Petrini: rinnovare la società a partire dal cibo

Il fondatore do slow food e ideatore di Terra Madre: 5 azioni per contrastare la crisi alimentare

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«Tempeste in stile tropicale, sulle coste precipitazioni di intensità inedita, lunghi periodi di siccità. Su questo terreno è in gioco il futuro dell’umanità». Di scenari che ci sono ormai, purtroppo, familiari e dell’avvenire del pianeta, Carlo Petrini, più conosciuto come Carlin, ha conversato con Jorge Mario Bergoglio nel corso di tre incontri che hanno dato vita al volume «terrafutura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale » (2020, Giunti). Sociologo e gastronomo, il fondatore di Slow Food è anche ideatore della rete internazionale di «Terra Madre», costituita da contadini, allevatori, pescatori di tutto il mondo, i quali con i loro saperi operano per promuovere la tutela della biodiversità, la protezione dell’ambiente e la conoscenza delle tradizioni locali. Immediata, quindi, la sintonia con l’esortazione potente dell’enciclica Laudato si’ a preservare le risorse umane e naturali della nostra «casa comune».

Petrini è artefice della rivoluzione filosofica che punta al consumo consapevole di un cibo stagionale, gustoso perché poco trattato, ricavato senza inquinare, trasportato per distanze brevi, nella difesa anche economica del lavoro del produttore. Il movimento simboleggiato dalla chiocciola – come antidoto agli eccessi della fast life – indirizza a processi virtuosi: dal contenimento dello spreco alimentare al riequilibrio nei processi di distribuzione e consumo alla revisione della logica del packaging, con lo studio di imballaggi sostenibili.

Quell’«ecogastronomia» che fa condurre da tempo all’ispiratore della prima Università al mondo dedicata alla cultura del cibo, sorta nel 2004 a Pollenzo, una convinta battaglia contro gli Ogm, anche in dissidio con la parte della comunità scientifica che vede nell’aumento della produttività, nel miglioramento della resistenza a malattie e parassiti delle piante, favorito dalle biotecnologie, la possibilità di combattere povertà e denutrizione.

Nello scorso luglio, dopo 36 anni, Petrini ha lasciato la presidenza di Slow Food a favore del suo vice, Edward Mukiibi, giovane agronomo ugandese, «perché è necessario un cambio generazionale». L’ex agricoltore ha preso le redini di un’associazione che conduce, tra le altre battaglie, quella contro la perdita di biodiversità: l’azione dell’uomo dall’inizio del Novecento ha prodotto la scomparsa del 75% di razze vegetali e animali, a vantaggio di specie più resistenti e redditizie.

L’edizione 2022 di «Terra Madre» si apre in questi giorni in una fase di crisi globale a causa di guerra, emergenza climatica e pandemica. La situazione ambientale è la prima delle questioni politiche, come testimonia la recente «Lettera aperta degli scienziati del clima»: ma se partiti e governi non avranno la capacità di prendere in mano le sorti del pianeta, toccherà alla società civile – cittadini, associazioni, amministrazioni locali – attivarsi per il cambiamento.

Petrini, come è avvenuto in Slow Food il passaggio dalla cura per il mangiar bene alla sensibilità ambientale?

Risale a più di vent’anni, fa quando capimmo che l’immagine di una gastronomia elitista non corrispondeva al nostro spirito e pensiero. Prendemmo coscienza che non era possibile concentrarsi su ricette e bontà dei piatti senza considerare materia prima e produttori. Io dico che un gastronomo che non sia ecologista è uno stupido, perché non si rende conto che perdita di biodiversità ed emergenza climatica sono determinate dal medesimo sistema alimentare. Allo stesso modo un ambientalista che non sia gastronomo è triste. Rispettare il piacere del cibo e della convivialità e non separarlo dall’impegno per l’ambiente è un’opzione che ha trovato in «Terra Madre» e nell’Università di Scienze gastronomiche il suo approdo teorico, organizzativo e fisico, coinvolgendo migliaia e migliaia di persone.

In che modo la politica alimentare concorre a quello che lei ha definito lo «sconquasso ambientale»?

Il sistema alimentare nel suo complesso è il principale responsabile di produzione di CO2, con un’incidenza del 37 per cento; l’allevamento causa deforestazione e alte percentuali di gas serra; infine c’è uno spreco di cibo di proporzioni bibliche, intorno al 33 per cento della produzione. Queste considerazioni ad oggi non creano audience nella politica, ma neanche nella società civile, perché la questione pandemica, negli ultimi due anni, e ora la guerra, collegata alla crisi energetica, hanno distolto l’attenzione dalle buone pratiche che avevano incominciato a delinearsi sul fronte dell’ambiente e che sono state pressoché abbandonate.

Non c’è da essere ottimisti, quindi…

Siamo in presenza di una situazione critica e preoccupante. Non ci sono molte ragioni per essere ottimisti, al momento, tuttavia dobbiamo agire: urge un attivismo più incisivo, condiviso, emulato e portato avanti da milioni di persone. Però questo è un processo educativo, formativo, di assunzione di responsabilità che richiede tempo e determinazione.

Si riferisce a scelte come le comunità energetiche, da una parte, e dall’altra all’obiettivo della sovranità alimentare?

Sono due comparti molto importanti: sta crescendo l’interesse, la curiosità e la voglia di realizzare gruppi di autoconsumo, in cui imprese, enti locali, cittadini condividono impianti che producono energia rinnovabile e pulita. Inoltre sarebbe bene che ogni Paese puntasse all’autonomia per coprire il proprio fabbisogno alimentare, ma devono soprattutto essere acquisiti in modo convinto comportamenti virtuosi.

