Prastaro, “perchè il Festival della Missione”

Dal 9 al 12 ottobre – Si aprono il 9 ottobre quattro giornate in cui la missione è protagonista a Torino con un Festival nazionale – promosso da Fondazione Missio e dalla Conferenza degli istituti missionari in Italia in collaborazione con la diocesi di Torino – che ha come filo conduttore “Il Volto prossimo”. Ne parla mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti e delegato della Conferenza episcopale piemontese per le missioni. IL PROGRAMMA

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Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti e Delegato dei Vescovi piemontesi per le opere missionarie

Si aprono il 9 ottobre quattro giornate in cui la missione è protagonista a Torino con un festival nazionale – promosso e sostenuto da Fondazione Missio e dalla Conferenza degli istituti missionari in Italia in collaborazione con la diocesi di Torino – che ha come filo conduttore “Il Volto prossimo”. Giorni in cui fa ancora parlare la missione della Flottilla, che ha cercato di portare via mare aiuti umanitari al popolo di Gaza, e all’indomani del coinvolgimento, in un raid russo in Ucraina, di un convoglio sul quale viaggiavano attivisti italiani di ritorno da una missione del Movimento europeo di azione non violenta.

Ne abbiamo parlato con mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti e delegato della Conferenza episcopale piemontese per le missioni.

Missione è la parola cuore del Festival, ed è anche parola che ricorre in questi giorni di guerra. Quale è l’accezione, la prospettiva in cui viene declinato questo termine nella manifestazione torinese?

Anzitutto dobbiamo sottolineare che quando come cristiani parliamo di missione non parliamo di un’opera umanitaria, è qualcosa di più. È la risposta al desiderio di annunciare il Vangelo, di portare ad altre persone quella Parola che poi trasforma la vita, che le dà senso.

Il Vangelo, quando viene accolto, cambia l’esistenza e insegna ad andare incontro alla vita ed e così facendo che trasforma la società.
Missione come cambiamento?

Sì, la missione nel senso evangelico è sempre portatrice di un cambiamento nel cuore dell’uomo che diventa e genera poi anche quello che viene visto come “sviluppo” in termini sociali. La missione diventa motore di trasformazione, non per un tornaconto personale, ma per un bene più grande. Per questo c’è bisogno di missione oggi, tanto più in una società individualista. La missione guarda all’altro.

Il bene dell’altro, lo sguardo all’altro… è in questo senso che va dunque letto il titolo del festival “Il volto prossimo”?
L’annuncio del Vangelo non è solo un annuncio che viene fatto a parole, ma si deve dare forma a ciò che si dice. L’annuncio del Vangelo deve diventare prassi di ciò che è: diventare carità. E questo significa che è un annuncio che fa superare i propri egoismi per andare incontro alle persone. Non si tratta di compiere gesti eclatanti – come testimonierà ad esempio una delle religiose che saranno presenti al Festival, Natalina Isella, che da quasi cinquant’anni opera nella Repubblica Democratica del Congo per le bambine perseguitate. Si tratta di quella “banalità de bene” che si realizza quando di fronte a un bisogno dell’altro non ci si volta indietro e quando si guarda il volto del prossimo con occhi nuovi capaci di vedervi il volto di Cristo, o quando si compie un bene disinteressato, in modo pacifico. Questo è quello che il Festival mostrerà attraverso voci, esperienze, storie e che siamo invitati a scoprire per vivere poi in modo nuovo.

Ma in un contesto come quello attuale in cui la rete, i social ci mettono già in contatto con posti lontani, ci permettono già di condividere e di venire a conoscenza delle situazioni in cui operano i missionari, a cosa serve il Festival?

L’incontro viso a viso che il Festival consente è un’altra cosa. È come ascoltare una canzone a un concerto rispetto a quando la si sente a casa. Il Festival ci porterà a contatto con le persone che la missione la vivono e sarà questo incontro personale che potrà far vibrare il cuore, suscitare reazioni profonde, innescare un cambiamento. E poi in un Festival c’è una dimensione collettiva, un ritrovarsi in ascolto insieme ad altri che può generare condivisione, attivare processi di cambiamento, confermare certe scelte. Nel festival si tocca con mano che non si è da soli a credere e a promuovere certi stili di vita: c’è un valore nella dimensione collettiva che si realizza.

Una dimensione collettiva che stiamo percependo in particolare questi giorni di manifestazioni per Gaza e legate alla Flottilla…

Papa Leone in un videomessaggio il 12 settembre, affermava che «La globalizzazione dell’indifferenza che Papa Francesco denunciò proprio a partire da Lampedusa, sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza». Credo che la Flottilla sia un segno, una risposta a quella globalizzazione dell’impotenza che ci fa pensare che i problemi siano troppo complessi che non si possa fare niente. Di fronte al dramma terribile del 7 ottobre e a quello che ne è seguito sono invece testimonianze che c’è ancora una parte di umanità che si indigna e non sono i ‘grandi’ della terra ma una parte di umanità, di quel mondo degli umili, che non si è lasciata scoraggiare. Quelle barche hanno compiuto un gesto di grande provocazione, hanno generato imbarazzo nei governi e noi auspichiamo che così si sentano provocate le coscienze di chi non segue la logica evangelica, e che altri raccolgano il segnale. Così al Festival, speriamo che chi verrà e ascolterà i tanti testimoni che cercano di vivere fino in fondo il Vangelo troverà una via per vincere la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza, per guardare ad esempio anche alle vittime delle guerre non come a numeri, ma come a volti che soffrono anche per conseguenze di scelte che interpellano ciascuno.

IL PROGRAMMA

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