«Provo un certo imbarazzo perché questo giovane non è ancora nel catalogo dei santi, ed è forse anche colpa nostra, di noi cattolici piemontesi, perché abbiamo tardato tanto nel farlo conoscere. Come sarebbe bello se in quest’Anno Santo (1975) ci fosse tra i nuovi santi anche uno studente, un laico, un giovanotto come Pier Giorgio Frassati accanto ai nuovi santi, sacerdoti, religiose, frati!». Il cardinale Arcivescovo di Torino Michele Pellegrino, con gli altri vescovi e le personalità presenti, invia un telegramma a Paolo VI auspicando «la sollecita ripresa del processo canonico che riconosca le virtù eroiche di Pier Giorgio Frassati». Ma Pellegrino non avrà la gioia di vederlo «venerabile» (23 ottobre 1987) e beato (20 maggio 1990), decisioni prese da Giovanni Paolo II quando era cardinale Arcivescovo di Torino Giovanni Saldarini.
Il cinquantesimo della morte di Pier Giorgio (1925-4 luglio-1975), celebrato a Pollone e al santuario di Oropa (Biella), permette il felice incontro di due generazioni, lontane come età ma vicine negli ideali. La generazione dei coetanei – ormai anziani che lo hanno conosciuto e hanno vissuto quegli anni difficili e pieni di promesse; che ne hanno condiviso gli ideali, le tensioni i problemi; che lo hanno ammirato e si sono ispirati a lui e al suo esempio – e la generazione dei vent’anni che non lo hanno conosciuto ma sono ammirati da questo «mistero di semplicità». Molte personalità della cultura, della politica, della vita sociale e religiosa rendono omaggio a questo laureando morto a 24 ventiquattro anni di poliomielite.
All’inaugurazione di una stele ricavata dalla «pietra verde di Oropa» lo scrittore Piero Bargellini rievoca i tempi di PGF, «tempi del coraggio, quando professarsi esplicitamente cattolici voleva dire essere emarginati e considerati minorati psichici. Con coerenza Pier Giorgio ha vissuto da cristiano, ha saputo rinunciare a tutto, meno che all’amore di Dio e dei fratelli. La sua vita può essere riassunta da una frase pronunciata a Berlino, quando il padre vi era ambasciatore “Addolorati qualche volta, tristi mai. La tristezza va bandita dagli animi cattolici”». «Sei un bigotto?» chiedono un giorno a Pier Giorgio Frassati: così massoni-liberali, social-comunisti e fascisti scherniscono i cattolici. La risposta è netta: «No. Sono rimasto cristiano».
Nella Concelebrazione nella chiesa di Pollone, presieduta dal card. Pellegrino con i vescovi mons. Vittorio Piola (Biella), Luigi Bettazzi (Ivrea), mons. Filippo Franceschi (Civitavecchia) e Giovanni Picco (ausiliare emerito di Novara) nell’omelia l’arcivescovo di Torino sviluppa soprattutto due temi: la «chiamata di Dio» e la «risposta dell’uomo».
La chiamata di Dio si manifesta largamente in Pier Giorgio, «ma noi siamo molto più attenti alle varie chiamate terrene e ci lasciamo attirare molto di più dalla tentazione della carriera, del denaro, del potere, del sesso, del piacere per il piacere, della droga. Su noi adulti – sacerdoti, genitori, educatori, responsabili – pesa la grave responsabilità di aiutare i giovani a scoprire questa “chiamata”. Spesso invece li diseduchiamo. La risposta di Frassati è stata di piena disponibilità. La sua figura emerge come quella di un giovane semplice e singolare che ha ricercato sempre la verità e il bene. Ha sempre rivendicato la sua libertà di giudizio, di parola, di espressione, di fronte a tutti, soprattutto in famiglia».
E poi la sua «risposta» si è tradotta in amore per Dio nutrito di preghiera, di lettura della Bibbia, di Messa e di Comunione quotidiana e di amore per il prossimo». Vuole diventare ingegnere minerario «per compiere una missione di servizio e di presenza tra gli operai e i minatori. Una scelta di vita accompagnata da continui gesti di un amore che non fa solo l’elemosina ma che si disturba, si mette pienamente sul piano degli altri, specie dei poveri. Un amore tradotto in lotta alle strutture sociali ingiuste e oppressive, inaccettabili per un uomo come per il cristiano. Era ricco e serviva i poveri e lavorava per mutare radicalmente una società ingiusta, per fondarne una basata sulla giustizia, sull’eguaglianza, sul rispetto di tutte le persone, sul riconoscimento dei diritti dei poveri».
«Abbiamo sempre più bisogno – conclude il cardinale, rivolgendosi alle centinaia di giovani – di giovani più idealisti, e meno calcolatori! È provvidenziale questo “ritorno”, questa “esplosione” di Pier Giorgio, perché ci rimprovera, ci anima, ci invita a un esame di coscienza, perché ha vissuto il Vangelo fino in fondo. Lo considero un modello per tutti, ma soprattutto per i giovani».
Altro momento forte è la commemorazione che il professor Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università cattolica, tiene sul piazzale del santuario di Oropa: «Ripensando a Pier Giorgio il primo sentimento è riconoscenza a Dio che sa ancora suscitare mirabilmente i suoi santi, e riconoscenza a Pier Giorgio che ha docilmente risposto alla chiamala di Dio. Fu un mistero di semplicità». Lazzati rievoca la sua fede «vissuta serenamente nonostante le molte difficoltà poste dall’ambiente, dalla famiglia, dai tempi». Rievoca la lunga preghiera che caratterizza le sue giornate; l’attaccamento al senso del dovere («rinunciava alle gite, alle scalate in montagna e a stare con gli amici per compiere il suo dovere di credente e di studente»); la grande carità («non donava qualcosa ma tutto sé stesso»); rammenta l’energico impegno per la libertà e «la strenua lotta contro l’infame tradimento che il fascismo ha operato degli ideali di giustizia e di libertà».
Pier Giuseppe Accornero



