Preghiera per la pace in Duomo

Torino – La preghiera per la Pace si è elevata dalla Cattedrale nella notte di domenica 31 dicembre durante la solenne celebrazione presieduta dall’Arcivescovo mons. Roberto Repole alle 23.30. In serata, prima della Messa in Duomo, l’Arsenale della Pace ha ospitato il tradizionale Cenone del Digiuno seguito dalla Marcia della Pace fino in Cattedrale con una tappa alla Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo. GALLERY MARCIA DELLA PACE – GALLERY MESSA IN DUOMO

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La Chiesa torinese ha pregato per la pace nella notte di capodanno, tra un 2023 segnato dal nuovo conflitto in Terra Santa e un 2024 che il mondo ha inaugurato nella speranza di veder cancellate le tante guerre che lacerano l’umanità. L’Arcivescovo Repole ha voluto «segnare» così il passaggio al nuovo anno: con una Messa per la pace in Cattedrale.

«Se abbiamo la forza, in questa notte, di ritagliarci qualche istante di silenzio meditativo», ha esortato Repole, «nello scorrere fluente e a volte vorticoso del tempo, per rivolgere e riguardare con uno sguardo l’anno che abbiamo alle spalle, dobbiamo dirci con sincerità che è un anno in cui si sono accumulate infinite sofferenze a motivo della violenza degli uomini. È soltanto di questa mattina la notizia di donne violentate e stuprate nella Striscia di Gaza, nel bel mezzo di un conflitto che sta uccidendo tante persone innocenti, che sfascia delle famiglie, che provoca delle solitudini incolmabili, che mette paura, insicurezza. E abbiamo alle spalle un anno di conflitto ininterrotto nella vicina, tutto sommato, Ucraina. E se questo sguardo lo solleviamo anche più vicino a noi, non è che le cose vadano tanto meglio.

Quante donne sono state uccise in questo anno? Quante persone sono state vittime della violenza e della rabbia altrui? E se lo sguardo lo allarghiamo in maniera ancora più profonda, dobbiamo dirci che quest’anno, come molti altri anni, ha incrementato delle ingiustizie che, prima o poi, porteranno inesorabilmente nuovi conflitti. Come pensare che nasca la pace dal fatto che ci siano pochissimi uomini che detengono la quasi totalità delle ricchezze del mondo, mentre altri devono accontentarsi delle briciole? Come si può pensare che fiorisca la pace quando ci sono Paesi che ancora mancano del necessario per vivere, mentre altri sciupano, inconsapevolmente, ciò che è patrimonio di tutti, compreso quel patrimonio che è la nostra comune madre Terra?».

A questi interrogativi sollevati nell’omelia, mons. Repole ha proposto una risposta, fondata sulla consapevolezza del male che alberga nel cuore dell’uomo, ma che si può sconfiggere con «realismo».

«Dobbiamo dirci in questa notte che forse dobbiamo farla finita con l’illusione e l’utopia della pace e cominciare a coltivare il ‘realismo’ della pace. Dobbiamo farla finita con quella utopia e con quella illusione della pace che sorge dal non fare i conti con la nostra umanità così com’è, che è un’umanità ferita, malata. Nel Cristianesimo abbiamo una parola per dirlo, che purtroppo qualche volta ci suona troppo male, ma in certe occasioni dobbiamo ridircela: è un’umanità segnata dal peccato. E questa malattia è, alla fine, l’origine di tutte le violenze, di tutte le guerre. È quella malattia della nostra umanità per cui noi siamo ripiegati su noi stessi: i nostri Padri dicevano che siamo malati di filautia, di amore di noi stessi, quell’amore di noi stessi che ci impedisce di vedere l’altro nel suo realismo, di tollerarlo come altro, di guardarlo come un alleato, come portatore di una novità e non con paura, con sospetto, con competizione. Viviamo in un’umanità malata, perché è spesso chiusa agli orizzonti dell’eternità. E, quando sei chiuso agli orizzonti dell’eternità, vedi una vita finita e, inesorabilmente, quello che conta rischia di essere il passato che hai alle spalle. E se subisci un torto, non puoi tollerare la possibilità che rimanga lì, senza vendetta.