A quali comportamenti si riferisce?

Ci sono cinque azioni in cui il nostro movimento è impegnato per contrastare la crisi alimentare: scelta di prodotti locali e secondo la stagionalità, per rafforzare l’economia dei territori e non ricorrere a derrate che attraversano i continenti; poi riduzione delle proteine animali, compensate da quelle vegetali. In Italia c’è un consumo annuo di carne pro capite di oltre 90 kg, mentre negli anni ‘60 eravamo a 40-45 Kg. Questi livelli non sono più sostenibili anche per ragioni di salute: sono sempre più diffuse obesità e malattie cardiovascolari (un miliardo e 700 milioni di persone ipernutrite con problemi clinici nel mondo). In terzo luogo, eliminazione dello spreco: evitare scorte di cibo che poi deperisce e va buttato; tornare alla sapienzialità delle generazioni precedenti e utilizzare gli avanzi, come nei più grandi piatti della tradizione italiana: la ribollita in Toscana e nel nostro Piemonte le raviole, il cui ripieno era ottenuto con le rimanenze di carne della settimana; quarto punto: rinuncia agli alimenti iperprocessati (bibite gassate, merendine, cibi pronti o precotti) che spesso costano meno, ma nuocciono alla salute; infine, rifiuto del consumo di plastica monouso, che compromette lo sviluppo della fauna ittica. Dobbiamo assumere queste iniziative e convincere amici, parenti e conoscenti a fare altrettanto.

L’enciclica di Papa Francesco ha avuto qualche effetto pratico?

Ha animato numerose comunità Laudato sì’ che stanno crescendo, sono operanti, intervengono sui territori, hanno a cuore la promozione non solo dell’enciclica, ma anche dello spirito ambientalista, infatti sostengono insieme a noi i principi che ho appena descritto. E’ arrivato il tempo di passare dalla denuncia all’azione.

Perché nell’agenda dei partiti non trova spazio adeguato l’emergenza climatica?

Tutti i partiti sono spostati su altre questioni e vivono l’impegno ambientale come secondario, quasi fosse destinato a un’élite, riproponendo l’uso del carbone e del nucleare, facendo passi indietro anziché in avanti: dovrebbe esserci l’implementazione delle energie rinnovabili e il lancio di operazioni come le comunità energetiche, invece ci propongono soluzioni anacronistiche e pericolose. Occorre reagire a tutto questo.

È arrivato il tempo di svolte radicali?

Si devono cambiare i paradigmi dell’economia imperante, iperliberista, concentrata in modo esasperato sul Pil, e che non tiene conto dei beni comuni e relazionali, com’è esplicitato in maniera netta nella Laudato si’. Altrimenti pagheranno dazio i nostri figli e i nostri nipoti: questa è un’ingiustizia intergenerazionale e significa tra l’altro il non ascolto dei giovani che oggi ci chiedono scelte più coraggiose. Altra stortura è che la produzione di CO2 per l’80 per cento è realizzata da dieci Paesi del mondo, e noi siamo tra i responsabili. Stiamo portando l’ambiente verso una situazione irreversibile: l’Africa sub sahariana, per gli effetti dei cambiamenti climatici, è colpita da una terribile siccità e quindi molte comunità che vivevano di agricoltura e pastorizia sono costrette a migrare per la mancanza di cibo, lavoro e acqua. Spendiamo 2.200 miliardi di dollari l’anno per le armi quando – secondo i dati Fao – con 170 miliardi di dollari estingueremmo la fame del mondo. Si tratta di un’ingiustizia di proporzioni ancora più gravi di quella intergenerazionale.

Come ha scelto il suo successore alla presidenza di Slow Food, l’agronomo ugandese 36enne Edward Mukiibi?

E’ stato vicepresidente dal 2014, quindi ha già avuto delle responsabilità di dirigenza; inoltre ha permesso il radicamento di Slow Food in Africa, rivelando intraprendenza e capacità organizzative. Era giusto che un movimento internazionale come il nostro non seguisse una logica eurocentrica, ma si allargasse a forme di leadership esterna concrete, vere: «Terra Madre» vede convergere soci e comunità da 150 Paesi del mondo.

Quali sono le questioni salienti affrontate nell’edizione di quest’anno?

Il tema principale è #RegenerAction, cioè il rinnovamento radicale della società a partire dal cibo, per il suo ruolo centrale nella transizione agroecologica. Analizzeremo come gli aspetti di cui abbiamo parlato si sviluppano nelle diverse realtà del mondo: ad esempio in Africa lo spreco alimentare dipende dall’assenza di infrastrutture che garantiscano il passaggio delle produzioni agricole dai villaggi alle città o di impianti di refrigerazione; invece è carente il consumo di proteine animali, visto che nell’area sub sahariana è di 5 kg, pro capite, annui.

E’ nota la sua amicizia con Carlo d’Inghilterra, che si occupa di clima dagli anni ‘70. Il suo sarà un regno green?

In realtà Carlo III è il rappresentante di un’istituzione che, come abbiamo visto negli scorsi giorni, è così sentita dal popolo britannico proprio perché è super partes. La Costituzione della Gran Bretagna non gli consente di avere margini di manovra politici, però la coscienza ambientale che il nuovo re ha manifestato molte volte farà sì che abbia attenzione e disponibilità su queste tematiche.

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