«Ragazzi, vi racconto la guerra»

Scuole di Valdocco – Lucia Castellino, 97 anni, ha raccontato agli studenti di Terza media e del biennio delle scuole professionali dell’istituto salesiano torinese la tragedia dell’occupazione nazista

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La storia si impara sui libri, ma quando in cattedra sale un protagonista delle vicende che il professore ti ha spiegato a lezione l’interrogazione sicuramente andrà bene. E soprattutto, la storia avrà svolto la sua missione di «maestra di vita» (historia magistra vitae…): così sarà per i ragazzi e le ragazze di Terza Media della Scuola Valdocco e del biennio delle Scuole professionali salesiane che giovedì scorso, in occasione della Giornata della Memoria, hanno ascoltato «senza far volare una mosca» la testimonianza della signora Lucia Castellino, 97 anni.
«Nonna Lucia» ha spiegato con lucidità impressionante una pagina della Seconda guerra mondiale, «una brutta bestia», vissuta quando era coetanea degli studenti che hanno gremito la Sala Sangalli a Valdocco, incalzata dalle domande di Davide Sordi, preside della Scuola Media «Don Bosco» e di Giuseppe Puonzo, responsabile della comunicazione Cnos-Fap Piemonte. Non è la prima volta che la signora Lucia rievoca la «brutta bestia» come ha ripetuto più volte: è stata invitata dal Centro professionale salesiano di Fossano e volentieri, accompagnata dalla figlia a Valdocco, «è ritornata ragazza».
«Sono nata in una frazione di Peveragno a sei chilometri da Boves in provincia di Cuneo e avevo la vostra età quando i tedeschi con i cappotti lunghi e grigi, gli elmetti e gli stivali neri hanno bruciato il mio paese. Mio fratello era in Russia ed è tornato con i piedi congelati; l’altro mio fratello non l’abbiamo più visto e mia cognata è rimasta vedova con due bambini. Arrivavano dalla città tanti sfollati, non avevamo molto da mangiare, ma li aiutavamo come potevamo».
E ancora: «Nel mio paese nessuno ha fatto la spia con le SS per segnalare se c’erano persone ebree… Sento ancora le bombe in lontananza, le grida dei tedeschi, le donne che tornavano dalla città piangendo perché dal fronte non arrivano notizie dei mariti che non sarebbero più tornati. Avevamo fame tutto era razionato c’erano le tessere annonarie. Sapete cosa sono? Che brutta bestia la guerra! Oggi non riesco a guardare il telegiornale: non avrei mai detto a quest’età di avere di nuovo la guerra vicina. Dopo quello che ho visto, tanti morti, famiglie decimate, orfani: l’umanità non ha imparato nulla… poveri ragazzi».

La signora Lucia Castellino

La signora Lucia racconta «la pagina più triste» della Seconda guerra mondiale vissuta in Italia. «Un giorno abbiamo sentito per radio che era stato proclamato l’armistizio. Era una bella parola ‘armistizio’, significa ‘fine della guerra’: invece per noi di Peveragno e di Boves iniziò la tragedia: arrivavano in paese soldati allo sbando, altri salivano in montagna, i tedeschi non se ne andavano» ricorda Lucia.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, cominciano a nascere le prime formazioni partigiane: ed è proprio a Boves, dove è nata una delle prime unità partigiane, che i nazisti si macchiarono della prima strage in Italia, il 19 settembre 1943, un massacro di civili innocenti. Era una domenica: un gruppo di partigiani sceso in paese si imbatte in due soldati tedeschi della divisione SS Leibstandarte «Adolf Hitler» che li fa prigionieri. Sono gli uomini di Ignazio Vian, uno degli ufficiali che dopo l’armistizio dell’8 settembre hanno di combattere contro i tedeschi, rifugiandosi sulle montagne. Le SS al comando di Theodor Wisch e di Joachim Peiper, occupano Boves: pretendono la restituzione dei prigionieri e convocano le autorità del paese. Si presenta solo il parroco don Giuseppe Bernardi insieme a un imprenditore, Antonio Vassallo: li costringono a salire sulle montagne per trattare con i partigiani. Se non verranno liberati i due tedeschi, Boves sarà bruciata.
Don Bernardi chiede di mettere nero su bianco l’impegno di risparmiare il paese in cambio dei due soldati. Peiper si indigna: non si discute la parola (che non sarà rispettata) di un ufficiale tedesco! Il parroco e Vassallo convincono i partigiani a consegnare gli ostaggi, ma i nazisti infrangono l’accordo e Boves viene data alle fiamme, muoiono 23 civili. Tra le vittime anche il giovane vice parroco don Mario Ghibaudo, 23 anni: lo uccidono mentre benedice un moribondo. Il parroco e Antonio Vassallo vengono bruciati vivi.

Ma non finisce qui, rammenta Lucia: tra il 31 dicembre 1943 e il 3 gennaio 1944, durante un rastrellamento per stanare i partigiani, i nazisti bruciano di nuovo Boves: 59 vittime. Il 26 aprile 1945, all’indomani della liberazione, i tedeschi in ritirata si accaniscono ancora sui bovesini uccidendone 9. Per questi eccidi Boves è stata insignita delle medaglie d’ oro al valor civile e al valor militare e i due sacerdoti sono stati proclamati beati. «Ma anche Peveragno abbiamo avuto la nostra strage nazi-fascista» conclude Lucia, «furono trovati tre soldati tedeschi morti e il 10 gennaio 1944, i nazi-fascisti ammazzano 30 peveragnesi. Oggi sono ricordati in piazza 30 Martiri».
Una lezione di vita che rimarrà impressa nella memoria dei ragazzi, che dopo l’incontro, invitati dai professori, hanno scritto su un cartellone le loro impressioni: «La guerra è bruttissima e può provocare solo danni»; «sono felice che qualcuno possa raccontarci ciò che ha vissuto, anche cose brutte»; «ho riflettuto sul fatto che noi ci lamentiamo spesso senza pensare che ci sono persone che alla nostra età erano più sfortunate»; «ho capito che senza guerre il mondo sarebbe un posto migliore per tutti»; «le nonne sono preziose»; «sono rimasta colpita dal fatto che Lucia non si sia scoraggiata e che ancora oggi abbia la forza di raccontare»; «ho capito che la guerra non serve a niente!»; «io alla sua età non sarei riuscita ad affrontare così la guerra»; «ho capito quanto si soffre quando di due fratelli ne torna solo uno»; «abbiamo finalmente compreso come funziona la guerra e che non è la soluzione, non serve a niente»; «bisogna portare rispetto a tutti coloro che hanno difeso la nostra patria»; «sentire persone che hanno avuto morti in famiglia per la guerra fa riflettere». «Per evitare la guerra bisogna ricordare». «Stop war, amore e pace».

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