Aurora, 25 animatori di strada accompagnano i fragili

Un’apecar in periferia – Venticinque giovani di dodici nazionalità con la Pastorale Migranti della diocesi e un gruppo di medici dell’Associazione Camminare Insieme incontrano le fragilità di Aurora

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«Posso fare anche io il volontario?», «Mi trovi davvero un lavoro?», «Ma domani mi chiami?». È un mercoledì sera, a parlare sono Mamadou, Idriss, Diallo, sono in corso Giulio Cesare, dopo il ponte Mosca, hanno visto arrivare un’apecar, hanno visto dei giovani posarvi zainetti e borse e prendervi pettorine, scope e palette e mettersi a pulire il marciapiede, ma anche fermarsi a salutare, a chiacchierare, a fare domande… Proprio lì dove chi non è del quartiere passa veloce, dove pochi giorni prima in pieno giorno c’è stato l’ennesimo regolamento di conti, ripreso dagli smartphone degli abitanti e finito su tutti i giornali. Lì a quella fermata dove la volante della polizia passa più volte nell’arco di un’ora, rallenta, controlla perché è evidente che nessuno sta aspettando il tram.

Fermarsi a parlare con le persone che si guarderebbero con sospetto, fermarsi ad ascoltare le storie di chi ha lasciato in Senegal moglie e figli e qui dopo la pandemia non trova più lavoro, fermarsi a lasciarsi interrogare: «Perché vieni qui?», «Ma tu hai figli? Quattro? Allora tuo marito non è italiano…», fermarsi con chi ha lavorato tutto il giorno su un ponteggio e, passando, scambia alcune battute forse cercando nel dialogo un po’ di quella umanità che qui sembra aver perso.

Questo è il progetto e la sfida dei giovani di «ApeCare» che da  gennaio tessono legami nel quartiere Aurora: spazzano un po’ di rifiuti non per sostituirsi ai netturbini, ma per coinvolgere le persone più fragili, per stabilire un dialogo a partire da una azione semplice come quella di usare ramazza e paletta, per fare emergere il volto bello e vitale del quartiere: il volto sorridente della signora italiana che da quando li vede al giovedì (i passaggi dell’«ApeCare» sono tre a settimana) sforna una torta per loro e la offre in strada e ti racconta che lei non si fa problemi «anche la sera tardi, se vedo che qualche ragazzo lascia le bottiglie in giro, io glielo faccio notare perché non bisogna rinunciare a dire come ci si deve comportare», o quello del giovane gambiano che al ritorno dal lavoro mette la musica per tutti e accompagna a ritmo i pulitori… o ancora quello del giovane marocchino che sale in casa e arriva con la sua ramazza e chiede se anche lui può dare una mano «perché qui non siamo tutti criminali, ci si aiuta…».

Il volto multietnico, giovane, intraprendente sul quale incombe spaccio, degrado, violenza che l’«ApeCare» non nega, ma anzi cerca di affrontare partendo proprio dalla solitudine, da quelle fatiche di relazione che spesso sono l’inizio di derive più profonde. È una sfida quella di «ApeCare» che ha ottenuto il finanziamento del bando «ToNite» del programma europeo Uia (Urban Innovative Actions) sul tema «Urban Security» che nasce dalla volontà di «analizzare i fenomeni sociali urbani derivanti da una percezione di insicurezza e affrontarli attraverso soluzioni multidisciplinari volte a migliorare la vivibilità degli spazi pubblici».

«All’interno di questo progetto», spiega Sergio Durando direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale Migranti, «‘ApeCare’, si propone infatti di costruire occasioni di incontro e di relazione avvicinando, con un presidio socio-sanitario mobile riconoscibile, persone fragili del quartiere di Aurora, in particolare che frequentano o abitano le sponde della Dora, portando direttamente sul territorio le competenze mediche dell’associazione Camminare Insieme e quelle socio-pastorali dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti.

L’obiettivo è quello di offrire un accompagnamento all’accesso ai servizi di cura, prevenzione e informazione pubblici e del privato sociale a persone che, per vari motivi, non riescono ad accedere alle risorse del territorio. Per fare questo, abbiamo coinvolto e formato attraverso un percorso di 50 ore, 25 animatori di strada: giovani con background migratorio, studenti universitari, lavoratori e rifugiati».

«La forza del progetto» dichiara Giulio Fornero, direttore sanitario della Camminare Insieme, «sta nel fatto che dietro all’aggancio ci sono delle strutture pronte a accogliere le richieste delle persone e un poliambulatorio attrezzato per la tutela e la promozione della salute». E in quattro mesi sono già 300 i contatti stabiliti: persone che hanno lasciato il proprio numero ai volontari di ‘ApeCare’ e sono stati richiamati, consigliati, indirizzati. «Dopo ogni passaggio», afferma Giada, una delle responsabili del gruppo, «ricerchiamo tutti e questo è il primo gesto che sorprende, capiscono che in qualche modo sono stati presi sul serio, diventa il punto di partenza».

Non tutti rispondono, quasi per nessuno c’è la soluzione pronta, ma passeggiando con i volontari la percezione è che prima ancora della soluzione per molti il primo passo sia riscoprire la dignità di essere ascoltati, chiamati… «Non ci credevo che mi avrebbe telefonato… e invece lo ha fatto davvero, sono forti questi ragazzi!», commenta Ibrahim. «Per me», conclude Durando, «è come portare l’Ufficio per strada, tra la gente che in via Cottolengo non arriverebbe mai, ma che non può essere lasciata a se stessa».

Una modalità che va incontro alle fragilità, ma senza improvvisazione, che lancia un messaggio valido per ogni angolo della città: è la forza dell’ascolto e del coinvolgimento, proprio quello che intorno all’«ApeCare» vede in azione i giovani del progetto ma, giorno dopo giorno, anche abitanti, volontari di altri gruppi, religiose, religiosi, che sperimentano, si affiancano, si meravigliano delle potenzialità di un gesto semplice come quello di ripulire dalle cartacce, chiacchierando con chi passa, un angolo della città.

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