Quando un prete torinese inventò l’aviazione missionaria

Storia – «Diamo le ali ai missionari» è la parola d’ordine di don Paolo Gariglio, oggi 93enne, e dei suoi amici. A fine marzo 1923, cento anni fa, venne fondata l’Aeronautica militare…

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«Diamo le ali ai missionari» è la parola d’ordine di don Paolo Gariglio, oggi 93enne, e dei suoi amici. A fine marzo 1923, cento anni fa, viene fondata l’Aeronautica militare. Il primo impiego – 4 aerostati, 2 dirigibili e 28 aerei – è nella campagna di Libia nel 191112. Poi si sviluppa «l’armata dell’aria». All’entrata nella Grande Guerra nel 1915, l’Italia dispone di 86 aerei. In pochi anni se ne costruiscono 12 mila: bombardano le coste adriatiche, Pola e Vienna, capitale dell’Impero austro-ungarico. L’importanza cresce fino alla decisione di scorporare la Regia Aeronautica dall’Esercito (decreto 645 del 28 marzo 1923). Esercito, Marina militare, Aeronautica militare, Carabinieri compongono le Forze armate italiane.

«Avevo 7 anni, una domenica i cugini andarono alla “giornata dell’ala littoria” sul campo d’aviazione di Mirafiori. Passavo ore felici con il naso all’insù a guardare gli aerei. Quel giorno dovetti restare a casa per il mal di gola. Avevo 12 anni e un amico del “Gino Lisa”, l’Aero Club torinese, mi fece sedere sul traliccio dell’aliantino, un trabiccolo trainato da una vecchia Balilla: si libra a 15 metri e plana in 30 secondi. Ero un passeggero clandestino ma fu il giorno della mia maxi-felicità. Avevo provato il volo. Volevo andare oltre le nubi, con in mano la cloche di un aeroplano vero». Don Paolo Gariglio, nel libro «Missionari con le ali» (Effatà, 2015) racconta la straordinaria avventura. Un volumetto dedicato a padre Aurelio Cannizzaro, missionario in Polinesia, «mio primo allievo pilota nel 1958-60 e poi capo della squadriglia dei piloti missionari Saveriani».

Nel 1958 nasce il Centro internazionale di Aviazione e motorizzazione missionaria, con due scopi: formare al volo i missionari e le missionarie e aiutarli a procurarsi i vettori. L’Aero Club si schiera subito per avviare la Scuola di volo e accolse i primi preti mentre ci si rivolgeva alla Fiat e all’Aero Club d’Italia per reperire i primi finanziamenti. «Ottenni dalla diocesi l’uso di una parte del Seminario di via XX Settembre 83 per ospitare gli allievi. Gli istruttori Ferruccio Vignoli e Mario Allesi accolsero i primi allievi che furono suore missionarie». Il 23 aprile 1961 il Ciamm è riconosciuto come personalità giuridica. «I primi missionari brevettati piloti e “pilotesse”, raggiunte le missioni, iniziarono l’apostolato con in mano una forza in più: saper volare sopra lande senza fine».

Gli artefici sono due, un giovane prete e un generale. Don Gariglio, viceparroco al Lingotto, ha la passione per le due ali e nelle ore libere sfreccia nel cielo di Torino su un aereo da turismo con la scritta «Ronzino» sulla fusoliera. Il generale dell’Aviazione militare Francesco Brach Papa e il prete parlano dell’iniziativa pioneristica di dare le ali ai missionari. Il generale è entusiasta e, per finanziarla, scrive ai piloti d’Italia e agli appassionati di volo: «Basta gettare uno sguardo sul mappamondo per scoprire numerose e sterminate regioni. Se venissero costellate da una serie di piccole basi aeree, sarebbero facilmente coperte da una fitta maglia di veloci e tempestive rotte di missionari volanti». Le prime allieve sono quattro suore Luigine di Alba: con il velo e l’abito nero lungo seguono con attenzione le lezioni e apprendono velocemente la navigazione aerea. Una di loro dopo il primo volo dichiara: «È più facile che guidare l’auto!». Alla fine del primo corso 21 missionari ottengono il brevetto di volo. Alcuni fanno lezione in Svizzera per allenarsi su velivoli Piper attrezzati con sci, per imparare ad atterrare su campi innevati, corti e accidentati. Durante una cerimonia – con il sindaco Amedeo Peyron e l’avvocato Gianni Agnelli – il cardinale arcivescovo Maurilio Fossati appunta sulle talari  l’aquila d’oro. Due delle quattro suore partono per il Bangladesh, un viaggio avventuroso di parecchie settimane a bordo di una nave cargo. Una dichiarerà: «L’aereo ci servì per attraversare il Gange che nel tempo delle piogge, con i suoi rigagnoli, si allargava per 40 chilometri».

Il seme rimase attivo e costituì un prezioso servizio per l’evangelizzazione. Peccato che l’avventura del Ciamm dura solo pochi anni a causa dell’improvvida decisione di trasferirlo a Roma, nell’illusione che la capitale della cristianità favorisse il Centro. Non è così: senza la spinta e l’entusiasmo degli ideatori, l’iniziativa finisce per arenarsi. L’Aviazione missionaria, comunque, prolifera in diverse regioni. Sono sorte, per opera di quei primi piloti, scuole di volo in Kenya (Nairobi), Centroafrica, Nigeria, Sudan. I padri Giuseppe Arrigoni e Angelo Berton costruiscono decine di piste nelle missioni che si rivelano di estrema utilità per salvare e feriti nelle guerre tribali tra Kikuyu, Tuzi, Utzi. Africa, Amazzonia, Oceania sono terre di missioni in territori vastissimi, villaggi sperduti e difficili da raggiungere. Come aiutare i missionari a muoversi in fretta e a superare gli ostacoli della natura? Semplice, basta insegnare loro a volare.

I primi missionari-piloti della scuola torinese costruiscono decine di piccole piste in Africa, Amazzonia e Polinesia e istruiscono altri missionari che piloteranno aerei e idrovolanti. Tra coloro che hanno ottenuto il brevetto c’è il saveriano Siro Brunello: in Amazzonia nel 1964 trova missionari che operano con grande difficoltà: per spostarsi da un villaggio all’altro devono percorrere lunghi sentieri fangosi nella foresta e in canoa lungo i fiumi. La situazione cambia grazie al prete pilota. I missionari riescono a ottenere un «Piper» dall’Aero Club di Paranà, aereo piccolo, due posti stretti, il motore parte facendo roteare a mano l’elica ma svolge egregiamente la sua funzione. Racconta padre Siro: «Tra venti, piogge e la modesta potenza del motore del velivolo abbiamo vissuto qualche avventura».

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