Caro Sindaco e cari torinesi di oggi e di domani,
non possiamo pensare che la riqualificazione di un luogo come il Parco Sempione passi soltanto attraverso le ruspe, sia pur necessarie; o solo attraverso strutture nuove, senza che si mettano in atto interventi concreti di cura della vita. Parlo della vita dei tossicodipendenti che, dopo l’ultimo sgombero, la settimana scorsa, sono tornati a stare in questo luogo di tremendo degrado e rifiutano sistemazioni alternative, che pure il Comune aveva loro offerto. Cosa facciamo? Ci rassegniamo e li dimentichiamo? Oppure sostiamo e ci occupiamo di questi fratelli e sorelle tagliati fuori, a volte per volontà propria, a volte per motivi che non conosciamo? La loro presenza e il loro dolore ci chiamano a non proseguire senza sostare.
Da circa sei mesi il nostro gruppo di volontari Maangi Fi entra nel complesso Sempione, parco e piscine, cercando il contatto con le persone che incontra. Con qualcuno appena un salto, con altri una chiacchierata. Ci siamo seduti intorno al fuoco, abbiamo mangiato e pregato.
Sempione è il luogo dove il degrado della persona, indotto dal consumo di droga, si riverbera nei mucchi di spazzatura pressoché ovunque. Condizioni estreme, paura e diffidenza, rassegnazione e fallimento si respirano dappertutto. Uomini e donne di tutte le età e provenienze stanno lì, in attesa della dose, seduti intorno al fuoco.
Già, perché sono i fuochi ad illuminare la notte nel parco e negli spazi delle ex piscine, quei fuochi all’aperto che ci hanno ricordato gli accampamenti dei pastori a Betlemme, quando, la notte di Natale, abbiamo fatto il giro portando Gesù Bambino.
«Prendi la vita così sul serio che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi, non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte», scriveva, ai primi del Novecento, il poeta turco Nazim Hikmet. Nel brulicare di disperazione abbiamo trovato la vita in semplici gesti di accoglienza, in chi ci raccontava la sua pena e le sue sconfitte.
Ma quale vita può trovarsi in un fallimento, se non quella che il Vangelo illumina con il bagliore pasquale, quella vita che vale solo e null’altro perché è amata?
Nel Parco Sempione non abbiamo incontrato extraterrestri, ma uomini e donne di questa città, forse i nostri vicini di casa. Ciascuno con il suo fardello di isolamento, di fatica e di disperazione. Nel Parco Sempione tocchiamo la malattia della nostra società, perché quando si ammala una parte, si ammalano tutti.
Secondo un antico mito greco le donne invasate dal furore di Bacco, dio del vino, le baccanti, scappavano sulle montagne, dove vivevano in modo selvaggio, uccidendo chiunque incontrassero. Il monte delle baccanti diventava uno spazio sacro, necessariamente separato dalla città, secondo il suggerimento del poeta greco Euripide, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo; mentre il Cristianesimo vede il sacro nella cura dell’uomo ferito, come nella parabola del Buon Samaritano.
Sempione richiede cura a tutti i livelli: da una burocrazia che relega persone allo stato di invisibili e perciò facili agenti della droga, ai rifugi di accoglienza sempre pieni (circa due mesi di lista d’attesa per entrare in dormitorio), e via dicendo fino a ciascuno di noi nel renderci protagonisti di questo processo di cura attraverso l’attenzione al prossimo; a chi vive il dramma della droga, a chi è nell’invisibilità, fino ad arrivare a chi subisce queste situazioni sotto casa e si sente abbandonato.
Cari concittadini torinesi, dobbiamo avere il coraggio di investire su questa ricostruzione, su questa cura. «Maangi fi» – nella lingua wolof del Senegal – significa «sono qui». Se ci siamo, se siamo presenti gli uni per gli altri, l’espressione Maangi vorrà veramente dire: stiamo bene.
fra Luca Minuto, viceparroco Madonna di Campagna



