Pio XII e il Vaticano dopo l’armistizio dell’8 settembre

Ottant’anni fa – Alle prime ore del 9 settembre 1943 sulle coste della Campania, presso Salerno, inizia l’operazione «Avalanche» per aprire un nuovo fronte a sud di Roma. L’Urbe è teatro di violenti scontri tra i due eserciti sino al giorno prima alleati. Comunisti, democristiani, liberali, socialisti, demo-laburisti e Partito d’Azione formano il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)

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Foto Vatican news

Alle prime ore del 9 settembre sulle coste della Campania, presso Salerno, inizia l’operazione «Avalanche» per aprire un nuovo fronte a sud di Roma. L’Urbe è teatro di violenti scontri tra i due eserciti sino al giorno prima alleati. Comunisti, democristiani, liberali, socialisti del PSIUP, demo-laburisti del PD e Partito d’Azione formano il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Nel caos interpretativo lasciato dalle confuse disposizioni di Pietro Badoglio si spara ovunque.

Meno di dieci ore dopo l’annuncio dell’armistizio, i Savoia lasciare Roma. Una fuga precipitosa verso l’Adriatico nel timore che i tedeschi prendano il controllo della capitale. Vittorio Emanuele III, la regina Elena e il principe ereditario Umberto abbandonano la capitale alla testa di convoglio di numerose automobili, tra le quali quella del generale torinese Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggiore dell’Esercito. Sulla FIAT 2800 grigioverde dei reali non c’è la principessa Mafalda di Savoia, che è in Bulgaria, moglie del principe tedesco Filippo, langravio d’Assia-Kassel. Lasciata all’oscuro di tutto e fatta prigioniera dai nazisti, muore nel campo di concentramento di Buchenwald per le ferite in un’incursione aerea alleata e per la mancanza di cure.

Durante il trasferimento l’automobile del maresciallo Badoglio si guasto e il capo del governo è trasbordato su quella di Umberto. Per tutto il tragitto il principe ereditario manifesta la sua evidente irritazione per la sciagurata scelta di abbandonare Roma. Badoglio gli ingiunge di accantonare ogni proposito di disattendere agli ordini. La responsabilità morale e politica di questi fuggitivi è quella di aver pensato solo a salvarsi, abbandonando l’Italia alla guerra civile e gli italiani a una pessima sorte.

Badoglio, a notte fonda, si imbarca a Pescara su una nave della Regia Marina inviata in soccorso dei fuggiaschi. Il maresciallo salva la pellaccia ma il suo comportamento è altamente censurabile con le sue simpatie per il duce e il fascismo per il suo comportamento in Africa: nel maggio 1948 il governo dell’Etiopia invia alla commissione dell’ONU per i criminali di guerra una lista di 10 presunti criminali, comprendente Badoglio, «per il deliberato uso di gas e il bombardamento di ospedali della Croce Rossa, ordinato durante la campagna del 1935-36». Anche allora riesce a evitare il peggio. Ma la storia lo condanna per il suo comportamento come capo del governo dopo Mussolini. Non è una bella cosa che, anche dopo la caduta di Mussolini, il Comune nativo, in provincia di Asti, abbia conservato il nome Grazzano Badoglio, imposto dal fascismo: forse è il caso di tornare a Grazzano Monferrato.

Vittorio Emanuele III il 9 settembre a Pescara  «pregusta un vero pranzo regale: le portate del banchetto – ognuna in francese sul menu – furono pari alle sue aspettative. Nove portate, tanto improvvisate quanto eccellenti e il sovrano sentì il dovere di congratularsi con lo chef Aquilino Beneduce. A stonare c’era solo un piccolo particolare: quell’abbuffata si consumò nel castello di Crecchio vicino a Pescara, alle 13 del 9 settembre 1943, nei giorni in assoluto più tragici della nostra stona unitaria. Mentre il re mangiava, il Paese era sconvolto dai lutti e dalle privazioni imposte da una guerra ormai perduta». Lo scrive lo storico Giovanni De Luna recensendo su «La Stampa» («Il re assaggiava le sue nove portate e l’Italia il gusto amaro della sconfitta») il libro di Marco Patricelli «Tagliare la corda. 9 settembre 1943 Storia di una fuga» (Solferino, 2023). Il 10 settembre il sovrano e il suo seguito partono per Alessandria d’Egitto.

