Perchè leggere gli autori classici

Letteratura – Con questo primo intervento il professore De Luca introduce il lettore ai prossimi articoli: una serie di percorsi che partiranno da un libro per arrivare ad un altro

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Il lettore, la lettrice che vorranno seguirci sui prossimi numeri di questo giornale sono chiamati a condividere con chi scrive una serie di letture; in qualche caso nuove, il più delle volte riletture, talvolta, speriamo spesso, delle vere scoperte o riscoperte. Una rubrica di consigli di lettura quindi? No, piuttosto una serie di percorsi di lettura, personali, opinabili e perciò modificati dal gusto, dalle altre letture, di ciascun lettore, di ciascuna lettrice che viaggeranno con noi in uno dei molti modi di partire da un libro o di arrivare ad un libro.

Ogni lettore potrebbe infatti facilmente raccontare come un libro, magari letto molti anni prima o casualmente trovato di seconda mano in una bancarella, ha generato molte altre letture per somiglianza, per osmosi, per attinenza, per concatenazione. «Questo libro mi è piaciuto; voglio leggere gli altri di questo autore!», oppure «questo argomento mi affascina, cerco in internet se vi sono altri libri che ne parlano». Sono i modi più frequenti, più comuni di dar vita ad una serie di letture, ma non sono i soli: vi sono percorsi meno evidenti, carsici quasi, perché legano non solo i libri tra loro, ma anche il lettore ad essi con corde e nodi che lo avvincono. Perché i libri legano, non c’è dubbio ed è per questo che l’operazione che unisce, con colla o cucitura, le loro pagine si chiama legatura e quando un libro amato è ormai sdrucito o gli vogliamo dare particolare veste elegante, lo facciamo rilegare.

Il libro rimanda ad altri libri come con le ciliegie che una tira l’altra e per dirla con uno scrittore e critico del Novecento, Giorgio Manganelli: «Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi», a significare l’apertura che conferisce la lettura di un libro, i rimandi ad altri, il moltiplicarsi dei significati e la spinta a stare al gioco intellettuale che insieme ci confonde e ci fa ritrovare. Manganelli la frase la mette in un libro che parla di un classico della nostra letteratura: «Pinocchio». Anche a questo libro dedicheremo un percorso.

Negli articoli che verranno parleremo di alcuni libri «larghi», libri che molti riprenderanno in mano – speriamo almeno di saperli convincere a farlo – magari dopo anche molti anni e li troveranno diversi da come li ricordavano. Troveranno libri che hanno letto, o piuttosto han dovuto leggere, a scuola. Magari riusciremo a convincere il lettore, la lettrice che le costrizioni, le antipatie, le frettolosità di allora hanno nascosto un gioiello e che in ogni caso quando passa il tempo i libri appaiono sempre nuovi, per una serie di ragioni e soprattutto perché a distanza di anni siamo diversi noi lettori e diverso è ciò che cerchiamo. Leggeremo dei classici e questi saranno quelli che entrano nella definizione «larga» di classico che, parafrasando Italo Calvino, è un libro che ad ogni rilettura si rivela una scoperta come la prima volta; ad ogni prima lettura ci dà la sensazione che in realtà si tratti di una rilettura; è in sostanza un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Un classico è allora un libro del passato? Sì, ma non obbligatoriamente. Ci sono più classici nel passato perché il passato, tutto il tempo trascorso, è più ricco di libri e di lettori che li hanno tramandati fino a noi. Il futuro ancora non ci appartiene e possiamo al più immaginarlo ed il presente è, almeno parlando di letture, un tempo convulso. In Italia si stima che si pubblichino 60 mila libri all’anno, più di 160 libri al giorno; di questi almeno 10 mila sono testi letterari alla prima edizione. La vita media di un libro sul mercato è di 90 giorni, compiuti i quali il 70% dei titoli non è più considerato novità. Tra tutti questi libri ci saranno certamente quelli destinati a diventare un classico, perché rispondono ai requisiti che abbiamo detto, ma vai a trovarli; non resta che aspettare e intanto leggere! Perché una cosa deve essere chiara: i lettori sono importanti, importantissimi: sono loro che fanno di un libro un classico. Potremmo dire che sarebbe ora di scrivere una storia della lettura, accanto a quella della letteratura: se nella seconda troviamo la «Commedia» di Dante, nella prima dobbiamo scrivere delle moltissime copie che fin da subito l’opera conobbe: segno del desiderio di molti di leggerla, possederla, passarla ad altri. Tutte quelle copie sono qualcosa di molto simile a ciò che oggi chiameremo ristampe.

Che cosa troverà chi avrà la pazienza di leggerci? Non rovineremo la sorpresa rivelando in anticipo i titoli dei libri che troverete: non vogliamo mica, come si dice oggi, spoilerare! Ma qualcosa possiamo anticiparlo, sperando di accendere la curiosità. Parleremo del romanzo-fiume scritto da un giovane di 27 anni, che ripercorre il Risorgimento italiano; un libro la cui edizione l’autore non vide mai, poiché la morte se lo portò via misteriosamente a nemmeno trent’anni. Verrà poi un’opera che tutti dicono fondamentale per la poesia del Novecento, ma che pochissimi hanno letta per intero. L’opera di un uomo singolare, a cui cucirono addosso l’abito del genio sregolato e che fu matto. Scomparve letteralmente e letterariamente, finché un altro scrittore, contemporaneo, non si mise a seguirne le tracce.

Parleremo di un libro scritto da un giornalista scrittore per i suoi «piccoli lettori» che lasciò subito l’ambito della letteratura per l’infanzia per diventare un successo addirittura mondiale e rendere il suo protagonista un’icona planetaria. Il titolo, questo sì, l’abbiamo già fatto ed è arcinoto, ma quanti l’hanno letto come un’opera letteraria? Ci misureremo con un’opera che tutti abbiamo conosciuto, magari letto, a scuola e che proprio per questo (la noia, l’imposizione, il doverne fare sunti e schede e sottolineature critiche) consideriamo con celato fastidio e, pur ammettendone la grandezza, mai ci sogneremmo di rileggere o anche solo di leggere per intero.

E poi? Poi saranno i nostri lettori, le nostre lettrici a dirci, scrivendo al giornale, se vogliono sentir parlare di libri «larghi», italiani e stranieri. A loro, ai lettori, sulla cui importanza abbiamo già detto, spetta poi il compito di comporre, sulla base dell’elenco suggerito di opere e di autori proposti come modello, il proprio, personale, canone letterario. Compito ozioso, inutile persino, visto che la critica un canone già ce lo propone bell’e fatto e tramandato capillarmente tramite la scuola? Pensiamo di no. In un romanzo enigmatico e bellissimo, «Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia», Leonardo Sciascia scrive: «Crediamo di vivere, di essere veri e non siamo che la proiezione, l’ombra delle cose già scritte» e questo ci attira e ci sconcerta, perché ha il fascino della vertigine che si prova a guardare dentro «Biblioteca universale», dentro la «Biblioteca di Babele». E questo basti…

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