Politica inaffidabile sul fine vita

Regioni in ordine sparso – Assurdo Far west in assenza di una legge nazionale: anche in Piemonte il progetto radicale per il suicidio assistito

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Procede a strappi e da posizioni contrapposte anche in Piemonte il dibattito sulla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito, che i radicali e una parte della sinistra vorrebbero veder prestato gratuitamente dal Servizio Sanitario e come diritto esigibile senza tentennamenti da tutti malati con gravi patologie irreversibili, che siano fonte di sofferenza intollerabile e richiedano trattamenti di sostegno vitale (criteri enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato/Dj Fabo).

Dopo il Veneto e l’Emilia Romagna, se ne sta occupando anche il Consiglio regionale del Piemonte: la proposta di legge regionale promossa dai radicali dell’associazione Coscioni (dopo aver incassato due anni fa il «no» della Corte costituzionale al referendum sul tema, perché non avrebbe preservato la tutela minima della vita «in particolare delle persone deboli e vulnerabili») è all’esame della Commissione Sanità del Consiglio, che questa settimana termina le audizioni di esperti, organizzazioni e associazioni.

Le minoranze nel parlamentino piemontese sono favorevoli al provvedimento, con eccezioni ben marcate, come quella del consigliere dei Moderati Silvio Magliano. Più complicata da decifrare è la posizione della maggioranza Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia che finora si è limitata a sostenere, per bocca del presidente del Consiglio Stefano Allasia, che «la materia non è di competenza regionale, ma nazionale».

Spingono per l’approvazione i favorevoli alla somministrazione del farmaco letale come prestazione sanitaria pubblica gratuita e garantita dalle Asl: sostengono che la Corte Costituzionale abbia posto le basi per regolamentare le modalità e i tempi del suicidio assistito (propongono tempi velocissimi, 27 giorni dalla richiesta), senza nemmeno prevedere l’obiezione di coscienza del personale sanitario. Il fronte opposto – composto da giuristi, medici e organizzazioni di tutela dei più deboli, non solo di ispirazione cattolica – sta chiedendo un immediato stop degli iter regionali, considerati illegittimi e dispersivi in mancanza di una legge nazionale; sollecita una maggiore attenzione ai malati attraverso il concreto riconoscimento delle cure, anche di lunga durata e di contrasto al dolore.

Competenza nazionale. La proposta dei radicali è stata presentata anche in altre Regioni d’Italia, dove segue (o ha seguito, come nel caso del Veneto, dov’è stata bocciata) iter diversi. Una «babele», nella quale si è distinta per estremismo la Giunta dell’Emilia-Romagna, presidente Stefano Bonaccini (Pd), che il 5 febbraio ha approvato una delibera di «istruzioni tecnico-operative» – nemmeno una proposta di legge, sottoposta al dibattito di tutto il Consiglio regionale, nel quale la stessa maggioranza si sarebbe spaccata tra favorevoli e contrari. Obiettivo: l’attuazione del suicidio medicalmente assistito nelle strutture del Servizio Sanitario nazionale autorizzato da un semplice atto amministrativo.

Qualificati osservatori della materia hanno fatto notare che il fiorire di proposte di legge regionale in fotocopia si fonda su una palese forzatura. L’Avvocatura generale dello Stato era intervenuta nei primi casi – Friuli Venezia Giulia e Veneto, entrambi finiti con la bocciatura della proposta – con una dettagliata nota per chiarire che la materia della legge d’iniziativa popolare sul suicidio assistito va ben oltre il perimetro dell’organizzazione sanitaria di competenza regionale.

Era il novembre del 2023 e l’indicazione era chiara: fermare gli iter regionali ed eventualmente spostare la discussione sul piano nazionale. I massimi avvocati dello Stato precisavano che sulla sanità le Regioni non decidono da sole, ma a valle di Parlamento e Governo, che sono chiamati a fissare le regole generali e le prestazioni obbligatorie (livelli essenziali) per garantire trattamenti uniformi su tutto il territorio nazionale. Il parere si concludeva con l’ammonimento: «L’eventuale approvazione della proposta in questione potrebbe esporsi a rilievi di non conformità al quadro costituzionale», cioè l’approvazione della norma regionale potrebbe essere impugnata dal Governo – oppure come ricorso incidentale di un singolo cittadino – e non passare il vaglio della Corte costituzionale.

Malati «inutili». In un articolato contributo sul tema, il giurista Francesco Farri (Centro studi Rosario Livatino) ha aggiunto motivi di contenuto all’illegittimità delle proposte di legge regionali, argomenti che sono stati citati nelle audizioni dei giuristi in Consiglio regionale lunedì 12 febbraio. «La sentenza Cappato/Dj Fabo 242/2019, cui la proposta fa riferimento fin dal titolo, ha un ambito ben preciso, che è quello di dichiarare incostituzionale la norma che puniva in ogni caso e senza differenziazione l’aiuto al suicidio, ma non è una sentenza che istituisce un ‘diritto al suicidio’». Non esiste, quindi, un dovere del Servizio pubblico di procurare la morte richiesta. Con l’aggiunta del fatto che il Servizio Sanitario «tutela la ‘salute’ e garantisce ‘cure’ alle persone, mentre per definizione il farmaco suicidario non tutela la salute della persona e non la cura, bensì la sopprime».

Sul tema delle «alternative» al suicidio, ha centrato la sua relazione di fronte ai consiglieri piemontesi Massimo Gandolfini, primario neurochirurgo dell’ospedale Fondazione Poliambulanza di Brescia e presidente nazionale dell’associazione Family Day. «Sul piano strettamente medico, la proposta omette il ‘prerequisito’, indicato dalla Corte costituzionale, del passaggio attraverso un trattamento medico – palliativo». In più, «sul piano culturale, considerato l’allungamento della sopravvivenza e, di conseguenza, l’aumento delle condizioni di malattia legate all’età avanzata, aprire la porta al suicidio medicalmente assistito (come all’eutanasia) può vuol dire introdurre – anche solo indirettamente – un principio di ‘inutilità’ della vita, che ricorda, purtroppo molto da vicino, l’aberrante formula delle ‘vite indegne di essere vissute’». I dati del Canada, dove il suicidio assistito è stato introdotto nel 2016 e poi ampliato nel 2021, sono allarmanti: «Proprio nel 2021 – ha ricordato Gandolfini – delle 10 mila persone che hanno fatto ricorso a suicidio assistito/eutanasia, il 36% l’ha motivato con il ‘sentirsi di peso’ e il 17% perché ‘solo e abbandonato’».

Non autosufficienti e hospice. Tra gli auditi dalla IV Commissione del Consiglio regionale del Piemonte c’è la Fondazione Promozione Sociale, che insieme a una ventina di associazioni del Coordinamento Sanità e Assistenza (Csa) è punto di riferimento per la promozione dei diritti e la tutela di malati e delle persone con grave disabilità non autosufficienti. «L’eventuale, nefasto, via libera della Commissione per il voto in Consiglio regionale – ha fatto notare il vicepresidente Mauro Perino –, avverrebbe in una Regione che non adempie in toto agli obblighi definiti dai Livelli essenziali di assistenza sanitaria e socio-sanitaria». Nel solo Comune di Torino, secondo dati istituzionali riportati nell’audizione, le cure socio-sanitarie domiciliari per i malati cronici non autosufficienti sono state negate dall’Asl a 4.500 persone, mentre a fine ottobre 2021 (ultima rilevazione disponibile dopo le interrogazioni della consigliera regionale Monica Canalis) la Regione Piemonte ha certificato quasi 5 mila malati cronici non autosufficienti richiedenti, ma non beneficiari, della quota sanitaria in Rsa e oltre 11 mila ai quali sono state negate le prestazioni domiciliari di cura e assistenza continuativa.

Non va meglio sul fronte delle cure palliative dove c’è chi si chiede se, allo stato dei servizi offerti, si potrebbe qualificare quella dei malati per il suicidio assistito come una scelta «libera» e non «di disperazione». L’ultimo rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della legge nazionale in materia, collocava il Piemonte tra le regioni in «grave deficit» di posti letto in Hospice rispetto al fabbisogno, con il valore minimo di tutto il nord Italia per deceduti di tumore in strutture dedicate al fine vita, rispetto al totale.

La Regione Piemonte sta lavorando per recuperare terreno rispetto al fabbisogno di hospice, che nella sola Provincia di Torino ammonta a 195 posti. Ne sono stati attrezzati 143. Altri 16 sono in programmazione, per gli altri 36 il Ministero ha rinviato i termini al 2028.

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