Pier Giorgio Frassati sarà presto santo

Nel 2025 – Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – il ragazzo che amava portare gli amici in montagna per spingere il loro sguardo «verso l’Alto» – sarà dichiarato santo. Lo ha annunciato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero dei Santi, all’assemblea dell’Azione Cattolica il 26 aprile scorso. Si aggiungerà alla costellazione dei «santi sociali» fioriti in terra subalpina

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Pier Giorgio Frassati

Pier Giorgio Frassati (1901-1925) – il ragazzo che amava portare gli amici in montagna per spingere il loro sguardo «verso l’Alto» – sarà dichiarato santo. Il giovane beato torinese, amante di Dio e degli altri, sarà canonizzato. Lo ha annunciato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero dei Santi, all’assemblea dell’Azione Cattolica il 26 aprile 2024. Si aggiungerà alla costellazione dei «santi sociali» fioriti in terra subalpina: Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco, Leonardo Murialdo, Luigi Orione. Ai cinque sacerdoti «santi della socialità» si aggiungerà don Giuseppe Allamano, formatore del clero, rettore del santuario della Consolata e fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata.

Una cosa colpisce della figura di Pier Giorgio: i coetanei, i testimoni, i conoscenti hanno immediatamente visto in lui un «uomo di Dio» e un «giovane della carità», segni evidenti della santità vissuta con coe­renza, coraggio, allegria.

Il 3 giugno 1932 nella chiesa parrocchiale della Crocetta a Torino mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, assistente nazio­nale della Fuci, della quale militava Pier Giorgio, tiene il discorso sette anni dopo la morte il 4 luglio 1925. Un discorso che scava dell’anima e nella spiritualità di quel ragazzo di cui l’arcivescovo di Torino cardinale Giuseppe Gamba disse: «Di questo giovane si parlerà molto presto e molto bene». Dice Montini: «Come essere ancora cristiani? Pier Giorgio risponde con la vita. È una prima, intuitiva risposta che risalta agli occhi di chiunque os­servi quella vita, sia egli fratello di fede o no. Egli è un forte. Il suo profilo fisico lascia trasparire questa caratteristica, così cara ai giovani e così esaltata dai moderni. Era robusto, sano, diritto. Co­sì l’hanno visto quelli che l’hanno guardato da fuori. Prima d’accorge­si ch’era d’animo santo, hanno visto ch’era d’animo forte. Era forte perché austero. Austero e dolce e vivo. Perché dalla comunione con Dio consolatore, soave ospite dell’anima, interiore freschezza, attingevi vivificante alimento. Fra la tua opera esterna, la tua interna dirittu­ra morale e la tua assiduità all’altare di Dio v’è relazione certissi­ma. Un giorno forse la Chiesa ci dirà che davvero tutto t’è dalla for­za di Dio, segreto della tua giovinezza».

«Appartengo a quei pochi tedeschi che hanno conosciuto personalmente Frassati e da cinquant’anni serbano di lui viva memoria» testimonia nel 1975 Karl Rahner, il teologo tedesco che contribuì validamente al Concilio Vaticano II. La conoscenza risale agli anni in cui il padre Alfredo è ambasciatore d’Italia a Berlino, e Pier Giorgio trascorre qualche mese in Germania stringendo amicizia con esponenti del mondo cattolico e con la famiglia Rahner: «È un cristiano, lo è semplicemente, e la sua contestazione consiste solo nell’esserlo in maniera assolutamente spontanea. L’impegno sociale, l’amore verso i poveri, la responsabilità verso la miseria altrui erano in lui di una genuinità, di una profon­dità e di uno spirito di sacrificio così radicale da fare di lui un caso eccezionale tra i molti giovani cristiani».

Lo scrittore Italo Alighiero Chiusano ricorda che suo papà, «non ancora tornato al cattolicesimo», era addetto stampa all’ambasciata di Ber­lino nel 1921-22 e che dì Pier Giorgio diceva: «Era un ragazzo meravi­glioso, che faceva rispettare la religione anche ai non credenti. Sen­tivi che in lui tutto procedeva da una fede robustissima. Ed era pieno di vita e cordiale».

Doti riconosciute su «L’Osservatore Ro­mano» in un articolo del 15 dicembre 1933 dall’accademico di Francia Georges Goyau, contemporaneo di Pier Giorgio e, come lui, estimatore della «Rerum novarum» di Leone XIII.

Il professor Gustavo Colonnetti, docente al Politecnico di Torino e poi accademico pontificio: «Dalla sua bocca non uscì mai una parola men che corretta. Se poi altri ne pronunciava in sua presenza, non prote­stava né dettava precetti, ma si asteneva dal prendere parte alla con­versazione».

Struggente il ricordo dell’autista Giovenale Calandri: «Era amico dei figli del mio padrone! Ero entrato al­la Crocetta per fare una piccola offerta per i poveri. E chi trovo? Il signor Frassati in persona. Gli consegnai i pochi soldi. Rimase commos­so e mi strinse non una mano ma tutte e due con un trasporto che com­mosse pure me. Poi cominciammo a parlare di carità e divenimmo grandi amici».

Per il compagno di liceo al «Massimo d’Azeglio», Mario Attilio Levi: «Era un po’ il nostro Sigfrido, il fanciullo eroico e primitivo, con una forza vitale che pareva assai superiore alla forza fisica. Ci accorgevamo benissimo che aveva una vita interiore in formazione che rappresentava un mistero, una riserva di sorprese e incognite».

