Pizzaballa: “se ne parla meno, ma a Gaza si continua a morire”

Il cardinale in Italia – «Se ne parla meno ma a Gaza si continua a morire». La denuncia è del cardinale patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa: «Sei mesi fa si parlava soprattutto di fame, oggi si muore anche per il freddo e per infezioni banali, perché mancano gli antibiotici e i medicinali di base»

177

«Se ne parla meno ma a Gaza si continua a morire». La denuncia è del cardinale patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa: «Sei mesi fa si parlava soprattutto di fame, oggi si muore anche per il freddo e per infezioni banali, perché mancano gli antibiotici e i medicinali di base». E il «bullo» della Casa Bianca, Donald Trump, sta per annunciare il piano di ricostruzione dell’area distrutta dagli israeliani dopo che hanno massacrato i palestinesi. Intanto, il governo l’Italia, campione di abiguità, non sa quale scelta fare.

Pizzaballa parla in Toscana e rivela che la guerra continua, cioè che gli israeliani proseguono ad ammazzare i palestinesi; che «a Gaza non ci sarà nessun resort»; che «la reciproca mancanza di fiducia e una politica di corto respiro sono un ostacolo alla pace. Però bisogna lavorare per qualcosa di diverso. Abbiamo bisogno di costruire e tenere viva anche la narrativa di persone – che sono la maggioranza – le quali vogliono vivere serenamente in pace, riconosciuti nei loro diritti e riconoscendo i diritti altrui».

Intervistato da «Avvenire», Pizzaballa parla del raggiungimento della pace a Gaza e in Terra Santa, tuttora in una situazione di estrema tensione. Per la Striscia di Gaza sottolinea che è impossibile pensare alla ricostruzione senza tenere conto del dolore, delle aspirazioni e della dignità dei due milioni di palestinesi che la abitano: «Non ci sarà nessun resort di lusso a Gaza» replica ai mirabolanti piani dell’amministrazione Usa. A Gaza si continua a morire nonostante il «cessate il fuoco»: «Non ci sono più i bombardamenti a tappeto, ma ci sono le esecuzioni mirate». Il 96 per cento delle case è raso al suolo, «le scuole sono chiuse da tre anni e mancano i medicinali, per cui si muore di freddo, di infezioni e per mancanza di cure». Nella parrocchia cattolica della Sacra Famiglia 23 persone sono morte per il «fuoco diretto» e altrettanti sono deceduti per fame e freddo.

Non si fa illusioni, Pizzaballa. Nulla tornerà come prima in quella terra «e neppure sappiamo come sarà il dopo. Parlare di pace per ora non ha molto senso. La pace ha bisogno di cultura, di fondamenta, di politica, di un minimo di fiducia, mentre la fiducia è stata la prima vittima di questa guerra». E la presenza cristiana a Gaza? La scelta di rimanere – anche da parte della Caritas, iscritta da Benjamin Netanyahu nel libro nero – non è una scelta politica, «bensì di fedeltà verso i più fragili che non possono muoversi, di coerenza e di solidarietà».

Il patriarca ricorda i tanti segni di attenzione e gesti di solidarietà ricevuti da ogni parte del mondo «anche da diocesi piccole e poverissime». Segnali che rincuorano e che fanno sentire i palestinesi meno soli e isolati. In questo momento la preoccupazione maggiore riguarda la Cisgiordania, dove la situazione è in continuo deterioramento e dove tutto va nella direzione della «cancellazione lenta e progressiva dei diritti dei palestinesi. Abbiamo 23 parrocchie in Cisgiordania e ogni giorno arrivano richieste di aiuto contro i soprusi e le violenze, ma non sappiamo a chi rivolgerci». Pizzaballa non lo dice ma questo è il risultato della politica di Tel Aviv che continua «con i soprusi e le violenze», che tali restano anche se compiuti nel silenzio di Israele. La convinzione è che la situazione non è destinata a cambiare: «Per costruire la pace serve una nuova visione politica. Questo non è il momento dei grandi gesti, è il momento di fare rete, di preparare il terreno, di individuare chi vuole la pace perché in un futuro sarà di loro che avremo bisogno per ricostruirla». Circa l’impegno comune spiega che «il desiderio di pace deve diventare cultura, che nasce nelle scuole, nelle famiglie, nei media, un lavoro faticoso che chiede tempo ed energia, ma che bisogna fare».

Il suo sguardo si spinge avanti, al Giubileo della Redenzione del 2033: sull’esempio di quello promosso da Pio XI nel 1933 per i 1900 anni dell’era cristiana, Papa Leone – o il suo successore – fra sei anni celebrerà i 2000 anni della Redenzione. Per Pizzaballa sarà «un’occasione per riaffermare il ruolo delle religioni nella costruzione di percorsi di pace: «Gerusalemme è il luogo dove questo desiderio della pace è custodito, ma anche più minacciato. È sempre difficile essere cristiani e la nostra fede è complicata, però il fatto che ci siano queste difficoltà vuol dire che la testimonianza cristiana è ancora viva. E la fede, se e quando è libera, dà fastidio perché la nostra libertà è legata a Qualcuno che ha dato la vita per amore e non è espressione del potere umano».

Pier Giuseppe Accornero

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome