Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – che il 7 settembre 2025 Leone XIV proclamerà santo insieme all’adolescente Carlo Acutis – era un grande devoto della Consolata, patrona della città e della diocesi di Torino; faceva frequenti visite al santuario per partecipare alla Messa e accostarsi ai Sacramenti. E così accadde un secolo fa, nella festa della Consolata (20 giugno) pochi giorni prima della sua morte (4 luglio).
Raccontano i testimoni: «Egli partecipava regolarmente alle processioni in onore del Santissimo Sacramento e della Madonna: erano le uniche occasioni in cui di propria volontà si vestiva elegantemente per rendere il suo sincero omaggio al Signore e alla Madonna». Il laureando ingegnere minerario, figlio del senatore Alfredo, membro dell’Azione Cattolica e della Società di San Vincenzo, serve Cristo nei poveri e, proprio assistendo una famiglia nelle soffitte, contrae una grave poliomielite acuta che in pochi giorni lo conduce alla morte a 24 anni.
Ancora i testimoni raccontano: «Nonostante le sue intime sofferenze, il 20 giugno 1925, festa della Consolata, partecipò come ogni anno, con fede ed entusiasmo, alla processione che sfilava per le vie del centro. Quell’anno la festa era arricchita da un evento particolare: venivano traslate in santuario le reliquie di don Giuseppe Cafasso», beatificato da Pio XI il 3 maggio 1925. «Quando passò l’urna davanti a noi – racconta un testimone – si verificò un momento di grande raccoglimento, durante il quale vidi Pier Giorgio inginocchiato e così intento a pregare che sembrava dimentico di tutto quello che lo circondava». E un altro rammenta: «Il 20 giugno facemmo a piedi il tratto di strada per andare al santuario e parlammo di studi, del cardinale Giuseppe Gamba ch’egli tanto venerava, del movimento cattolico. Giunti nella sacrestia del santuario la sua prima preoccupazione fu di richiedere un sacerdote per potersi confessare e di poter avere un messalino che avesse la Messa della Consolata, per poterla più devotamente accompagnare (allora, e fino al 1963, la liturgia era celebrata tutta in latino, n. d. r.). Gli risposero che non c’era quanto desiderava e che poteva servirsi nel suo messalino della Messa del comune della Madonna. Andò a confessarsi. Venne con me in mezzo del presbiterio dell’altare maggiore e, aperto il messalino, assistette devotamente, stando in ginocchio dal principio alla fine, alla Messa, si accostò con grande fervore alla Comunione compiendo con santo trasporto dell’anima il devoto ringraziamento». E la sorella Luciana testimonia che «soleva inginocchiarsi passando dinanzi alla sua porta», se il santuario era ancora chiuso.
Non è certo che ci siano stati contatti diretti fra Pier Giorgio Frassati e don Giuseppe Allamano, rettore del santuario e del Convitto e proclamato santo da Francesco il 20 ottobre 2024. Testimonia il can. Nicola Baravalle, vicerettore del santuario: «Che Frassati e Allamano si conoscessero, più che probabile è quasi certo. Il giovane frequenta il santuario: è inverosimile che un giovane così spirituale non abbia sentito il fascino di tale rettore. Alla notizia della morte di Pier Giorgio, il vecchio Allamano pianse». E don Baravalle aggiunge. «Allamano grandemente gioiva e si compiaceva del bene compiuto dagli altri, così soffriva immensamente per le offese fatte al Signore. Quando a Roma ci furono tafferugli, per cui vennero incarcerati parecchi giovani di Azione Cattolica, don Allamano versò lacrime di intima gioia a leggere che Pier Giorgio teneva alto il morale di tutti, non piegandosi alla volontà dei nemici, e non accettando la liberazione quando si venne a conoscere che era figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino. E più ancora nel sapere che era l’anima di tutti, che invitava a recitare il rosario e intonava le litanie della Madonna». E il domenicano Giacinto Scaltriti è convinto che molte volte Pier Giorgio «fu dall’Allamano per coordinare azione per i poveri che aveva un quartiere non secondario nella Consolata».
Pier Giorgio Michelangelo Frassati apre gli occhi alla vita in via Legnano 33 a Torino il 6 aprile 1901 (Sabato Santo). Nel 1902 nasce la sorella Luciana.
Primogenito di una famiglia della illuminata borghesia liberale biellese-torinese, e autodidatta della fede. Il padre Alfredo, proprietario e direttore de «La Stampa», poi ambasciatore a Berlino e senatore, religiosamente indifferente ma tollerante, comunica al figlio il senso della libertà e l’apertura degli orizzonti.
La madre Adelaide Ametis affida i figli a don Antonio Cojazzi, esperto educatore salesiano. Nella sua breve esistenza, sa fondere il richiamo di Dio, la preghiera e l’ascesi con il servizio ai più poveri, l’apostolato e l’impegno sociale e politico, l’animazione cristiana nell’ambiente universitario. Preghiera, Messa e Comunione, adorazione eucaristica notturna e rosario gli danno la carica e lo rendono amico dei poveri. Milita nelle associazioni cattoliche, nella FUCI, nell’Azione Cattolica e nella San Vincenzo. Frequenta il «D’Azeglio», poi il «Sociale» e Ingegneria meccanica, con specializzazione mineraria, al Politecnico perché vuole stare vicino ai minatori, i più sfruttati tra i lavoratori.
«La Stampa» è presa di mira perché il fiero direttore sostiene: «Gli uomini del fascio sono guerrafondai e il fascismo e la nuova guerra che nasce». Padre e figlio combattono la dittatura: la coscienza democratica porta il giovane a schierarsi con il Partito Popolare. Si impegna nella promozione delle masse diseredate: i reduci della Grande Guerra, gli operai, i giovani. Contrasta gli anticlericali; partecipa alle proteste contro la riforma universitaria fascista.
Pier Giuseppe Accornero

