Referendum eutanasia, tante ragioni per il “no”

Quesito – Mentre prosegue la raccolta delle firme, la Presidenza della Cei esprime “grave inquietudine” perchè “non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire”. Per riflettere sul fine vita abbiamo intervistato un giurista, un medico palliativista e un bioeticista

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L’estate che sta volgendo al termine è stata resa ancora più calda dai clamori suscitati da vaccinazioni e Green pass, dal ddl Zan e, non ultimo, dalla campagna referendaria a favore dell’eutanasia, che ha già superato il quorum delle 500mila firme raccolte, per la prima volta, anche on line. L’argomento di per sé non è nuovo. Con puntuale ricorrenza le cronache degli anni scorsi si sono già occupate a più riprese di eutanasia, principalmente in occasione di casi emblematici, quali Welby, Englaro e dj Fabo.

Nel nostro Paese le diatribe pro o contro il fine vita cadono spesso nel luogo comune di ipotizzare due schieramenti. Da un lato, i favorevoli ad una legge, generalmente etichettati come laici e progressisti; dall’altro, quello dei contrari, identificati in gran parte come filocattolici e oscurantisti. La realtà tuttavia è più complessa e la risposta di ciascuno non si può inquadrare in un ‘casellario’ ideologico, ma risponde ai moti interiori più profondi, passa dalle nostre esperienze e narrazioni, si arricchisce del beneficio del dubbio.

Sgombrando il pensiero dal pregiudizio ed alzando lo sguardo oltre i nostri confini, ci rendiamo conto che la situazione giuridica europea e mondiale si rivela piuttosto restrittiva in tema di eutanasia. Per approfondire un argomento così complesso è necessario un approccio a più livelli, coinvolgendo competenze giuridiche, mediche e bioetiche. Per accompagnarci in queste riflessioni ci avvaliamo del contributo di un giurista, Maurizio Cardaci, di un medico palliativista, Ferdinando Garetto e, infine, di un bioeticista, Giuseppe Zeppegno.

Avvocato Cardaci, perchè un referendum sull’eutanasia e non la proposta di una legge?

Occorre ricordare che l’assetto istituzionale consacrato nella nostra Costituzione è quello della democrazia parlamentare rappresentativa, ossia quello di una democrazia indiretta, nel senso che i parlamentari – senatori e deputati – rappresentano il popolo e ne sono (o dovrebbero essere) gli interpreti, i latori delle istanze, delle esigenze, dei sentimenti di esso. Per questo motivo la funzione legislativa, centrale nell’Ordinamento, è assegnata al Parlamento ed il percorso di approvazione di una legge inizia, di norma, con una proposta di legge formulata da uno o più parlamentari. Nel caso specifico, credo che si sia scelta la strada del referendum abrogativo piuttosto che quella di iniziativa parlamentare o di iniziativa popolare, perché l’iter approvativo comporta tempi indubbiamente più lunghi ed esiti più incerti rispetto al referendum, ove approvato dalla maggioranza dei voti validamente espressi sulla maggioranza degli aventi diritto.

Quali articoli del Codice sono oggetto del referendum?

L’articolo interessato dalla proposta abrogazione referendaria è il 579 del Codice penale che, allo stato attuale, punisce l’omicidio del consenziente, sanzionando l’autore del delitto con la reclusione da sei a quindici anni. Se passa, il testo finale risulterebbe così: «Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui è punito con le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso: 1) contro una persona minore degli anni diciotto; 2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti; 3) contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno». In definitiva, nella formulazione risultante dall’abrogazione referendaria, l’articolo 579 punirebbe l’omicidio del consenziente solo se consumato nei confronti dei soggetti indicati ai numeri 1, 2, 3 del detto articolo, mentre resterebbero esclusi i casi di omicidio del consenziente – cioè eutanasia – nei confronti di persona maggiore di età, capace di intendere e di volere e che abbia espresso liberamente e validamente il proprio consenso.

È costituzionale nel nostro Paese una legge che promuova l’eutanasia?

Molti interpreti, ed io con loro, ritengono che in virtù della modifica apportata all’articolo 27, ultimo comma della Costituzione dalla legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1 la vita sia un bene indisponibile, anche dal suo titolare. Quindi, a mio avviso, una legge sull’eutanasia ha profili di incostituzionalità. Vedremo cosa statuirà la Corte Costituzionale, qualora fosse investita della questione. Nel frattempo, fondamentale il parere dei sanitari, di coloro che vivono quotidianamente il calvario della malattia.

