Recovery Plan, la sanità piemontese resterà a bocca asciutta

Regione Piemonte – Solo lo 0,6% dei fondi in arrivo con il Recovery Fund, 26 miliardi di euro, sarà utilizzato per potenziare la rete sanitaria dopo la pandemia

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C’è un grande assente nel Piano che la Giunta Regionale ha inviato a Mario Draghi per illustrare i progetti che il Piemonte vorrebbe realizzare con i fondi del Recovery Plan: la Sanità pubblica. Solo 22 progetti su oltre 1.200 riguardano la tutela della salute dei piemontesi. Una mancanza di interventi paradossale per un sistema, quello degli ospedali e, in generale, delle prestazioni sanitarie, sotto stress da più di 15 mesi. Una scelta discutibile – così viene valutata da qualificati osservatori – anche perché è pacificamente riconosciuto che gli effetti della pandemia (sanitari, ma anche sociali ed economici ) sono in gran parte conseguenza dello smantellamento del Servizio Sanitario negli ultimi vent’anni.

I dati. Il numero dei progetti inclusi nel Piano inviato a Roma potrebbe non essere significativo; quello delle risorse da destinare ai singoli capitoli, invece, lo è senza possibilità di equivoci. Dei 26 miliardi complessivi del Piano piemontese, alla Sanità sono destinati solo 160 milioni: lo 0,6% della torta. A livello nazionale il Recovery Plan riserva alla Sanità l’8% del totale, 19 miliardi: anche qui non molto, ma sempre più delle briciole previste in Piemonte.

In Piemonte, il confronto con altri settori è impietoso. Il Recovery Plan regionale prevede di destinare 7 miliardi all’efficienza energetica e rinnovamento degli edifici, 6,5 alla protezione del territorio e risorse idriche, 6 alle infrastrutture per una mobilità sostenibile (la parte principale per l’alta velocità ferroviaria), 1,6 miliardi al capitolo «Turismo e cultura», più di 700 milioni al rafforzamento delle competenze nel settore dell’istruzione e per il diritto allo studio, 600 alla competitività delle imprese.

Capitoli di spesa con numero di progetti simile a quello della Sanità, hanno budget maggiori di circa 4 volte: è il caso dei 25 progetti sotto il cappello «Agricoltura sostenibile e economia circolare», o dei 19 per la «coesione territoriale», campo vastissimo e quanto mai differenziato delle politiche sociali.

È bene precisare: si tratta di richieste inviate al Governo (un elenco di desiderata), che dovranno essere vagliate alla luce della ripartizione nazionale e della capacità di spesa dell’Italia, ma i dati potranno essere rivisti solo al ribasso. Ecco perché preoccupa che, in relazione alla spesa sanitaria storica della Regione, la consistenza del finanziamento richiesto sia esigua: il budget dell’Assessorato alla Sanità regionale è superiore agli 8 miliardi di euro all’anno, le risorse del «Recovery Plan» regionale, capitolo Sanità, rappresentano un cinquantesimo delle risorse annuali, oltretutto per operazioni che, se avranno la durata del Recovery Plan nazionale, si spalmeranno su una decina di anni.

Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio

I tagli in Piemonte. L’esiguità dei fondi ipotizzati per soccorrere la Sanità stride con i dati che questo giornale riportò più di un anno fa, ad inizio della crisi. Scrivemmo che la Sanità pubblica piemontese ha perso negli ultimi dieci anni il 7% degli addetti, registrando poco più di 55 mila dipendenti alla fine del 2017, quattro mila in meno rispetto al 2009. I dati dell’Istituto Regionale Ricerche Sociali Ires attestano in quel periodo la chiusura o riconversione in strutture di deospedalizzazione o lungodegenza (a più basso contenuto sanitario) di 12 strutture ospedaliere in Piemonte. C’è poi il grande capitolo dei tagli alle prestazioni per i malati non autosufficienti: 10 mila attendono le prestazioni di ricovero; 20 mila un assegno di cura domiciliare che, a casa, possa contribuire a soddisfare quelle esigenze di tutela della salute (alimentazione, idratazione, per molti anche mobilizzazione dal letto…) che non sono più in grado di assicurarsi da soli.

Non è compreso nei progetti regionali il sistema delle Rsa, in gran parte gestite da operatori privati, ma accreditati con il Servizio Sanitario, e delle cure domiciliari sanitarie, che ha mostrato tutte le sue falle in questi mesi di pandemia. Il Piano regionale non reca traccia di interventi di riqualificazione e aumento dell’offerta sanitaria, unico argine all’abbandono terapeutico di migliaia di malati non autosufficienti esclusi dalle cure di qualità alle quali hanno diritto.

Sanità dimenticata. La Giunta Cirio difende il suo operato: «Il Piano dà voce a tutte le esigenze di crescita che ci sono pervenute dal territorio. Abbiamo voluto evitare lo scollamento tra progetti ed esigenze concrete andando prima sul territorio per raccogliere i bisogni reali di cittadini e amministratori».

Secondo il sindacato medico Anaao-Assomed, il Recovery Plan della Giunta piemontese «ignora che la sanità non ha retto alla prova della pandemia Covid»: i dati rivelano che viene ricoverato in ospedale il 13,6% dei positivi al Covid, più del doppio della media italiana e i decessi nel periodo febbraio-maggio 2020, confrontati con la media 2015-2019, indicano che il Piemonte ha fatto registrare un aumento del 33,3% della mortalità, dato che la rende una delle peggiori regioni d’Italia.

«A fronte di questi dati e di una Sanità, soprattutto territoriale, scadentissima, la parte destinata alla Sanità nel Recovery Plan regionale è inconcepibile» dice Chiara Rivetti. segretaria regionale del sindacato. All’attenzione dell’Anaao è finita anche la disparità territoriale nella distribuzione delle risorse e alcuni singoli progetti «del tutto sconnessi da una seria programmazione regionale». È il caso della provincia di Vercelli «alla quale, da sola, sono destinati 108 dei 160 milioni previsti», oppure dei «10 milioni di euro per la Provincia di Cuneo per realizzazione di Poli sanitari attrezzati presso le stazioni sciistiche del territorio».

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