Quella goliardica foto, autentica icona di San Pier Giorgio Frassati

125 anni dalla nascita – Per animare la conoscenza dei Santi torinesi, lo Spazio espositivo della Diocesi dedicato a San Pier Giorgio Frassati presso la chiesa Santa Maria di Piazza si arricchisce di una nuova Sala, taglio del nastro il prossimo 10 aprile in occasione dei 125 anni dalla nascita (6 aprile 1901). Pubblichiamo una riflessione di Antonello Sica, ideatore dei Sentieri Frassati e autore del libro Pier Giorgio Frassati e i suoi sentieri (Effatà Editrice)

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Proiezione della foto di San Pier Giorgio Frassati sulle vette nello Spazio Espositivo "Verso l'altro" a Santa Maria di Piazza a Torino

La teniamo tutti ben fissa nella mente e nessun avrebbe alcun dubbio nel definirla «la più iconica fotografia di San Pier Giorgio Frassati», tant’è che è proprio una sua riproduzione in grande formato ad accogliere i visitatori dello stupendo Spazio espositivo dedicatogli a Torino, all’interno della sacrestia e dell’ex canonica della Chiesa di Santa Maria di Piazza (luogo delle adorazioni notturne di Pier Giorgio), inaugurato giusto a cent’anni dalla sua morte e che ora, nel 125° anniversario della nascita, si arricchisce di nuovi strumenti di approfondimento e viene affiancato da uno Spazio espositivo dedicato alla santità torinese.

Ma come abbia fatto la foto di un arrampicatore solitario ad assumere – e ben a ragione, sia ben chiaro – così elevata pregnanza di significati è un tema su cui oggi val la pena soffermarsi, per più d’un motivo e con un imprevedibile e simpatico risvolto finale.

Tutto parte non già dalla foto in sé, che ritrae Pier Giorgio mentre arrampica alla Palestra di roccia delle Lunelle – sopra Traves e Pessinetto, in Val di Lanzo – ma da quanto Pier Giorgio vi annotò sul retro: la data Domenica 7 giugno 1925 e sotto la breve frase Verso l’alto.

Sarà, infatti, proprio quest’annotazione autografa, associata all’essere stata scritta meno di un mese prima della morte (4 luglio), che inizierà a riempire di altri e alti significati l’immagine di un arrampicatore che, da solitario, appare piuttosto ascetico e tutto proteso verso la vetta.

L’annotazione cominciò, insomma, ad essere enfatizzata, e questo accadde già nel febbraio del 1928 col primo biografo di Pier Giorgio Frassati, don Antonio Cojazzi, che nel pubblicare la foto vi appose una didascalia che al primo rigo, da sola, riportava l’annotazione completamente in stampatello e con l’aggiunta di un punto esclamativo: VERSO L’ALTO! E come se ciò non bastasse, a suffragarne l’esattezza – in verità inesistente – aggiunse al rigo sottostante: «Così scrisse egli stesso sotto a questa fotografia di lui della sua ultima gita».

Con questo illustre precedente, non devono perciò sorprendere anche altre successive annotazioni, come ad esempio quella a di alto che da minuscola diventa, nelle citazioni, maiuscola: Verso l’Alto.

Oppure, che la sola scritta autografa Verso l’alto venga decontestualizzata e con fotomontaggio sovrapposta alla foto a mezzobusto di Pier Giorgio sedicenne, trasformandosi così in una sorta di motto che alimenterà di conseguenza – pur non volendo – la diffusa affermazione (errata!) che questo fosse veramente il motto di Pier Giorgio.

La certezza evangelica, poi, che lo stesso Pier Giorgio aveva nell’incontrare Gesù nel prossimo – «Gesù nella santa comunione mi fa visita ogni mattina. Io gliela rendo, coi miei poveri mezzi, visitando i poveri» aveva confidato alla signora Frieda Villa – ha comprensibilmente suggerito, talvolta, di ampliare “il motto” in Verso l’alto e verso l’altro o Verso l’Alto e verso l’altro.

Una meravigliosa sintesi di tutto ciò la troviamo proprio nel torinese Spazio espositivo dedicato a Pier Giorgio Frassati, che nel proprio logo – che è la denominazione stessa di questo luogo tanto bello e speciale – mette il tutto in stampatello e fonde ALTO e ALTRO in un VERSO L’ALTRO dove la sola R è in corsivo.

In questa fusione delle due parole mi pare di ritrovare l’essenziale significato che lo stesso vicepostulatore della causa di canonizzazione di Pier Giorgio Frassati – Roberto Falciola, nell’agile biografia coedita da Effatà e AVE – ha attribuito a quell’annotazione autografa Verso l’alto: «Una frase breve, che è la sintesi del suo modo di vivere: cercare sempre quello che eleva, che porta al di là di se stessi, verso il massimo di ciò che si può essere come uomini. Verso la perfezione della vita, che è l’essere santi. Verso la fonte della vita, che è Dio».

