«Il lavoro e l’edificazione della pace». Segue l’attualità il messaggio dei vescovi italiani per la «Festa dei Lavoratori» (più che del lavoro) del Primo Maggio del quale quest’anno cade il 140° di istituzione.
A causa delle guerre, il lavoro soffre di enormi problemi e l’aumento dei prezzi dell’energia ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie e delle aziende: «Il lavoro si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità: l’intelligenza e le mani dei lavoratori sono usati per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di
pace. Ma la guerra distrugge le vite umane, annulla il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente; invece, l’economia di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli».
Constatano i vescovi: «Ci stiamo abituando alla logica del riarmo», perciò è tempo «di orientare ogni attività umana alla pace» e di attuare le parole del profeta Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (2,4).
L’episcopato osserva: ormai il lavoro «è al servizio di obiettivi bellici e investe ingenti risorse e le spese militari hanno raggiunto il 2,5 per cento del PIL mondiale: «Bisogna contrastare la speculazione degli investitori che così contribuiscono all’economia di guerra». E cosa dire agli operai che costruiscono armi? Il messaggio cita il venerabile Tonino Bello, vescovo di Molfetta in Puglia: «Non ti esorto a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni». E concludono: «Il lavoro ci chiama alla pace e ci ricorda che la guerra è il grande inganno».
Da 140 anni si festeggia il Primo Maggio. Tutto comincia negli Stati Uniti. Una legge federale del 1868 istituisce la giornata lavorativa di 8 ore nel settore pubblico. Le organizzazioni sindacali ne chiedono l’estensione all’industria privata. E la potente Federazione dei sindacati americani nel 1884 fissa al 1° maggio 1866 la scadenza per la conquista delle 8 ore. Molte categorie raggiungono l’obiettivo: edili, ebanisti, verniciatori, calderai, costruttori di strumenti musicali a New York, Baltimora, Boston, St. Louis, Washington.
Ma la miccia prende fuoco a Chicago. Il primo maggio 1886 è un sabato, giornata lavorativa, ma una grande folla, con mogli e figli, protesta in piazza: idraulici, mobilieri, meccanici, gasisti, mattonari, edili, tessili, tipografi, macellai, calzolai, guardiani di bestiame chiedono le 8 ore. Li fronteggiano la polizia al servizio degli industriali, e gli agenti della «Pinkerton» che arruolano delinquenti dal coltello facile. Il 3 maggio lo sciopero continua e davanti alla segheria meccanica McCormick si scontrano scioperanti e «crumiri». La polizia carica e spara: sei operai restano a terra in un lago di sangue e di orrore. E 15 mila lavoratori si riversano in piazza. Poi qualcuno getta una bomba: 8 morti, più di 100 feriti, arresti in massa. Inutile la caccia all’attentatore. Allora processano gli anarchici, prevalentemente tedeschi: «Condannateli, impiccateli e avrete salvato le istituzioni». L’11 novembre 1887 tre finiscono sulla forca e ai funerali partecipano 150 mila persone.
In America e in Europa migliaia e migliaia scendono in piazza per ricordare la strage di Chicago del 1886. Nel 1889 la Seconda Internazionale di Parigi, fissa al Primo Maggio il ricordo delle lotte per le 8 ore. In Italia la prima celebrazione è il 1° maggio 1890 e anche dal mondo cattolico si levano voci contro la schiavitù e lo sfruttamento del lavoro. Il fascismo sopprime i sindacati e la festa, che viene riconosciuta come festa nazionale nel 1946 come simbolo della lotta per i diritti dei lavoratori.
Pier Giuseppe Accornero