Per il professor Luigi Gedda – che fu presidente dell’Azione Cattolica a Novara, poi di Torino, infine di quella nazionale – lo spirito di carità è paragonabile a quello di San Giuseppe Benedetto Cottolengo. «Nella Piccola Casa svolgeva il volontariato, una carità che gli veniva anche dalla formazione nell’AC e dalla perfetta applicazione del programma “Preghiera, azione, sacrificio”».
Per il domenicano padre Mariano Cordovani è «il crociato della gioia cristiana». Il gesuita Cyril C. Martindale lo inserisce nella collana dei Santi perché «era tutto ferro e non era separato da Cristo neppure un momento per tutta la giornata».

Gennaro Auletta su «L’Osservatore Romano» del 1936 indica in due espressioni latine la sintesi di quel cammino verso l’alto: «Mens sana in corpore sano» e «Servite Domino in laetitia». Il domenicano padre Filippo Robotti, priore del convento San Domenico di Torino, in­dividua alla radice del Cristianesimo, vissuto nella sua integrità teorica e pratica, non solo «la carità che esercitò con slancio eroico, ma anche la giustizia che dà a ognuno il suo: per questo fu caldo pro­pugnatore del sindacalismo cristiano». Il domenicano Reginaldo Maria Giuliani ne racconta l’impegno come terziario domenicano come fra Girolamo «perché nel suo pensiero e nel suo cuore primeggiava la figura del Savonarola». Il domenicano Ceslao Pera è colpito dal fatto che «scuotendo il giogo della ricchezza, si libera dalle finzioni del compromesso borghese e imprime alla vita uno slancio generoso alieno da ogni egoismo. Servendosi della ricchezza per fare del bene sempre e ovunque, a tutti i bisognosi, egli proclama ad alta voce che la vera felicità è altrove». Il maestro generale dei Domenicani Martin Stanislag Gillet lo ricorda in una visita a Torino «il capo eretto, lo sguardo limpido, un fascino speciale. Agire per lui era vivere, pensare, sentire, amare, prodigarsi con tutte le risorse e gli slanci della natura e della grazia».

In una commemorazione in televisione nel 1965 padre Mariano da Torino (Paolo Roasenda) traccia un singolare profillo di Pier Giorgio «vittorioso nel­le battaglie più difficili: ha vinto la febbre dell’oro, fece del denaro mai un fine ma un mezzo; ha vinto la febbre dei sensi, forte come un al­pino egli fu un puro; ha vinto la febbre della superbia. Tutto perché era innamorato di Cristo».

Quando mori – ricorda Igino Giorda­ni – il padre Alfredo, liberale, già prorietarioe direttore de «La Stampa»,  scrive un biglietto ad Alcide De Gasperi: «Pier Gior­gio apparteneva al tuo partito, come alla tua fede» e rievoca le parole di Santa Caterina: «Si faccia l’amara volontà di Dio». Anche don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare – nel quale Pier Giorgio militava – insiste sull’interiorità: «Per quanto sia un giovane d’eccezione, all’occhio umano non risulta estraneo al mondo, né da esso estraniato. Nel processo interiore di formazione e nelle intime sugge­stioni della grazia sarà bruciata la scoria di contatto con il mondo».

Il cronista di «nera» de «La Stampa» Ubaldo Leva |racconta un episodio curioso. Una sera a caccia di notizie, nel centro della città, «intravidi un passante che si annuncia­va con un canto strano: una specie di nenia grave e lenta. Andava di corsa senza fretta, un trotterellare ritmico a passi sostenuti e cadenzati, da ginnasta. In quel canto riconobbi le parole latine, un canto di chiesa. Rallentai incuriosito: era Pier Giorgio, che andava in quella strana maniera, cantando un inno religioso e misurando i pas­si su quell’inno. Tutto assorto, non mi riconobbe».

Il giornalista Luigi Ambrosini racconta su «La Stampa» i funerali di «un giovane caro a Dio. Una grande bontà diffusa era nel dolo­re comune, un desiderio di pace che non riusciva a esprimersi era nel­la profonda angoscia della gente». L’amico di giochi, di studi e di preghiera Marco Beltramo Ceppi ricorda un particolare dei funerali a cui partecipa tutta Torino: «Mentre avanzavamo portandolo in mezzo alla folla, venne verso di noi un assistito, dal passo incerto, appoggiato a una bambina: col gesto tremolante dei ciechi protese la mano fino a toccare il legno del feretro, segnandosi quindi con un ampio segno di croce».

Lo storico Arturo Carlo Jemolo, nel cinquantesimo della morte, nel 1975, scrive: «Questa figura di cristiano appare vera­mente singolare. Certe manifestazioni di cattolicesimo a viso aperto – i lunghi saluti passando dinanzi a ogni chiesa – oggi parrebbero persino ostentate; e sono connesse alla reazione all’anticlericalismo ancora tanto diffuso nella sua generazione, e più ancora nella genera­zione dei suoi genitori. Una reazione al rispetto umano, alla paura di apparire un “paolotto”, comune anche a chi in cuor suo deplorava certe manifestazioni di anticlericalismo becero. Scorgere tali forme di aperta dichiarazione di fede in un giovane nella posizione sociale di Pier Giorgio poteva incutere coraggio a più d’uno».

Pier Giuseppe Accornero

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