L’abbraccio di Dio al Figlio, l’abbraccio intimo tra ciascuno e il Padre, l’abbraccio tra fratelli perché “figli nel Figlio” con uno stesso Padre. Questo il filo rosso della catechesi proposta dall’Arcivescovo ai giovani di Torino e Susa venerdì 13 dicembre, secondo appuntamento del percorso “Vedere la Parola”. Nel Santo Volto gremito l’invito del card. Repole a compiere un passaggio, dalla riflessione proposta a novembre sull’uomo creatura di Dio a quella sul senso di questa creazione, su un’origine radicata nell’amore totale di Dio. Un amore che si scopre e rivela in quello spazio intimo del cuore che l’Arcivescovo ha invitato a cercare.
“Dio è all’origine di ogni essere umano e io sono così importante e unico perchè sono in grado di ascoltare la parola che Dio mi dice e di parlare con Dio come se al fondo del mio cuore ci fosse un luogo dove sono a contatto diretto con Lui. A volte devo fare la fatica di liberarmi di tante ansie, di tanti pensieri, devo fare lo sforzo di fare un po’ di silenzio, non solo fuori di me, ma anche dentro di me, ma quando mi riesce è come se al fondo di me stesso abitasse Dio stesso con cui posso mantenere un dialogo continuo e ininterrotto”. Un dialogo in cui si può scoprire che “Io sono stato voluto e creato come immagine di Dio, io sono l’unico che porta l’immagine di Dio, e posso guardare la profondità del mio cuore e sentire che sono in una intimità calda con Dio proprio perchè sono a immagine Sua”.
“All’origine”, ha proseguito, “Dio vuole comunicare il suo amore immenso, vuole che anche altri partecipino di quell’Amore, che anche qualcun altro possa prendervi parte, che quell’amore sia diffuso e non sia racchiuso in Lui e queto desiderio diventa la decisione di uscire fuori di sè e la decisione che il suo Figlio diventi uomo, viva la sua vita di Dio da duomo condividendo la nostra umanità. Potremmo dire così: Dio prende la decisione che il suo Figlio viva la vita da uomo diventi Gesù e ci faccia conoscere chi sia Dio e ci permetta di guastare qualcosa dell’immenso amore di Dio, e quando prende questa decisione crea l’uomo, me, te…”
Una creazione che dà origine a un corpo fragile ma anche capace di abbracciare, un corpo che permette di amare ed essere amato: “porto l’immagine Dio in me non solo con la mia interiorità, ma anche con il mio corpo bello e fragile” e “ solo in questo vasto orizzonte possiamo comprende chi siamo in Lui figli di Dio chiamati a partecipare la stessa vita sua a sperimentare che le radici più profonde della nostra vita sono in quel Dio che è padre, che siamo fratelli di Gesù e per questo anche fratelli tra di noi”.
Un essere figli nel Figlio con la propria interiorità e il proprio corpo che porta così a tante “conseguenze” sulle quali Repole si è soffermato dopo aver esortato i giovani: “Siate vivi in profondità!” Vivi in profondità per cogliere una gioia indicibile, la gioia che si sperimenta nel cuore del Padre – che non è quella effimera del voto, del tatuaggio, del vestito – per sentirsi ogni sera grati, per essere capaci di ricomporre tutti i pezzi della nostra vita, per cogliere l’importanza di curare le relazioni fraterne.
Vivi in profondità per abbracciare… come il segno che ha unito i giovani nel santo volto in uno scambio finale di abbracci: abbracci fisici, ma anche abbracci desiderati e auspicati nel silenzio e nella preghiera per “le persone che in questo non sono qui ma hanno bisogno di percepire l’Amore di Dio che non abbandona mai”.


