Assemblea diocesana, quale Chiesa diventeremo

Diocesi – Aperti i lavori sul futuro dell’evangelizzazione e le forme della comunità cristiana a Torino, relazioni introduttive del sociologo Franco Garelli e del teologo Duilio Albarello. GALLERY

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«Mettersi nella prospettiva di essere Chiesa in uscita non significa passivamente adattarsi, ma affrontare un percorso con fiducia per rispondere alle sfide del futuro». Fiducia e futuro, ascolto e confronto, le parole chiave che l’Arcivescovo mons. Nosiglia ha messo in evidenza aprendo i lavori della prima sessione dell’Assemblea diocesana che si è tenuta il 28 maggio in modalità mista: on line e in presenza.

Oltre 500 i partecipanti all’appuntamento diocesano, ma oltre 1100 le «voci» che lo hanno caratterizzato perchè l’Assemblea 2021 è stata anzitutto un percorso di conoscenza, durato oltre un anno, di cui venerdì scorso si sono presentati i risultati attraverso due «letture» significative: quella del sociologo Franco Garelli e quella del teologo Duilio Albarello moderati dal Vicario Generale mons. Valter Danna che ha presieduto la Commissione preparatoria.

Mons. Cesare Nosiglia

Un’assemblea diocesana sul tema «Andate, siate lievito del regno. Chiesa che ascolta, discerne e guarda a futuro» che dunque rappresenta non il culmine di un percorso, ma piuttosto una tappa intermedia che facendo seguito a quanto raccolto propone e proietta la nostra Chiesa in un futuro che si auspica liberato dal peso della pandemia, ma che il Covid condizionerà anche con gli elementi positivi che ha fatto emergere nelle comunità. Una assemblea che con le tappe successive del 18 giugno (on line) e dell’11 settembre in presenza, in cui prenderanno forma le linee guida che orienteranno il cammino dei prossimi anni, risulta in sintonia con il percorso sinodale che Papa Francesco intende avviare dal prossimo ottobre. «La sinodalità», ha ricordato Nosiglia, «non è fine se stessa, ma è missionarietà, Fa parte del Dna di ogni cristiano». Un percorso assembleare inoltre «che si innesta su quanto lo Spirito ha già operato» e che va riconosciuto. Così mons. Nosiglia ha ricordato infatti come la stessa assemblea abbia le sue radici proprio nel Convegno ecclesiale di Firenze di cui fu Presidente del Comitato preparatorio.
Passato e futuro segnati da un tempo inimmaginabile di lockdown, di paure e cambiamenti che non può e non deve essere dimenticato.

Morena Savian, segretaria della Commissione preparatoria dell’Assemblea

«Le limitazioni causate dal lockdown», ha sottolineato Morena Savian, segretaria della Commissione preparatoria, hanno modificato l’itinerario che ci eravamo prefissati per incontrare e recepire le istanze e le risorse della diocesi oreintate a una nuova evangelizzazione, ma l’esperienza della pandemia ha reso più significativo e ancora più necessario porsi in ascolto del vissuto, ascolto che è sempre il primo movimento di una Chiesa in stato di missione». «Ascolto, discernimento, futuro», ha proseguito Savian, «sono i tre passaggi che motivano questa assemblea diffusa. Ascolto del vissuto personale e dell’esperienza comunitaria di questo tempo, che nella sua drammaticità ha reso più visibili le criticità e le potenzialità della nostra realtà ecclesiale, ma soprattutto ascolto delle domande sulla fede, sul senso della vita e sull’esperienza della fragilità; ascolto delle nuove attenzioni missionarie che la pandemia ha posto di fronte al nostro sguardo; una realtà che si è rivelata grazie alla pandemia e sulla quale sarà necessario operare un discernimento comune, sinodale, per comprendere quale rinnovamento è necessario e urgente per l’oggi e per il futuro della nostra Chiesa torinese».

Franco Garelli, sociologo

Ma dalla consultazione che la Commissione ha attuato, che ha convolto realtà ecclesiali e non, parrocchie, Unità pastorali, gruppi informali, singoli, insegnanti di religione, cappellani, gruppi etnici, di altre confessioni religiose, come si presenta la nostra Chiesa? A rispondere da un punto di vista sociologico Franco Garelli in una relazione ricca di provocazioni e stimoli, capace di far emergere luci ma anche ombre e fatiche, speranze e attese…
«Se dovessi tradurre in un’immagine l’esperienza vissuta dalla Chiesa torinese in questo lockdown prolungato, direi che essa è stata investita da un piccolo o grande tsunami. Da un’onda anomala, da un profondo stravolgimento degli equilibri precedenti. Forse il termine più corretto è quello di un’esperienza ‘liminale’, un concetto che gli antropologi usano per indicare lo stare sulla soglia (sul limen) tra due stati diversi, una fase di sospensione o di stadio intermedio che segnala il passaggio tra due scenari molto lontani tra di loro, un prima e un dopo; un prima (che non sembra più riproducibile) e un dopo che non si riesce ancora ad immaginare. Un momento dunque di rottura, di cambiamento radicale del normale flusso della vita comunitaria, che genera incertezza e spaesamento, ma che produce anche molte riflessioni, e in alcuni casi delle reazioni vitali».

