Può esistere un ospedale senza dolore?

Intervista – «Il sollievo possibile e la realizzazione di una rete degli ospedali senza dolore» è stato il tema al centro di un recente convegno che si è tenuto al Cottolengo di Torino. Abbiamo chiesto a don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, che ha introdotto i lavori, di ragionare sulla situazione attuale della cura e dell’accompagnamento dei malati cronici, non autosufficienti e nel fine vita in Italia e in Piemonte

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«Il sollievo possibile e la realizzazione di una rete degli ospedali senza dolore» è stato il tema al centro di un recente convegno che si è tenuto al Cottolengo di Torino organizzato da FederSanità in collaborazione con la fondazione Gigi Ghirotti e la Piccola Casa della Divina Provvidenza in occasione della XXI Giornata nazionale del sollievo (29 maggio).

Abbiamo chiesto a padre Carmine Arice, superiore generale del Cottolengo, che ha introdotto i lavori dell’assise, di ragionare sulla situazione attuale della cura e dell’accompagnamento dei malati cronici, non autosufficienti e nel fine vita in Italia e in Piemonte.

Padre Carmine Arice

Padre Arice, «ospedali senza dolore», sono ancora un’utopia o si stanno facendo passi avanti?

Alleviare e, dove possibile, togliere il dolore è un’operazione di vita, e quindi benedetta. Detto questo, devo ammettere di non aver ancora incontrato un ospedale senza dolore.

In primo luogo dobbiamo intenderci sui termini: certamente nel concetto di «ospedale senza dolore» tutto ciò che riguarda la terapia antalgica è tenuto presente, ma dobbiamo prima di tutto guardare alla vita delle persone, alla qualità di vita, o forse sarebbe meglio dire «alla vita di qualità», perché se per qualità di vita intendiamo un mezzo esterno che indica quando quella vita è dignitosa e quando non lo è qualche pasticcio lo potremmo incontrare.

Forse dobbiamo partire da come la società odierna concepisce il dolore e la sofferenza…

A questo proposito cito un saggio del filosofo nordcoreano, che vive in Germania, Byung-chul Han, ritenuto uno dei maggiori filosofi viventi, che ha come titolo «La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite».

In un passaggio scrive così: «Il mondo contemporaneo è terrorizzato dalla sofferenza, la paura del dolore è così pervasiva e diffusa da spingerci a rinunciare persino alla libertà pur di non doverlo affrontare. Il rischio è chiuderci in una rassicurante finta sicurezza che si trasforma in una gabbia perché solo attraverso il dolore ci si apre al mondo e l’attuale pandemia, con la cautela che ha governato le nostre vite, ha spinto ancora di più al rifiuto cognitivo della nostra fragilità. Una nozione che dobbiamo imparare a superare attingendo ai grandi del pensiero del Novecento». E nel saggio il filosofo consegna alcuni efficaci strumenti per leggere la società sotto questo profilo.

Dobbiamo poi affrontare questo tema con quello sguardo che san Giovanni Paolo II ha consegnato nella Lettera Apostolica Salvifici doloris dove invita a «distinguere il dolore fisico dalla sofferenza morale». Attenzione, non a dividere! Però è anche vero che non tutte le sofferenze morali sono accompagnate dal dolore fisico, anche se le malattie di origine psicosomatico sono sempre più diffuse.

Una premessa che faccio perché condivido appieno ciò che Benedetto XVI nel 2007 scrisse nell’Enciclica Spe Salvi (n° 38): «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana». Se alleviare il dolore è un’arte divina siamo partecipi dell’opera di Dio che ha mandato Gesù Cristo proprio per questo, ma dobbiamo stare attenti alla precomprensione con cui affrontiamo questi temi.

Cosa fare dunque se alleviare il dolore non è sempre completamente possibile?

Sempre Ratzinger nella Spe Salvi ci consegna alcune indicazioni: «la società non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza».

Questo significa, come indica Cicely Saunders, fondatrice degli hospice, che davvero occorre una considerazione del dolore totale (total pain), che comprende dolori fisici, emozionali, sociali e spirituali. Sì, ci sono anche i dolori spirituali: occorre dunque un approccio al tema del sollievo che sia onesto, che non abbia delle pre-comprensioni, che non sia un’espressione di onnipotenza, ma conservi la capacità di considerare il dolore nella sua globalità.

Ci fa bene rileggere Cicely Saunders: «la sofferenza, soprattutto nella fase terminale ma non solo, è sempre dolore totale ma la radice della sofferenza è in molti casi psicologica e spirituale, per cui non si può pensare ad impostare una terapia antalgica solo in termini farmacologici ma bisogna implementarla con una forte relazionalità e promuovere un’adeguata risposta alle componenti personali».

Se aggiungiamo il fatto che non esiste il dolore, ma esiste quel dolore, quella persona, quella situazione, in quella singola storia, in quel momento della sua vita e se vogliamo affrontare questo tema in modo serio e in modo efficace dobbiamo accettarne la complessità e rispondere come quando si accetta una complessità. Si parla molto della medicina personalizzata nei convegni ma poi la si pratica poco e soprattutto «con delega», delegando questi aspetti a qualcuno che potrebbe occuparsi di ciò, ma l’efficacia di questo processo si sperimenta solo se c’è un’alleanza terapeutica non solo tra medico e paziente, ma anche tra gli operatori stessi, compreso colui che ha il compito dell’accompagnamento spirituale del paziente.

Occorre dunque un approccio globale, una cura palliativa a tutto tondo. È poi importante raccontare e condividere i risultati di questo processo virtuoso.

In conclusione posso certamente affermare che tutti gli ospedali stanno mettendo in campo risorse per realizzare ospedali senza dolore, ma è ancora qualcosa che riguarda il dolore fisico, manca tutto il resto.

La Piccola Casa a breve aprirà un hospice a Chieri nel luogo dove morì san Giuseppe Cottolengo: 21 posti letto per pazienti bisognosi di cure palliative e della terapia del dolore, soprattutto nella fase terminale della vita terrena. Un progetto frutto della collaborazione tra il Cottolengo e la diocesi di Torino. Quali sono le motivazioni che hanno spinto la Piccola Casa a questa nuova opera?

In primo luogo per rispondere ad un’esigenza reale: in Italia e in Piemonte i posti letto negli hospice sono insufficienti rispetto alla domanda. I giorni di attesa per un paziente che ha bisogno di entrare in un hospice sono ancora troppo lunghi.

In secondo luogo perché la Piccola Casa continua a ritenere che la vita in ogni fase dell’esistenza sia una benedizione di Dio e vogliamo, dunque, aiutare le persone a benedire la vita in tutte le situazioni. La nuova opera poi mette al centro l’attenzione verso le persone con malattie croniche e verso gli anziani non autosufficienti con patologie neurodegenerative. Il «Cottolengo Hospice» non sarà, infatti, dedicato solo alle patologie oncologiche, ma anche ad altre patologie degenerative.

Per fine agosto la struttura sarà conclusa. In questo tempo il personale che presterà servizio nell’hospice sta compiendo un cammino di formazione.

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