Quei tredici professori che si opposero al fascismo

1931 – La «Gazzetta ufficiale» del Regno d’Italia pubblicò un decreto che imponeva a tutti i professori italiani, di ruolo e incaricati, di prestare giuramento al regime fascista. Il Governo imponeva il giuramento solo agli insegnanti e non agli altri pubblici dipendenti. Quasi tutti i docenti si piegano ma 13, su 1.200 professori universitari, rifiutano

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Novant’anni fa, nella tarda estate 1931 la «Gazzetta ufficiale» del Regno d’Italia pubblicò un decreto che imponeva a tutti i professori italiani, di ruolo e incaricati, di prestare giuramento al regime fascista: «Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista e di adempiere tutti i doveri accademici con il proposito di formare cittadini probi e devoti alla patria e al regime fascista». Il governo imponeva il giuramento solo agli insegnanti e non agli altri pubblici dipendenti. Quasi tutti i docenti si piegano ma 13, su 1.200 professori universitari, rifiutano.

Torino è antifascista, dagli operai ai professori – Ministro della Pubblica istruzione è il piemontese di Fossano Balbino Giuliano, laureato a Torino, fascista e massone. L’ateneo torinese è antifascista a eccezione del critico letterario e senatore Vittorio Cian, e del filosofo e notista de «La Stampa» Nicola Abbagnano. Torino, città operaia e socialista, «fiatina» e proletaria è «naturaliter» antifascista, come il mondo culturale subalpino. Su 13 professori che hanno il coraggio di dire «no», 9 appartengono all’Università di Torino o vi hanno insegnato per un certo periodo.

Si tratta di personalità molto diverse. La figura più significativa è il giurista e storico Francesco Ruffini, senatore, ministro della Pubblica istruzione nella Grande Guerra, teorico della libertà religiosa. Anche il figlio trentenne Edoardo Ruffini rifiuta: ha appena vinto la cattedra a Perugia. Non giura Mario Carrara, uno dei padri della Medicina legate italiana, prosecutore degli studi di Cesare Lombroso di cui ha sposato la figlia, fondatore del Museo torinese di Antropologia criminale: di formazione positivista e idee socialiste, denuncia a livello internazionale il sopruso imposto agli uomini di scienza: per questo è incarcerato alle «Nuove», lui che era stato medico dei carcerati ai quali aveva prestato gratis le cure. Lionello Venturi altro celebre storico e critico d’arte, molto noto, consigliere del mecenate Riccardo Gualino, mentore di Felice Casorati e del gruppo dei «Sei di Torino»: nel 1926 aveva firmato il manifesto degli intellettuali fascisti dì Giovanni Gentile ma sei anni dopo rifiuta il giuramento: si impegna nell’antifascismo attivo a Parigi e a New York e dopo la guerra è reintegrato nella cattedra all’Università di Roma. Aveva insegnato trent’anni a Torino Gaetano De Sanctis, storico dell’antichità, cattolico di provata fede.

«Non posso andare contro la mia coscienza» – Legato al clima culturale torinese – si era laureato a Torino – è il filosofo canavesano Piero Martinetti, che nel 1931 insegna a Milano e si considera un «neoplatonico trasmigrato troppo presto nel nostro secolo». È l’unico filosofo italiano a non giurare, in un clima nel quale l’egemonia del pensiero di Giovanni Gentile ha un grande peso. Martinetti scrive al ministro: «Sono addolorato di non poter rispondere con un atto di obbedienza. Per prestare il giuramento dovrei tener in nessun conto o la lealtà del giuramento o le mie convinzioni morali più profonde, due cose per me egualmente sacre. Ho prestato il giuramento richiesto quattro anni fa perché vincolava solo la mia condotta di funzionario: non posso prestare quello che oggi mi si chiede perché esso vincolerebbe e lederebbe la mia coscienza». Rifiuta il giuramento il matematico ebreo Vito Volterra, dal 1892 professore di Meccanica all’Università di Torino, chiamato poi a Roma: senatore, interventista nella Grande Guerra, si era arruolato ultracinquantenne. Il chirurgo Bartolo Nigrisoli tiene cattedra a Torino ed è amico di Antonio Carle, docente universitario, senatore e primario del Mauriziano. Si rifiutano l’orientalista e storico delle religioni Giorgio Levi della Vìda, che a Torino aveva insegnato Filologia semitica ed era di famiglia ebrea non osservante, e il dantista Umberto Cosmo, professore del liceo classico «Massimo d’Azeglio»: aveva espresso solidarietà a Benedetto Croce, offeso in Senato da Mussolini che lo aveva definito «imboscato della storia». Cosmo ha come allievi Piero Gobetti, Luigi Terracini e Norberto Bobbio. Nel 1926 i fascisti lo allontanano dall’insegnamento e lo condannano al confino di cinque anni.

La città è sconvolta dalla polizia fascistaQuattro anni dopo, il 15 maggio 1935 la città è sconvolta dalla polizia fascista alla caccia degli intellettuali dissidenti, che il regime considera pericolosi. Torino è il cuore della contestazione a Mussolini. I rapporti della Questura parlano di oltre 400 pensatori antifascisti, prevalentemente negli ambienti borghesi. Secondo una nota del 6 maggio 1935 di Michelangelo Di Stefano, direttore degli Affari riservati del ministero degli Interni, a Torino c’è il più grosso nucleo di impegnati nella diffusione clandestina di libelli e stampati antifascisti: molti sono legati alla Casa editrice Einaudi, «un centro di attrazione pericolosissimo di intellettuali antifascisti»: professori universitari, giovani studenti e neolaureati, gente di cultura.

L’incursione della polizia politica scatta alle 6.45. Nei quartieri residenziali piombano gli uomini in divisa azzurro scuro, auto e furgoni di sentinella agli angoli delle vie. Bussano sgarbatamente alle porte: si accendono le luci, si aprono le finestre, si aprono i portoni delle case borghesi, entrano poliziotti e miliziani con gli scarponi chiodati. Nelle strade deserte e silenziose si muovono i funzionari di pubblica sicurezza. I commercianti si nascondono dietro le vetrine, gli operai svicolano, nessuno osa mettere il naso fuori.

Dai portoni escono i poliziotti con le prede, alcuni ammanettati; altri piangono o protestano o gridano di rabbia: 85 abitazioni perquisite; una cinquantina di fermati; 25  in arresto; alcuni deferiti al Tribunale speciale; altri ammoniti; altri diffidati. Analoghe operazioni avvengono a Milano, Roma, Cuneo, Ivrea, La Spezia, Firenze e Messina. La vasta operazione di polizia, favorita dal confidente Dino Segre (in arte Pitigrilli), conduce all’arresto di più di 200 persone tra le quali Augusto Monti, Michele Giua, Vittorio Foa, Vindice Cavallera, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Cesare Pavese, Franco Antonicelli, Piero Luzzatti, Carlo levi, Ludovico Geymonat e Giulio Einaudi. È smantellato il nucleo di Giustizia e Libertà operante nel capoluogo piemontese.

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