«Sembra una Chiesa decisamente riflessiva quella in uscita da questo lockdown troppo prolungato. Non mancano quanti denunciano la stanchezza del periodo, si chiedono ‘come ne usciremo’ o ‘quando torneremo a fare le cose come prima’; ma i più sembrano del tutto convinti che si sta voltando pagina. Soprattutto riflettono sulla portata del cambiamento».
E quali elementi caratterizzano la riflessione?

«La denuncia più diffusa», ha proseguito, «è il forte calo della partecipazione. La sospensione dei riti ha avuto il suo strascico, la ripresa delle celebrazioni in presenza è orfana di 3 componenti di rilievo della comunità ecclesiale: anzitutto di una quota consistente di anziani (che ancora non si fidano), in secondo luogo dei bambini e dei ragazzi (perché il legame col catechismo, che li portava in chiesa alla domenica, per molti è venuto meno) e inoltre di una forte selezione nel caso degli adulti. Chi partecipava perlopiù formalmente, solo ‘per firma’ potremmo dire, oggi non frequenta più. Molti (soprattutto in quest’area più grigia della religiosità) sembrano essersi adagiati sulla messa in tv o online, come se fosse equivalente alla partecipazione in presenza.

Mons. Valter Danna, Vicario generale

Qualcuno si spinge a quantificare la rarefazione, e parla di un 40% in meno di praticanti dopo la prima ondata della pandemia; sceso al -20% in questi ultimi mesi, in cui si sta uscendo dal tunnel. Qualche ottimista, per contro, ritiene che si stia tornando ai livelli precedenti, che di per sé non erano già rosei in termini di partecipazione. Ma al di là di queste difficili valutazioni, prevale l’dea che la situazione sia variegata. Che le parrocchie e le comunità vive e vivaci (che possono contare su un prete accogliente e ‘robusto’ e su laici affiatati) non abbiano perso molto e recuperino in fretta; mentre quelle carenti (per varie ragioni) di linfa vitale, e che operano in contesti più difficili, abbiano subito un forte tracollo di partecipazione. Un tracollo che non si ferma alla frequenza alla Messa, ma che coinvolge i rapporti con la gente, le dinamiche chiesa/quartiere, le attività associative, la catechesi».
Ma non solo «un tempo di vuoti», ma anche di pieni: «Ecco uno dei tratti più interessanti (e non scontati) di questa ricognizione ecclesiale. Nelle formulazioni più alte, il lockdown è stato definito ‘un tempo di Grazia, ricco di Presenza e di presenze’; soprattutto per le comunità/parrocchie che l’hanno vissuto non in attesa che finisca, ma come un tempo favorevole a riflettere sulle cose che contano».

«Così, nelle riunioni delle Unità Pastorali, molti hanno sottolineato che la sospensione o la riduzione dell’attività ha permesso: ‘di dedicare più tempo alla preghiera e alla formazione personale e comunitaria’, anche nelle modalità online; un’esperienza di preghiera che ha coinvolto le famiglie, si è svolta tra le mura domestiche, si è maggiormente calata nel quotidiano, nella realtà della vita; di riscoprire o rafforzare le relazioni sia tra i membri della comunità (tra i preti, i laici e le famiglie assidue), sia con le persone in difficoltà sul territorio; alcuni su questo tema descrivono anche situazioni di maggior fraternità vissuta tra i sacerdoti di parrocchie vicine; e inoltre di dar più spazio alle domande di senso che oggi interpellano le coscienze, agli interrogativi sulla presenza/assenza di Dio in questa pandemia; al significato del vivere e del morire; al discernimento dei segni del tempo attraverso il Vangelo». E ancora ha evidenziato Garelli: «Qualcuno parla di una conversione spirituale della chiesa di base, a seguito appunto del lockdown.

Altri di una Chiesa che si comprende e prefigura come più leggera, più snella, in quanto la riduzione al minimo delle attività ha avuto un effetto purificante. Per altri ancora, il lockdown ha fatto emergere la fragilità delle nostre comunità parrocchiali, di cui eravamo da tempo coscienti, anche se era perlopiù nascosta dalle molteplici attività (dall’attivismo). Una fragilità che induce a riconoscere che ‘la parrocchia non è nostra’, che la nostra presenza è marginale, in quanto è Dio l’artefice della storia della salvezza. Ma una ‘fragilità’ che in parallelo solleva la questione centrale del tipo di fede che viene proposta e trasmessa dalle nostre comunità, di quale rappresentazione di Dio venga veicolata oggi dalla nostra presenza; vista la ‘poca fede’ delle persone che prima frequentavano e ora sono disperse e il grande vuoto dei ragazzi e dei giovani nei nostri ambienti».

