Pronto soccorso in perenne emergenza dopo anni di tagli

Regione Piemonte – Collasso in tutto il periodo natalizio. Mancano posti letto di medicina e lungodegenza. L’emergenza nei Pronto soccorso torinesi è, ormai, la normalità. Il piano che la Regione Piemonte aveva lanciato esattamente un anno fa per decongestionarli, sembra non aver avuto effetto

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Nell’ultimo mese, i malati torinesi che accedono ai Pronto soccorso degli ospedali della città e della provincia si trovano di fronte, persino più del solito, a inquietanti prospettive di degenza: attese di giorni prima dell’eventuale ricovero, locali sovraffollati, medici e operatori sotto pressione, ai quali le direzioni sanitarie hanno in alcuni casi negato ferie durante le ultime festività. La situazione diventa drammatica quando ad essere ricoverati sono malati non autosufficienti, che fino al giorno precedente dipendevano per le esigenze elementari di vita dai loro parenti, o da operatori di strutture di ricovero: disorientati e incapaci di manifestare le proprie esigenze, subiscono i danni più gravi delle lunghe permanenze in barella e del contatto con le persone care limitato a pochi minuti giornalieri, nell’inesistente intimità di saloni con decine di malati in fila uno accanto all’altro.

L’emergenza per i Pronto soccorso torinesi è, ormai, la normalità. Il piano che la Regione Piemonte aveva lanciato esattamente un anno fa per decongestionarli, sembra non aver avuto effetto. Qualche dato rende l’idea del fenomeno: l’ultimo giorno del 2023 tra gli ospedali Mauriziano e Molinette si contavano ottanta malati in attesa di ricovero, alcuni da giorni. Una settimana prima, alla viglia di Natale, le rilevazioni di tutti gli ospedali regionali restituivano il dato di 512 piemontesi in barella nei reparti di emergenza-urgenza, 74 positivi Covid. Gli altri con le più varie patologie, dalle respiratorie stagionali agli scompensi, agli esiti da incidenti.

I medici sono concordi nell’affermare che l’imbuto del Pronto soccorso è causato dalla carenza di posti letto di medicina e di lungodegenza. Senza contare l’assenza di cure domiciliari di lungo periodo per i malati con patologie croniche e invalidità grave, che permetterebbero anche di prevenire accessi per acuzie.

Gli operatori del Servizio sanitario pubblico rappresentati dal sindacato Anaao rilanciano da tempo all’indirizzo della Regione – titolare dell’organizzazione dell’offerta sanitaria – richieste di «più letti per acuti, più letti di lungodegenza, più assistenza domiciliare, più medici, più territorio. Tutti Livelli essenziali delle prestazioni che il Sistema non eroga, con grave danno per i malati». A queste sollecitazioni, la politica – da decenni, e senza variazioni tra governi di diverso colore – ha risposto invece con il segno «meno».

«Dal 2010 al 2020 sono stati tagliati 2011 posti letto per acuti, con una riduzione del 14%. Il taglio maggiore ha riguardato i posti letto per la lungodegenza, dove nel 2020 risulta eliminato 1 posto su 3 rispetto al 2010 (-33%)».

L’assessore regionale alla Sanità, Luigi Icardi, ha dichiarato che «i problemi sono ancora molti ma stiamo lavorando, tra mille difficoltà, per risolverli». In particolare, ha reso pubblici i dati delle assunzioni di personale sanitario del Servizio pubblico regionale «nel 2019, quando ci siamo insediati, il personale sanitario ammontava a 54.543 unità, oggi siamo a 56.609, con la prospettiva di altre 2 mila assunzioni entro il 2024» e dei posti letto, «passati da 16.429 a 17.046».

Rimane controverso il nodo della «non-continuità di cura» nelle Residenze sanitarie assistenziali, come la definiscono le associazioni dei rappresentanti dei malati. Associazione Alzheimer Piemonte, Amici parkinsoniani Piemonte e Fondazione promozione sociale spiegano: «Dopo uno o due mesi di ricovero post-ospedaliero, se non interveniamo con un’apposita contestazione per riaffermare il diritto di cura, il malato non è più in carico alla sanità pubblica ed è chiamato a pagare una retta privata di 3 mila euro al mese».

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