Non possiamo coltivare l’illusione e l’utopia della pace, quella illusione e quell’utopia che ci fa pensare che la pace possa nascere da un’umanità che continua ad essere malata. Dobbiamo invece, questa notte, dare spazio al realismo della pace, che ci fa dire che diventeremo capaci della pace autentica nell’umanità, nella misura in cui accogliamo l’artefice della pace, quello che San Paolo definisce, appunto, ‘Cristo, la nostra pace’». Un invito in questa prospettiva a non scoraggiarsi dunque, ma ad assumersi le responsabilità di vivere una fede che non tollera egoismi, perché radicata in un Dio che è amore, ininterrotto in ogni istante del 2024 .

Due marce nelle strade di Torino con i giovani del Sermig

La pace si costruisce in ogni luogo, a piccoli passi, in un quotidiano fatto di servizio, di attenzione a chi fatica. Una «costruzione» che non può non partire dai giovani, ma che coinvolge ogni età e ogni cultura. Per questo il 31 dicembre c’erano piccoli e grandi a condividere lo slogan del Sermig «Costruiamo il futuro con la pace». Uno slogan che è stato il filo rosso di una giornata intensa iniziata nel primo pomeriggio del 31 in piazza Vittorio Veneto a Torino con «2024 Passi di Pace», una camminata intergenerazionale per le strade del centro con tappa finale in piazza San Carlo. Dove i «marciatori» con le bandiere della pace hanno consegnato il loro «bagaglio»: generi alimentari a lunga conservazione che saranno destinati alle missioni umanitarie promosse dall’Arsenale della Pace. E dove i più piccoli sono stati coinvolti in attività mirate a far capire che tutti sono o possono diventare «protagonisti» di pace.

Secondo momento della giornata il tradizionale «Cenone del Digiuno» con riflessioni e testimonianze sul tema della pace. Voci e storie diverse – accompagnate o mediate da video, letture e musiche – ma tutte accomunate dalla volontà di contribuire ad un processo di pace, nelle famiglie, sui luoghi di lavoro; dal desiderio di spegnere tutti quei focolai di odio che serpeggiano negli ambienti del quotidiano e che se non si arginano degenerano nei tanti episodi violenti che occupano le cronache di questi mesi.

Un tempo di ascolto dunque, di riflessione per i tanti che lo hanno sostituito al tempo di una cena: un digiuno non fine a se stesso, ma per destinare il corrispettivo di quel che si sarebbe speso per il cenone alle popolazioni colpite dalla guerra in Medio Oriente e per simboleggiare anche la disponibilità ad un sacrificio concreto per realizzare la pace.

Al termine del «Cenone» la «seconda marcia» – dal Sermig al Duomo – per la Messa per la pace presieduta dall’Arcivescovo. Una marcia che come lo scorso ha fatto una tappa intermedia in un altro luogo di pace e di preghiera: la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Lì hanno portato i saluti e l’augurio di pace per il nuovo anno Rosanna Tabasso, responsabile del Sermig, e Padre Carmine Arice, Padre generale della Piccola Casa.

«In un mondo che fa fatica a sperare», avevano sottolineato Ernesto Olivero e Rosanna Tabasso presentando la giornata, «vogliamo ricordare che la pace inizia dalle vite di ognuno. La logica della guerra sembra più forte, ma chi ci impedisce di andare in un’altra direzione? È quello che vogliamo provare a fare insieme a tanti giovani e adulti».

E a centinaia hanno raccolto l’appello, condiviso e i passi e poi la preghiera in cattedrale con il Vescovo Repole, per iniziare il 2024 all’insegna della fiducia e del desiderio di farsi costruttori di pace in ogni contesto.

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