Dottor Garetto, da anni lei si occupa di Cure palliative. Molti malati le hanno chiesto di morire?

Non moltissimi, ma è indubbiamente negli ultimi anni la parola eutanasia non è più un tabù. Soprattutto nei primi incontri quasi sempre è il veicolo di una drammatica richiesta di aiuto, che si ‘risolve’ presto attraverso la presa in carico degli aspetti globali della sofferenza. Molto più rari, finora quasi eccezionali, i casi in cui dietro la domanda c’è un progetto già articolato e finalizzato. Anche in queste situazioni il primo passo è prendere molto sul serio la domanda e proporre la possibilità di ‘un’altra via’. Quasi sempre sono persone giovani e di buona cultura, che hanno già approfondito il tema dell’eutanasia. Ma per le quali l’esistenza delle cure palliative, la possibilità della sedazione a fine vita, la liceità del rifiuto degli atti sproporzionati e della desistenza terapeutica sono spesso una sorpresa di cui non avevano mai sentito parlare.

Il nostro Codice deontologico contempla l’eutanasia, oppure ne prende le distanze?

Nel codice deontologico italiano l’eutanasia è vietata, ma con argomentazioni soprattutto legate alla legislazione vigente (che può quindi cambiare). Non mancano quindi elementi di fragilità, come già si è osservato per la repentina proposta di modifica dopo la sentenza della Consulta in merito al «suicidio medicalmente assistito». Molto più forte la presa di posizione dell’Associazione medica mondiale che anche di recente ha ribadito che mai eutanasia e suicidio assistito possono essere considerati atto medico, e tanto meno «dovere» del medico, anche in presenza di leggi che lo prevedano.

Al di là della sua esperienza e della sua formazione valoriale ritiene sia utile e necessaria per un medico tale legge oppure il «prendersi cura» e l’accompagnamento richiederebbero altri strumenti? Mi riferisco ad una visione olistica della relazione medico-paziente in un contesto nel quale si è affermata una medicina tra il difensivismo e il miracolismo che ha creato delle aspettative distanti dalla realtà e dalla finitudine umana.

Certamente. La storia del secolo scorso, ma anche alcune ‘derive’ osservate nei Paesi dove l’eutanasia è legale dimostrano che il rischio eugenetico, di cui parla anche monsignor Paglia, è tutt’altro che remoto. Le cure palliative propongono un’altra via, che è innanzitutto una promessa di «esserci», in una storia di comune umanità, fino alla fine, anche con i limiti propri della medicina. Mi pare che l’eutanasia sia il ‘delirio di onnipotenza’ delle cure di fine vita, molto più vicina di quanto non sembri all’accanimento terapeutico che si dice di voler contrastare. Mi piace molto, perché autenticamente umana, la posizione dei palliativisti spagnoli, che hanno chiesto che l’impegno accanto ai morenti si sposti dal «quando morire» (on-off, come spegnendo un interruttore) al «come» (senza eccessi terapeutici e controllando al meglio i sintomi), «dove» (a casa o in hospice, non in una terapia intensiva) «con chi morire» (i propri cari, un amico…). La pandemia ci ha mostrato quanto «come», «dove» e «con chi» siano i veri aspetti capaci di fare la differenza.

Infine la parola al bioeticista. Professor Zeppegno, in una società plurale e multietnica gli atteggiamenti verso la vita e la morte non sono univoci. Cosa pensa dell’attuale referendum a favore dell’eutanasia?

Oggi sono presenti due tendenze contrapposte ed entrambe inopportune. La prima è paladina della falsa convinzione che la morte rappresenti una sconfitta per la classe medica e vada evitata proponendo terapie invasive, anche quando la situazione clinica è così seriamente compromessa da giustificare unicamente l’applicazione delle cure necessarie per accompagnare nel modo più indolore verso il naturale transito. Come la prima, anche la seconda è incapace di accettare il limite, ma propone soluzioni ben diverse. Non mette in atto interventi inopportuni, ma trascura il dovere sociale di sostenere le vite fragili nella convinzione che siano indegne di essere vissute e rappresentino unicamente un peso economico e sociale ingiustificato. Proclama pertanto il diritto di decidere autonomamente il tempo del proprio morire, insinuando l’idea che ha senso solo una vita di qualità, cioè pienamente attiva ed efficiente. La proposta referendaria che si sta promuovendo è frutto di questa seconda tendenza.

