«Pier Giorgio Frassati tra storia e memoria» è il convegno organizzato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin, sabato 15 novembre 2025 alle ore 9-13 al Polo del Novecento, Palazzo San Celso, Sala conferenze, Piazzetta Antonicelli, Torino.
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Il 9 novembre 1925, un secolo fa, Alfredo Frassati è costretto dal fascismo a lasciare la direzione de «La Stampa» perché aveva chiesto sul giornale le dimissioni di Mussolini. Qualche giorno prima il prefetto di Torino sospese con un pretesto la pubblicazione del quotidiano e il primo ad andarsene fu Luigi Salvatorelli che, insieme al direttore, aveva condotto la battaglia contro il nazionalfascismo. Il 28, esce sul «Corriere della Sera» il «commiato» del direttore Luigi Albertini, estromesso dai soci (fascisti) di maggioranza. Un mese dopo i fascisti cacciano dalla Federazione della stampa il presidente Giuseppe Meoni, colpevole di aver criticato il decreto legge che conferisce ai prefetti il potere di diffidare il direttore di un giornale e dichiararlo decaduto. Il 31 dicembre la parabola nera si compie: la Camera approva la legge sulla stampa, elaborata dal ministro dell’Interno Luigi Federzoni e dal guardasigilli Alfredo Rocco, misure liberticide che soffocano i giornali. L’attacco alla libertà di stampa è tipico dei governi autoritari, compreso quello di Giorgia Meloni: Mussolini vuole allineare tutte le testate al verbo fascista.
Pier Giorgio Frassati di fronte al fascismo – Scrive la biografa Carla Casalegno: «Il profondo senso della dignità di ogni vita e del rispetto a essa dovuto fece sì che il suo impegno politico-sociale si intrecciasse con la netta condanna del fascismo». Il 28 ottobre 1922, Pier Giorgio scrive che «può stare muto dinanzi a una così tragica ora». Battagliero e intransigente contro ogni sopraffazione e violenza, definisce il Partito fascista «senza idee e senza ideali. Ho dato uno sguardo al discorso e tutto il sangue ribolliva nelle mie vene: sono deluso dal contegno vergognoso dei Popolari. Dove i bei programmi? Dove la fede che anima i nostri uomini? Oggi più che mai dobbiamo riconoscere che il poeta cristiano Dante aveva ragione quando esclama: “Serva Italia”».
Il regime manifesta la sua crudeltà il 10 giugno 1924 nel delitto dell’on. Giacomo Matteotti, «colpevole» di aver denunciato in un veemente discorso alla Camera le illegalità fasciste. Pier Giorgio condanna ogni «cedimento» cattolico. Si augura che il sangue di un innocente possa contribuire a salvare l’Italia: «Ringraziamo Dio che si è servito del povero Matteotti per smascherare le infamie e le sporcizie che sotto il fascio si celavano». Commovente è l’omaggio di un cattolico a Matteotti: Dio ha chiamato il deputato socialista al sacrificio di sé stesso per smascherare i colpevoli. Nell’ottobre 1923 Mussolini visita Torino e il giovane rimuove la bandiera esposta del circolo «Cesare Balbo»; si dimette e al presidente del circolo scrive: «Sono indignato perché hai esposto la bandiera che tante volte, benché indegno, ho portato nei cortei, dal balcone per rendere omaggio a colui che disfa le Opere pie, che non mette un freno ai fascisti e lascia uccidere i ministri di Dio come don Minzoni e che si facciano altre porcherie e cerca di coprire questi misfatti col mettere il Crocifisso nelle scuole. Ho tolta questa bandiera e farò quel poco che potrò per la causa cristiana e per la pace di Cristo».
Fedele agli ideali cattolici, si ribella ai doppi giochi – «Che ne pensi di tutti questi girelli che quotidianamente si vendono al fascismo, come ha fatto “Il Momento”? Sono più che stomacato. Dinnanzi a me ho il ritratto di quel mirabile ministro di Dio don Luigi Sturzo e nelle ore di sconforto lo guardo attingendo, oltre che dalla religione, anche da lui la forza per proseguire». Grande ammirazione ha per il fondatore del Partito Popolare che nel dicembre 1922 parla a Torino all’Unione del Lavoro rispondendo alla richiesta di collaborazione avanzatagli da Mussolini: «In piedi sì, in ginocchio no». Nell’aprile 1923 Pier Giorgio partecipa con entusiasmo al congresso nazionale del PPI nel Teatro Scribe di Torino e appoggia la tesi antifascista della sinistra del partito.
Antifascista e antiviolento, non accetta il binomio fascismo-cristianesimo – «Sempre abbiamo combattuto contro questo flagello d’Italia» scrive. Aggiunge Casalegno: «È consapevole del fatto che la religione non può avere niente in comune con una dottrina che esalta la forza e la violenza». Il 18 giugno 1924 le opposizioni «si ritirarono sull’Aventino delle loro coscienze» e i partiti democratici promuovono l’Alleanza universitaria antifascista, Pier Giorgio vi aderisce e si impegna a organizzare una manifestazione in ricordo del deputato assassinato. Per la ferma avversione al regime, il 22 giugno 1924 la casa del senatore Alfredo Frassati è assalita dagli squadristi fascisti. E, pochi mesi dopo la morte di Pier Giorgio, nel gennaio 1926, un ordine del governo gli impone di svendere «La Stampa».
L’aggressione domenica 22 giugno 1924; insieme alla mamma e alla domestica, in casa c’è Pier Giorgio che reagisce con decisione e caccia gli aggressori. Ricostruisce la sorella: «La mamma, la domestica Paola Marchisio e Pier Giorgio si erano appena messi a tavola, quando suonò il campanello. La domestica va ad aprire. Sulla porta si presenta un giovanotto che le chiede del “commendatore”. Rispose che era assente. Dopo qualche secondo di silenzio, quegli spalancò l’uscio con un calcio, si slanciò in casa seguito da cinque compari. Fu talmente improvvisa e inaspettata l’irruzione che la donna ne rimase stravolta. Urlò “Aiuto” e a precipitò al balcone a gridare. Pier Giorgio scattò, raggiunse gli assalitori e come vide uno che si preparava a strappare il telefono, con un colpo al braccio glielo fece cadere di mano e gli si lanciò contro. Bastarono pochi pugni e le sue invettive, a farli mutar direzione: da gradassi assalitori divennero lepri in fuga».
Pier Giorgio si difende con le armi con cui è attaccato: i pugni. Commenta Casalegno: «Le sue reazioni, come in altri casi, non furono incontrollate o dettate da vendetta: al di là della legittima difesa, la sua abituale serenità è espressione di salda fermezza, capace di perdonare e di pregare per i nemici». La notizia dell’aggressione suscita profonda impressione e ha vasta risonanza su «La Stampa» e sui maggiori quotidiani. Luciana ne viene a conoscenza dal lodinese «Times» che mette in risalto il coraggio del «giovane Frassati». E scrive al fratello: «Qui a Londra passi per un eroe». Il conte Sforza, amico del senatore, invia un messaggio di felicitazioni «per lo scampato pericolo». Da Buffalo negli Stati Uniti, padre Filippo Robotti gli scrive: «Ho appreso dai giornali americani la tua prodezza nel cacciare i briganti fascisti e faccio le più vive congratulazioni». La mamma aggiunge: «Si vede che il nostro caro stupidone Pier Giorgio è maturo nei momenti difficili».
Pier Giuseppe Accornero