Non, dunque, il motto di Pier Giorgio, ma più propriamente la sintesi del suo modo di vivere, tutto proteso verso l’Amore, in ogni direzione: verso Dio e verso se stesso, verso gli altri e verso la natura; con ciò quasi a ben rimarcare i quattro poli con cui ha orientato la sua bussola nel cammino verso la santità. E questo Amore a 360 gradi potremmo ben chiamarlo, ancor più propriamente: Carità.

Va anche aggiunto che questo «elevarsi verso Dio» ha impregnato a tal punto di significato la frase Verso l’alto fino a suggerire recentemente – all’Ufficio Vocazioni della Diocesi di Joliet, nell’Illinois – una rielaborazione grafica della foto, dove l’immagine del nostro alpinista non è più isolata, ma protesa verso l’alto del roccione da dove già si protende verso di lui, per afferrarlo, la mano di Cristo crocifisso. L’immagine dello scatto fotografico alle Lunelle assume, così, tutti i toni ascetici della risposta ad una chiamata e tutta la sospensione di un’attesa che sta per farsi abbraccio.

Ma anche del rapporto che Pier Giorgio ebbe con la montagna questa foto si fa in qualche modo sintesi.

In quell’abbraccio alla roccia ritroviamo tutta l’intensità di quello sviscerato amore che egli ebbe per essa, cogliendone appieno non solo la valenza fisico/sportiva di palestra che allena, che qui – manco a dirlo – è rappresentata dallo stesso contesto geografico in cui la foto venne scattata (la Palestra di roccia delle Lunelle), ma anche la valenza etico/sociale di scuola che educa, nonché quella religiosa/spirituale di tempio che eleva.

Su questi due ultimi aspetti sono particolarmente illuminanti i ricordi di quella giornata lasciatici dai due compagni di escursione di Pier Giorgio, quel 7 luglio del 1925, come lui studenti del Politecnico e soci dell’associazione alpinistica Giovane Montagna: il torinese (da Giaveno) Carlo Pol e il trentino Guido de Unterrichter, autore dello scatto fotografico.

La montagna come scuola di condivisione fraterna: «Inutile raccontare l’ascensione: pensate a quella che poté essere con compagni quali Pier Giorgio, esuberante di vita, allegro, e desideroso di far partecipi gli altri della sua gioia […]» (Carlo).

La montagna come scuola di attenzione, prudenza e rinuncia: «Siccome non avevo scarpe da roccia, Pier Giorgio mi raccomandò di usar prudenza. Piuttosto che ti succeda qualche cosa, mi disse, torniamo che ci siamo divertiti ugualmente. Per ubbidire al suo consiglio mi tolsi le scarpe e superai così facilmente la paretina» (Guido).

La montagna come tempio della presenza di Dio nel Creato: «Intanto il tempo s’era messo al brutto: pioveva. Ma la bellezza primaverile del paesaggio era ugualmente suggestiva; Pier Giorgio la gustava con tutto l’animo» (Guido).

La montagna come tempio da cui elevare sempre una preghiera: «[…] sulla vetta, raggiunta in breve, siamo soli a godere: ma subito Egli ci invita a una breve preghiera per i morti sulla “Placca Santi”, per i morti della montagna. E spinge la sua umiltà a voler che altri intoni il “De profundis”, lieto di aver potuto far partecipi anche noi, in quel momento di commozione intensa, della sua interna vita spirituale» (Carlo).

Con l’animo tutto preso dalle considerazioni a cui ci ha portato l’intreccio di una data non banale con un’annotazione brevissima eppure ricca di significati, e con l’arricchimento delle sottolineature che gli stessi due compagni di cordata vollero lasciarci ad imperitura memoria di quella giornata, è evidente che quando andiamo a guardare questa foto di Pier Giorgio Frassati che cosa mai vediamo se non appunto l’immagine di un ardito arrampicatore, tutto proteso verso la vetta… e oltre, verso l’alto dei Cieli?

Se, però, ci fermassimo sulla foto con maggiore attenzione, ci accorgeremmo che Pier Giorgio è solo in apparenza tutto proteso: le sue gambe, infatti, sono parallele e quasi penzoloni; e pure le braccia  sono pressoché in parallelo e per nulla in tensione, ma piuttosto preoccupate del solo mantenere in equilibrio l’aitante giovane.

Ma se allora non si spinge con le gambe e nemmeno con le braccia, come fa a reggersi il giovanotto senza correre il rischio di cascare giù da un momento all’altro?

E poi, se guardiamo meglio il suo sguardo, ci accorgeremmo che sta ridendo, sebbene non ci sia proprio tanto da ridere in una situazione di così precario equilibrio, senza nemmeno una corda tesa che lo tenga assicurato.

A svelarci la piena realtà della foto sono, ancora una volta, le relazioni dei suoi due amici.

Guido de Unterrichter: «Prima di lasciare la cima Pier Giorgio ci fece una fotografia; più sotto uno spuntone di roccia, mentre era assicurato da Pol con una corda che però non si vede, lo fotografai io».