In Italia molti ritengono che un presunto ritardo in merito a tale legge dipenda dall’ingerenza della Chiesa cattolica. È così? In Europa e nel resto del mondo com’è la situazione?

I cattolici hanno certamente un peso notevole nel nostro Paese. Le loro prese di posizione però non possono essere qualificate come un’ingerenza. Secondo un’indagine Doxa del 2019, infatti, il 66,7% degli italiani si dice cattolico. Non sono certamente una maggioranza uniforme, ma è avvertito nei più il dovere morale di far sentire la loro voce in difesa della vita. In resto dell’Europa e del mondo la situazione è molto variegata. Con diverse limitazioni, l’eutanasia attiva o l’interruzione dei trattamenti terapeutici (eutanasia passiva), sono permessi in Albania, Belgio, Finlandia, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Ungheria, Colombia, Argentina, Cina e Thailandia. In Germania, Spagna, Svizzera, Oregon, Vermont, Montana, California, nello Stato di Washington, Nuova Zelanda e Svizzera è ammesso il suicidio assistito. In Canada, Danimarca e in Australia, come in Italia, hanno valore legale le direttive anticipate di trattamento.

In Bioetica viene spesso utilizzato il concetto di «pendio scivoloso». Può spiegarci cosa significa? Dal punto di vista morale, quali possono essere le ricadute sulle coscienze dall’introduzione di una legge in tema eutanasico?

L’espressione «pendio scivoloso», detto anche «fallacia del piano inclinato», è generalmente usata per indicare un procedimento per mezzo del quale partendo da una tesi precostituita si ricavano una serie di conseguenze arbitrariamente definite inevitabili. In bioetica si parla di «pendio scivoloso» quando si legittimano atti che aprono la via ad ulteriori pratiche che in origine erano ritenute dai più ingiustificabili. È quello che avviene con la promozione della deriva eutanasica. Si avvia una insistente campagna mediatica che poggia sulla doverosità di abbreviare le sofferenze ai malati terminali, si ipotizza poi la possibilità di intervento sui malati non terminali e si arriva ad ammettere l’opportunità di dare la morte a chi sperimenta disagi di tipo psicologico dovuti a depressione, difficoltà a gestire un lutto o è pervaso dalla noia di vivere. Si dimentica che possono essere date a queste esigenze delle risposte ben diverse. Penso alla possibilità di prendere in carico il malato terminale sospendendo le terapie che ottengono solo il penoso procrastinarsi del processo di morte e avviando la necessaria palliazione. È inoltre attuabile il potenziamento del servizio sociosanitario integrato prevedendo una serie di prestazioni erogabili presso il domicilio, ma attuate in stretto collegamento con le strutture specialistiche. Lo stesso servizio, affiancato dalle associazioni di volontariato, può venire incontro a chi vive particolari situazioni di disagio affettivo o relazionale dovuto a solitudine, limitazioni determinate dall’età avanzata o da diverse forme di cronicità. Non si deve infine dimenticare che l’utilitaristica cultura dell’efficientismo intristisce la vita sociale e fa dilagare l’ansia da prestazione, mentre l’attenzione alle esigenze del singolo e l’accompagnamento solidale nelle criticità, che spesso la vita comporta, fa avanzare il livello di civiltà di una nazione e aumenta il senso di generale fiducia.

Dopo aver sentito il parere di un giurista, di un medico palliativista e di un bioeticista possiamo dire che in una democrazia matura e consolidata la libertà non deve essere disgiunta dalla responsabilità. L’attuale referendum non è l’affermazione di un diritto, ma soltanto la negazione della morte, ormai rimossa come un tabù dalla nostra società. Il dono della vita, che implica fragilità e finitudine, deve essere accolto nella sua totalità. L’eutanasia non è l’esercizio estremo del libero arbitrio, ma soltanto la via breve, più sbrigativa per porre fine ad una sofferenza ritenuta ormai inutile e priva di senso. Sulla morte non siamo noi a potere dire l’ultima parola, che attiene invece al mistero e alla trascendenza.

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