L’analisi di Garelli su quanto emerso ha poi approfondito i «risultati» e campi della liturgia, della catechesi e della carità e infine su l’esigenza su cui molti convergono di maggiore coesione ecclesiale. Uno sguardo attento alla Curia, al rapporto tra parrocchie e uffici ancora ricco di provocazioni sulle quali l’assemblea è stata invitata a proseguire la riflessione. E poi le parole di Albarello con un denominatore comune: nessun vino nuovo in otri vecchie. «ll che significa in concreto», ha precisato il teologo, «convertirsi da una Chiesa che va (solo) in chiesa, ad una Chiesa che va a tutti. Non basta rattoppare il vestito vecchio di un cristianesimo borghese, che rimane fermo a guardarsi l’ombelico e a piangersi addosso.

Duilio Albarello, teologo

Il punto è mirare ad una Chiesa de-centrata, davvero in uscita, consapevole che l’evangelizzazione integrale richiede di mettersi al servizio di un’autentica umanizzazione in nome di Gesù Cristo e della sua salvezza». Un obiettivo da perseguire, per Albarello, secondo 4 «conversioni pastorali». La prima da «Dalla sola sacramentalizzazione alla evangelizzazione integrale», poi «Dalla supplenza clericale alla corresponsabilità testimoniale», «Dall’attivismo pastorale alla formazione teologica» e infine «Dall’autoreferenzialità ecclesiale al dialogo socio-culturale».

Quattro passaggi da compiere secondo Albarello in atteggiamento sempre dialogico come richiamato in particolare a conclusione del suo intervento: «Mi pare che il legame indissolubile tra evangelizzazione e umanizzazione, di cui abbiamo parlato più volte, sfida la comunità ecclesiale sulla sua capacità di abilitare i credenti ad una fede, che sia consapevole delle attuali trasformazioni culturali e sociali, in modo da affrontarle non rimanendo sulla difensiva, ma prendendo l’iniziativa di contribuire a orientare quelle trasformazioni stesse con la sensibilità del Vangelo. In effetti, la relazione con Dio in Cristo dona a chi si affida la forza di ‘rimanere in uscita’ e di porsi con coraggio sulla scena del mondo; precisamente il coraggio che viene dalla fede dovrebbe costituire il tratto distintivo più percepibile del cristiano.

Si tratta di una capacità di iniziativa, che spinge a prendere le distanze dal comodo adattamento al dato di fatto, per assumersi invece la responsabilità impegnativa di intervenire attivamente. Sia chiaro: ‘rimanere in uscita’ non ha niente a che vedere con l’arroganza, con la ricerca di autoaffermazione o con la prepotenza di chi ritiene che rendere buona testimonianza all’Evangelo significhi impugnare la verità come fosse una spada». «L’atteggiamento opposto al relativismo non è mai l’assolutismo o l’intransigenza, bensì è il dialogo come forma essenziale di incontro e come realizzazione privilegiata dell’’uscire’».

La consegna del lavoro

Dopo la rilettura dei contenuti emersi durante la prima fase, che i relatori hanno offerto, la Commissione ha ora il compito di evidenziare le prospettive pastorali che sono considerate prioritarie per il prossimo futuro e le possibili linee di rinnovamento.

Queste verranno sintetizzate in un documento, che verrà inviato ai moderatori e ai laici rappresentanti delle Unità pastorali e ai rappresentanti delle diverse realtà ecclesiali entro il 6 giugno. Nei giorni tra il 7 e il 17 giugno, in ogni Unità pastorale dovrà essere convocato un incontro con alcuni membri di ogni parrocchia per individuare quale prospettiva pastorale si ritiene più urgente per questo momento e per il futuro della nostra Chiesa.
Allo stesso scopo e nello stesso periodo, anche i rappresentanti delle realtà ecclesiali dovranno convocare un incontro di confronto. E anche il Consiglio Pastorale diocesano è convocato il prossimo 9 giugno con il medesimo obiettivo.

Il 18 giugno infine dalle ore 20.30 alle 22.30, i rappresentanti delle Unità pastorali, dei gruppi saranno convocati in 5 «stanze» on line per condividere l’esito del confronto che è avvenuto nei giorni precedenti. Nel corso dell’estate la commissione farà sintesi di quanto emerso e nell’ultima sessione dell’assemblea, l’11 settembre, verrà presentato alla diocesi, i documento finale, che ne orienterà il cammino nei prossimi anni.

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