Perchè Cavoretto non vuole perdere il Centro profughi

Lettera al prefetto – I residenti del borgo della collina torinese hanno chiesto alla Prefettura che 33 profughi provenienti da Africa e Pakistan possano continuare a vivere nel centro d’accoglienza in strada Cavoretto 56: “qui l’integrazione funziona”

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I migranti accolti a Cavoretto con l'Arcivescovo e il parroco don De Angeli

Le case di Cavoretto in collina sembrano un mondo a parte, ma siamo in comune di Torino. Si è alzata di qui la scorsa settimana una voce fuori dal coro nell’emergenza profughi: una lettera inviata dagli abitanti del borgo alla Prefettura (50 firme, in prima fila quelli che operano nel volontariato locale) chiede che 33 profughi provenienti da Africa e Pakistan possano continuare a vivere qui, nella struttura d’accoglienza in strada Cavoretto 56.

Perché qui, in collina, l’integrazione sta funzionando. E la notizia che i gestori del centro profughi (due cooperative) non intendono proseguire ha provocato molto scontento, al punto da suscitare la lettera al Prefetto, inviata per conoscenza con decine di firme anche al sindaco Chiara Appendino a alla Diocesi. L’Arcivescovo Nosiglia, che poche settimane fa era stato in Visita pastorale a Cavoretto e aveva incontrato i profughi, ha subito scritto al parroco don Maurizio De Angeli incoraggiando l’azione di sostegno alla struttura di accoglienza.

La concessione di gestione del centro profughi è stata lasciata scadere, il bando per il rinnovo aveva termine a fine febbraio, i profughi potrebbero trovarsi costretti a lasciare Cavoretto a fine marzo se non spunteranno altri soggetti interessati alla gestione. «La fine di questo esperimento» di accoglienza, si legge nella lettera inviata al Prefetto, «sarebbe una incomprensibile sconfitta per tutti».

Due anni fa una ex consigliera di Circoscrizione sostenne che «Cavoretto non ha le caratteristiche per favorire l’integrazione di profughi». Ed invece, superate le prime incertezze, il borgo ha dato vita a un esperimento riuscito: «quello che poteva essere percepito come un problema – osserva don De Angeli – è diventato presto una risorsa ed ha coinvolto realtà molto diverse, ecclesiali e non». Nella lettera alle Istituzioni torinesi si spiega che «la scelta di istituire un centro di accoglienza in un quartiere mediamente non disagiato economicamente ha permesso di smorzare le tensioni sociali fra gli ospiti e la popolazione. Il progetto di accoglienza si è basato sulla responsabilizzazione e cooperazione dei giovani ospitati (per esempio turni di pulizia e di cucina), sull’attivazione di corsi per il conseguimento del titolo di studio e sull’apertura al quartiere. Non solo un’attitudine, ma eventi concreti».

Eloquenti i risultati: «l’acquisizione del titolo di studio per 24 ragazzi con conseguente impegno in tirocini e stage  lavorativi,  partecipazione  alle iniziative artistiche del Salone del Libro e a Terra Madre». Pesa molto, fra i risultati, anche il bel clima di mobilitazione e amicizia che si è creato a Cavoretto, un vento di novità giovane in quartiere che stava qualche volta percependosi solo come dormitorio.

«Mi associo alla vostra richiesta di mantenere aperto il Centro – ha scritto l’Arcivescovo al parroco – L’esperimento rappresenta un importante esempio di integrazione per tante altre situazioni di accoglienza presenti nella nostra città e nel territorio della diocesi. Non vi siete infatti limitati a dare a questi amici un tetto e quanto è necessario per vivere ogni giorno, ma avete promosso un percorso di efficace inclusione sociale, che ha coinvolto tanta parte della popolazione di Cavoretto».

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