Mentre stiamo scrivendo sono in corso le trattative per la cessione dell’Italdesign, impresa fondata a fine anni ’60 da Giugiaro e Mantovani. La Volkswagen, attuale proprietaria, sta affrontando grandi difficoltà, purtroppo comuni alla gran parte dei gruppi automobilistici occidentali (tra l’altro la crisi di Mirafiori continua ad incombere). Ci si deve augurare che un altro pezzo dell’industria e dei lavoratori italiani non traslochi verso imprenditori interessati solo ad acquisire competenze, per poi liquidare aziende e maestranze o farne spezzatino. La perdita di poli di eccellenza è una specialità torinese, sintetizzando: dalla capitale della nazione alle telecomunicazioni, passando per il cinema e per la Rai, tanto per citarne solo alcuni e per ricordare che in città (e dintorni) non si facevano solo le auto.
In corso Emilia, “Casa Aurora” era definita la nuova porta architettonica di Torino, dove c’erano gli uffici più importanti, opere artistiche moderne e contemporanee ed alcuni reparti di produzione, nulla sembra più ricordare quell’epoca. Se una importante famiglia cittadina “vestiva alla marinara”, una grande fetta di famiglie italiane, specialmente negli anni del cosiddetto “boom economico”, vestiva “alla Marus” (Magazzino Abbigliamento Ragazzo Uomo Signora, la prima grande catena italiana di negozi al dettaglio di vestiti di qualità).
Il grande stabilimento Facis (Fabbrica Abiti Confezionati in Serie) di Settimo Torinese, che arrivò ad ospitare più di cinquemila lavoratori, è fortemente ridimensionato e ha cambiato proprietario. A Racconigi, a Bosconero, a San Damiano d’Asti le fabbriche del Gft (Gruppo Finanziario Tessile, detentore dei marchi) non sono più operative da tempo,… potremmo portare altri esempi della perdita di memoria, di posti di lavoro e di ricavi economici di una realtà imprenditoriale dell’abbigliamento che, per alcuni decenni dopo la seconda guerra mondiale, fu nel mondo all’avanguardia nel suo campo. Se molti/e stilisti/e italiani/e sono ancora oggi mondialmente famosi/e (e ricchi/e) lo devono anche a questa azienda, che seppe trasformare le loro idee e i loro modelli in abiti di qualità prodotti in serie. Anche del Gft fu fatto spezzatino industriale e finanziario: questa storia non è mai stata completamente raccontata e forse non lo sarà mai nella sua interezza, perché si potrebbero toccare tasti delicati, che la tendenza al “basso profilo” di certi ambienti economici di un tempo che fu (ancora) non lo consentono. In quella situazione, è importante ricordarlo, grazie alla sensibilità degli eredi Rivetti (i proprietari) e dei dirigenti cresciuti in azienda, non ci furono ricadute negative per il personale italiano (nel mondo Gft arrivò ad occupare oltre diecimila persone). Si parla di “eredi” perché purtroppo la famiglia Rivetti, che aveva dato slancio e nuovi orizzonti ad un’impresa nata a Torino nel 1930, fu segnata da lutti prematuri che pregiudicarono la continuità aziendale.
Per chi volesse saperne di più, o volesse rivedere scampoli di una realtà che si voleva presentare felice (e che per molti aspetti probabilmente lo era più di oggi), si può visitare una sobria mostra nei sotterranei dell’Archivio di Stato di via Piave 21 a Torino. “Prendere le misure” (questo il suo titolo) ripropone per sommi capi (di vestiario, evidentemente) e anche proiettando alcune delle prime pubblicità televisive, la “rivoluzione delle taglie”, il processo campionario di misurazione della popolazione italiana che avviò la produzione industriale dell’abito confezionato, relegando il “fatto su misura” ai soli portafogli più capienti o di nicchia. Molte di quelle promozioni pubblicitarie furono realizzate da Armando Testa, storico collaboratore del Gft, e rimangono piccoli capolavori artistici, con i tempi e i disegni dell’epoca.

Dopo la seconda guerra mondiale, la radio e la televisione (da Sanremo ad Alberto Manzi), la Vespa e la 500, la diffusione di frigoriferi e di lavatrici,…. sono stati tra gli elementi che hanno contribuito ad “unificare l’Italia” (insieme alla democrazia, allo sviluppo industriale e dei trasporti, alle grandi migrazioni interne,…). Ma mettiamoci anche la possibilità di acquistare a Torino, come a Milano o Roma o Palermo lo stesso tipo di abito maschile e femminile (col marchio Cori, Confezioni Rivetti), di buona fattura ed elegante: anche quella fu una forma di “unità nazionale”.
Per rinfrescare la memoria o per scoprire un mondo sconosciuto, la mostra è visitabile nei giorni feriali fino al 9 giugno.


