Perchè Calvino amava Torino

Centenario della nascita – Impegno civile e narrativa fantastica si mescolano nelle opere del grande scrittore a un secolo dalla nascita. Fra i protagonisti Torino, la città amata da Calvino che nella scrittura cercava di imitarne «il rigore, la chiarezza e lo stile»

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Italo Calvino

«L’istituto si estendeva tra quartieri popolosi e poveri, per la superficie d’un intero quartiere, comprendendo un insieme d’asili e ospedali e ospizi e scuole e conventi, quasi una città nella città, cinta da mura. I contorni erano irregolari, come un corpo ingrossato via via attraverso nuovi lasciti e costruzioni e iniziative: oltre le mura spuntavano tetti di edifici e pinnacoli di chiese e chiome d’alberi e fumaioli; dove la pubblica via separava un corpo di costruzione dall’altro li collegavano gallerie soprelevate, come in certi vecchi stabilimenti industriali, cresciuti seguendo intenti di praticità e non di bellezza».

Così Italo Calvino, nato cento anni fa, descrive la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, fondato nel 1832-42 dal prete Giuseppe Benedetto Cottolengo: il cognome sarebbe diventato, nel gergo popolare, sinonimo di «deficiente, idiota». «Piccola Casa» è all’avanguardia nella sanità e nell’assistenza, ma l’etichetta è rimasta, anche presso un bravissimo narratore napoletano moderno.

Calvino è uno tra i maggiori scrittori del secondo Novecento, forse il più famoso, conosciuto e tradotto che spazia dai romanzi ai racconti. Nasce il 16 ottobre 1923 a Cuba dove i genitori sono agrotecnici. Poi la famiglia torna in Italia a Sanremo, dove frequenta la scuola. Nel 1944 entra nella Resistenza e milita nel Partito Comunista, esperienze che lasciano tracce indelebili. A Torino si iscrive a Lettere. Pubblica qualche racconto e collabora con la casa editrice Einaudi, dove entra in contatto con i maggiori scrittori e con la quale pubblica il romanzo «Il sentiero dei nidi di ragno» (1947). «Il visconte dimezzato» (1952) e i successivi «Il barone rampante» e «Il cavaliere inesistente» formano la trilogia dei «Nostri antenati». Nel 1962 conosce l’argentina Esther Singer, che sposa nel 1964. Pubblica «Le cosmicomiche» e poi «Ti con zero». Si trasferisce a Parigi e, negli anni Ottanta, pubblica «Il castello dei destini incrociati», «Le città invisibili», «Se una notte d’inverno un viaggiatore» e «Palomar». Muore improvvisamente nel 1985.

Un’opera cerniera

«La giornata d’uno scrutatore» è un libro cerniera nell’opera di Calvino con temi appartenenti a diverse fasi. Racconto o romanzo breve, pensoso e sofferto – impiega dieci anni a realizzarlo, dal 1953 al 1963 – lo mostra in crisi su diversi fronti, specie quello dell’impegno politico. Vi si allunga la tragedia d’Ungheria del 1956, che mostra la crudezza e la brutalità dell’Unione Sovietica verso «i Paesi satelliti e i partiti fratelli»; suscita proteste e scalpore in Europa; scuote gli intellettuali di sinistra: molti dissentono ed escono dai partiti comunisti. Racconta la giornata che Amerigo Ormea, intellettuale comunista, passa come scrutatore nelle elezioni del  1953 alla Piccola Casa o Cottolengo di Torino, dove erano ricoverati – anche oggi – centinaia di malati, tra i quali numerosi minorati fisici e mentali, i «buoni figli». L’assistenza verso queste persone è da sempre nelle corde del «Cottolengo». Il miglioramento delle condizioni vitali, sanitarie, igieniche ha fatto diminuire questi particolari «pazienti».