Carlo Pol: «Scendemmo a valle per il canalone: un breve alt per una fotografia “truccata” che Unterrichter fece a Pier Giorgio così ch’egli vi appare in posizione difficile e pericolosa; poi un lento vagabondare per i boschi fioriti di rododendri, di mughetti, di genziane e d’ogni varietà di fiori alpestri, fermandosi in lieti conversari presso le fresche sorgenti».

Una fotografia truccata, dunque; un’assoluta goliardica messa in scena!

All’attento osservatore non sfuggirà, a questo punto, che Pier Giorgio ha in vita una sorta di alta cintura che è tenuta in tensione sul davanti, proprio in corrispondenza del punto in cui è l’attacco della corda che quel burlone di Carlo tiene ben assicurata a sé da dietro al roccione dove si è accuratamente nascosto.

Se la ride Pier Giorgio, e si vede; se la starà probabilmente ridendo anche Carlo da lì dietro; e credo che se la rida anche il buon Guido, incapace di stare assolutamente fermo e concentrato, tant’è che la messa a fuoco dell’apparecchio fotografico lascia alquanto a desiderare.

Ma che mattacchioni i nostri tre, che con la stessa allegria proseguirono fino al rientro serale, in treno, a Torino.

A distanza di un secolo, torniamo oggi anche noi a Torino nello Spazio espositivo dedicato a Pier Giorgio Frasstai, con la consapevolezza piena che di quel suo «vivere e non vivacchiare» è icona proprio la foto che lo ritrae in arrampicata alle Lunelle.

E lo è per volontà e mano dello stesso Pier Giorgio e di due tra i suoi più cari amici, in montagna e nell’esercizio pieno della Carità, amore a tutto tondo. Icona piena, anche per quella goliardica nota di gioiosità con cui fu realizzata e che contraddistinse sempre il cammino, in montagna e a valle, del nostro giovane santo.

Appena varcata la soglia del numero 3A di Piazzetta Università dei Maestri Minusieri, la gigantografia della foto ce la troviamo subito di fronte. Per non amplificare le sfocature presenti nell’originale, la brava grafica si è dovuta prendere, comprensibilmente, qualche licenza; e così, ad esempio, ha in qualche modo ricostruito – per renderla più nitida – la mano destra, che Pier Giorgio tiene appoggiata alla roccia.

Anche quella sorta di alta cintura che Pier Giorgio tiene intorno alla vita è stata resa ancor più evidente, ed è proprio qui che gli occhi d’improvviso si fermano e notano qualcosa di strano: là dove, nella foto originale, s’intuisce che la cintura è tenuta in tensione sul davanti, proprio in corrispondenza del punto in cui – ora lo sappiamo bene – è l’attacco di quella corda che Carlo Pol tiene ben assicurata a sé da dietro al roccione, proprio lì compare in penombra una piccola mano.

Cos’avrà spinto la grafica a prendersi quest’ulteriore licenza?

È probabile che si sia accorta anche lei di quanto fosse inverosimile la posizione di Pier Giorgio, ma non conoscendo – e sono ancora in tanti a non conoscerla – la storia di questa fotografia, avrà ipotizzato che Pier Giorgio si tenesse in qualche modo fermo alla roccia con la mano sinistra… e ha pensato di ricostruirla graficamente, in penombra, proprio lì in basso, ad altezza vita e ben ferma sulla roccia, a ciò indotta forse anche da un “suggerimento” dell’Intelligenza Artificiale.

E così, a distanza di un secolo, scopriamo che quella goliardata di Pier Giorgio, con Guido e Carlo, ha colpito ancora… come uno di quei «colpi di cannone» che il «tipo losco» Robespierre (alias Pier Giorgio) era solito mandare ai suoi amici, non disgiunto forse da una fragorosa risata.

Mi piacerebbe, allora, che la visita a VERSO L’ALTRO iniziasse proprio davanti a questa foto, ascoltandone la storia con tutti i suoi risvolti, non escluso quello della mano aggiunta, che sicuramente contribuirebbe potentemente ad avviare col dovuto spirito gioioso la visita ad uno spazio espositivo per il quale dobbiamo essere assolutamente grati verso i tanti – a cominciare dalla Diocesi di Torino – che lo hanno pensato, sostenuto e realizzato.

E alla fine della visita, ripassando davanti a quella gigantografia, sono certo che ciascuno, non per suggestione, ma nella pienezza della maggior conoscenza acquisita, la serberà nel proprio cuore con le parole che il compianto Paolo Reviglio – primo artefice del Sentiero Frassati del Piemonte proprio a Traves – ebbe a scrivere su «La Voce del Popolo» (Domenica 15 giugno 1997) riguardo a questa fotografia: «[…] una giusta memoria storica dell’ultima scalata terrena di un giovane che, dai monti di Traves, ha spiccato il balzo verso la vetta suprema della santità».

Antonello Sica, Ideatore dei Sentieri Frassati e autore del libro Pier Giorgio Frassati e i suoi sentieri (Effatà Editrice)

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