Ovest gli Alleati marciano sulla Germania nazista. Il 25 agosto 1944 gli Alleati liberano Parigi e il 30 respingono i tedeschi oltre la Senna. In Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fuga dei Savoia e del maresciallo Pietro Badoglio, Pio XII rimane solo a fronteggiare gli occupanti e a pensare alla gente. Saverio Petrillo, 57 anni nelle Ville pontificie di Castel Gandolfo, racconta: «Appena avuta notizia dello sbarco ad Anzio la gente dei Colli romani si precipitò nelle ville. Pio XII da Roma diede ordine di aprire i cancelli e di far entrare tutti. Così è nato un bivacco di 10-12 mila persone. La carità del Papa provvide a tutto. Dal Vaticano arrivavano derrate alimentari, medicinali, vestiario. Nacquero decine di bambini. Le partorienti occuparono l’appartamento papale e sul suo letto nacquero una quarantina di bambini: per riconoscenza molti furono chiamati Eugenio o Pio».

Il 15 febbraio 1944 un bombardamento alleato rade al suolo l’abbazia benedettina di Montecassino, nonostante che non ci fossero assolutamente tedeschi come raccontò l’ottantenne abate Gregorio Diamare il 19 febbraio a Pio XII: «Nell’abbazia non vi furono mai né soldati tedeschi, né nidi di mitragliatrici, né cannoni, né posti di osservazione». Dopo il bombardamento alleato su Roma del 19 luglio 1943, Papa Pacelli accorse tra il popolo terrorizzato. Grazie a lui Roma fu salva. Il 24 marzo 1944 la pagina più orribile: nell’eccidio delle Fosse Ardeatine i nazisti trucidano 335 civili e militari in seguito alla morte di 33 soldati tedeschi nell’attentato partigiano di via Rasella. Non fu una rappresaglia dovuta alla mancata presentazione dei «colpevoli», ma una vendetta per un’azione militare, approvata dal Comando di liberazione nazionale, non un’iniziativa di quattro terroristi. Fu un atto di guerra a cui i tedeschi risposero con una vendetta di guerra. Su 335 giustiziati. le salme identificate furono 322: 39 ufficiali, sottufficiali e soldati delle formazioni clandestine della Resistenza militare; 52 aderenti al Partito d’Azione e a Giustizia e Libertà; 68 appartenenti a «Bandiera Rossa», non legata al CLN; 19 massoni; 75 ebrei; detenuti comuni e rastrellati a caso. Per sette anni (1939-1946), Papa Pacelli non si mosse da Roma, non prese un giorno di riposo, non andò mai a Castel Gandolfo. Per questo è «Defensor civitatis»: nell’antica Roma era il magistrato che difendeva i plebei dagli abusi.

Pier Giuseppe Accornero

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