Il 30 agosto 1943 Pio XII manda un messaggio al presidente Franklin Delano Roosevelt, dopo la caduta di Mussolini. Il latore negli Usa il conte Enrico Galeazzi non incontra Roosevelt ma si serve, d’accordo con il Papa, dell’arcivescovo di New York Francis Joseph Spellman. Il 5 settembre 1943, Spellman e altri due vescovi incontrano il presidente che si impegna a «fare ogni sforzo per salvaguardare Roma». Ancora una volta «Pio XII utilizza canali informali, preferendo agire attraverso gli episcopati, come già accadeva in Germania» scrive Andrea Tornielli in «Pio XII Eugenio Pacelli un uomo sul trono di Pietro» (Mondadori, 2007), un libro organizzato su notizie minute e interessantissime, che non si trovano in altri libri: il 9 settembre «il Papa imparte istruzioni, dopo che era giunta notizia dei movimenti di truppe». Le annota il fedelissimo mons. Giovanni Battista Montini: «Dare ordini alla Guardia Svizzera che ogni evenienza non faccia uso di armi da fuoco. Si telefona tale ordine al comandante della Guardia Svizzera». Chiosa Tornielli: «Pio XII e i suoi collaboratori non escludono l’eventualità che il Vaticano sia occupato dalle truppe tedesche. La linea decisa è di non opporre alcuna resistenza. Anche se erano passati oltre settant’anni, è probabile che fosse ancora ben presente la memoria di quanto accaduto con la presa di Porta Pia» il 20 settembre 1870. «Pacelli non vuole che le sue guardie sparino neanche un colpo».

I tedeschi mettono sentinelle di guardia in piazza San Pietro. Tornielli racconta: «Quando piove, il Papa, che le vede pattugliare in lungo e in largo il confine tra Italia e il Vaticano esclama: “Poveri ragazzi! Potete tranquillamente ritirarvi al coperto. Il Papa non vi scappa di certo!». Agli ingressi del Vaticano sono affissi cartelli, in italiano e tedesco, con una scritta concordata: «Il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per incarico del cardinale Luigi Maglione, segretario di Stato del regnante Sommo Pontefice Pio XII, attesta che questo è uno degli accessi allo Stato della Città del Vaticano, Stato sovrano, indipendente e neutrale. L’accesso gode del diritto dell’inviolabilità». Il comandante tedesco fa affiggere un altro ordine alle porte dei palazzi extraterritoriali, degli istituti ecclesiastici e delle case religiose: «Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizioni o requisizioni». «Disposizione provvidenziale – commenta Tornielli –  dopo la barbara razzia degli ebrei del ghetto di Roma. L’ordinanza sarà generalmente rispettata. Fanno eccezione le incursioni compiute per ordine e sotto le direttive del neofascista altoatesino Pietro Koch con gli uomini della sua banda, accompagnati da alcune SS».

L’eroico sottufficiale dei Carabinieri Salvo D’Acquisto – Nelle zone sottoposte al controllo tedesco valgono le leggi di guerra del Reich e i delitti contro le forze armate sono giudicate secondo il diritto bellico germanico. È proibito qualsiasi sciopero. Ogni atto ostile è punito con la fucilazione. Il 23 settembre a neppure 23 anni Salvo D’Acquisto a Torre di Palidoro (Roma). Si autoaccusa della morte di due soldati germanici deceduti per l’esplosione di casse abbandonate di munizioni. Il comandante delle SS è convinto che sia un attentato. Dopo estenuanti trattative e ripetuti interrogatori, D’Acquisto rende una falsa confessione per salvare dall’eccidio 22 inermi civili ed è fucilato dai nazisti. È in corso la causa di beatificazione.

Pier Giuseppe Accornero

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