Lo scopo di Amerigo è impedire che persone incapaci di intendere e volere siano indotte dai religiosi e dalle suore a votare per la Democrazia cristiana. La vista di quegli infelici lo scuote profondamente, mettendo in crisi le sue certezze e rendendolo un uomo diverso. Già il nome del protagonista è significativo e ricorda Amerigo Vespucci, il grande navigatore: Amerigo, come Vespucci, al «Cottolengo» entra in un altro mondo. Il cognome Ormea è l’anagramma di «amore»: alla fine della giornata percepirà un nuovo significato di «amore».

Amerigo assiste alla sfilata dei votanti, tutti «fuori dalla norma», malati gravemente deformi che lo colpiscono molto e lo inducono a una serie di riflessioni: si chiede se è giusto che questi «elettori» possano votare o essere aiutati a votare; si domanda cosa sia l’umano, dove arrivi l’«umano» e fino a che punto un malato grave e deformato può essere definito uomo. L’unica risposta che trova è nell’amore che non ha confini se non quelli che gli si danno; e vede che questi infermi sono oggetto – allora come oggi – delle cure amorose di suore e preti, fratelli e medici, infermiere e inservienti.

Un libro autobiografico

Secondo molti critici, è un libro autobiografico: Calvino fece davvero lo scrutatore al «Cottolengo». Nella prefazione afferma che l’idea di scriverlo gli venne nelle elezioni del 7 giugno 1953, dopo aver passato alcuni minuti al «Cottolengo» come candidato del Partito comunista. Vi torna, come scrutatore, nelle amministrative del 1961. La vista degli «infelici», costretti da suore e religiosi a votare la Dc, lo fanno inorridire al punto che negli anni successivi non riesce a scrivere.

Lo stesso compito svolgono: due donne, un presidente e un altro scrutatore «lo smilzo». La donna con la blusa bianca «e un’aria da maestra elementare», il presidente e «lo smilzo» sono della Democrazia cristiana. Amerigo e «la ragazza dal golf arancione» sono del Partito comunista. Durante le discusse elezioni politiche del 1953 – nel clima caldo della «legge truffa», come la chiamavano i comunisti – Amerigo deve vigilare sulla validità delle votazioni. L’incontro ravvicinato con il dolore e la deformità scuotono profondamente la sua coscienza, spostandone l’attenzione dai possibili brogli elettorali alla riflessione sul senso dell’umano e il valore della solidarietà. È il racconto dell’incontro con un’umanità desolata e con i religiosi, che con ammirevole e muto spirito di servizio, li assistono. Li indottrinano a votare Dc perché è l’unico partito che li tutela, non certo i comunisti.

La prosa armoniosa di Calvino restituisce l’immagine di un’Italia d’altri tempi, legata a un clima politico fervente e definitivamente tramontato. Conserva l’attualità grazie alle tematiche universali di Calvino: l’umile scoperta della comprensione; la pietà carica di rispetto per il dolore; la consapevolezza che «l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo»; la democrazia e le istituzioni, l’emancipazione femminile, la politica, la metafisica, la religione, la bellezza, l’evoluzione della specie, la beatitudine, il potere, la donna, la lettura, la giustizia.

A metà giornata rientra nella sua spoglia abitazione di scapolo e telefona alla sua ragazza, Lia, che gli comunica con noncuranza di essere incinta: è una ragazza che il protagonista definisce «prelogica», naturale e immediata, poco incline alle speculazioni: «Per lei non conta la logica della ragione ma solo la logica della fisiologia». I critici definiscono «La giornata» «un piccolo gioiello di equilibrio classico. La scrittura, un modello per nitore stilistico, è caratterizzata da periodi brevi, frasi spoglie ed esatte, aggettivazione essenziale, pacato ritmo della narrazione del dialogo interiore». Determinanti nella vicenda la suora e l’anziano contadino, padre di un ricoverato: gli fanno capire la vera essenza dell’amore.

Pier Giuseppe Accornero

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