Primo maggio, l’appello dell’Arcivescovo Repole agli imprenditori

Torino – Il Messaggio diffuso dall’Arcivescovo mons. Roberto Repole per la Festa del Lavoro e la Festa di San Giuseppe Lavoratore contiene quest’anno una riflessione sul “difficile mestiere degli imprenditori” nel mercato globale e il problema delle fabbriche che chiudono nell’area torinese

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Mons. Roberto Repole

Il Messaggio diffuso da mons. Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, per la Festa del Lavoro e la Festa di San Giuseppe Lavoratore contiene quest’anno una riflessione sul “difficile mestiere degli imprenditori” nel mercato globale e il problema delle fabbriche che chiudono nell’area torinese.

«Alle lavoratrici e ai lavoratori, alle imprenditrici e agli imprenditori, alle loro famiglie

Carissimi,

dopo un inverno segnato dalla dolorosa chiusura di varie fabbriche nell’area torinese e nella Valle di Susa desidero cogliere l’occasione della Festa del Lavoro e della Festa di San Giuseppe Lavoratore per una riflessione sul difficile mestiere degli imprenditori in questo nostro tempo di grande competizione economica, che sfida le aziende e le costringe a continui cambiamenti per mantenere competitività e garantirsi la sopravvivenza.

Il destino dei lavoratori e delle loro famiglie in questa stagione così delicata dipende anche dal successo degli imprenditori: per questo la Chiesa sostiene con gratitudine ed anche prega per tutti coloro che abbracciano l’attività di impresa investendo risorse e spendendo la propria intelligenza, il proprio coraggio e la fantasia.

L’avventura delle imprese, anche quella delle industrie multinazionali con sede a Torino, è anche l’avventura di un territorio, che offre alle aziende la risorsa più importante: i lavoratori. Oggi va detto con forza che i lavoratori non sono separabili dagli interessi delle aziende: sono gli uomini e le donne che, con il loro impegno, con la loro vita, con la vita delle loro famiglie, rendono possibile la ricchezza e l’esistenza stessa delle aziende. Desidero esprimere grande riconoscenza agli imprenditori che combattono per mantenere vive le proprie aziende. Faccio anche osservare che il complesso dei lavoratori di un territorio rappresenta il mercato cui le aziende rivolgono i loro prodotti e servizi: se questo mercato mantiene la sua capacità di spesa e consumo saranno le aziende stesse a beneficiarne.

Purtroppo nell’area torinese è capitato e continua a capitare a tante persone di perdere il posto di lavoro in aziende che non riescono più a restare sul mercato e falliscono.

Ciò che non dovrebbe mai accadere, agli operai e agli impiegati, è perdere il lavoro in aziende che godono di buona salute e stanno producendo ricchezza e profitto, eppure non si accontentano: queste aziende, spinte sovente da logiche esasperate di ricerca di sempre maggiori guadagni, tagliano i posti di lavoro o li trasferiscono altrove. È questa, tristemente, una dinamica presente nel mercato internazionale, a volte guidata dalle valorizzazioni dei titoli in borsa e talvolta anche dalla ricerca di premialità per i top managers, che spesso porta anche aziende sane, con buoni profitti, a chiudere fabbriche.

Se la scelta di abbandonare il nostro territorio può essere compresa quando è necessaria per la sopravvivenza dell’azienda, non mi pare possa essere accettabile quando risponde alla logica di moltiplicare in modo esasperato i profitti: credo che esistano limiti all’accumulo della ricchezza, oltre i quali non è legittimo sacrificare la vita delle persone.

Ecco, su tutto questo vorrei che riflettessimo insieme e molto concretamente – imprenditori, lavoratori e loro rappresentanze, classe politica – per concorrere alla crescita del nostro amato territorio. Come Vescovo, leggo il presente alla luce del Vangelo che chiede di mettere il bene dell’uomo, che è figlio di Dio, al centro di ogni nostra scelta, anche delle scelte economiche. Dietro alle dinamiche estreme dei mercati mi sembra di leggere una visione povera della persona umana, sacrificata alla logica del denaro. È una visione che non colmerà mai il nostro cuore, neppure quello di chi muove le leve economiche e un giorno si domanderà l’uso che ne ha fatto. Tutti, ciascuno di noi nel suo ruolo, ci domanderemo un giorno se abbiamo portato frutti buoni».

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