Repole ai giovani, “il tutto e subito ci condanna alla tristezza”

Torino – Il brano evangelico dell’incontro tra Gesù e la Samaritana è stato il cuore della quinta catechesi dell’Arcivescovo Repole ai giovani di Torino e Susa, venerdì 12 aprile al Santo Volto. GALLERY

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La sete di amore che ogni giovane sente nel cuore, il filo rosso della catechesi ai giovani che l’Arcivescovo Repole ha proposto ai giovani delle diocesi di Torino e Susa, venerdì 12 aprile nella cbiesa del Santo Volto. Ancora una volta gremita la chiesa per ascoltare parole che, a partire dal racconto evangelico dell’incontro tra Gesù e la samaritana, sono andate a toccare una delle dimensioni più delicate, più profonde dell’animo: quella della sete di amore, del desiderio di amare e di essere amati, di una relazione – anche con Dio – che dall’incontro generi felicità.

Una sete di amore e di Dio che si rivela in un incontro che sorprende come quello tra Gesù e la donna al pozzo e che non è in funzione di meriti: “questa vicinanza di Dio, che trasforma davvero tutto e dà vita vera ad ogni uomo e ad ogni cosa, non è il prodotto del lavoro degli uomini, dei loro sforzi, della loro bontà, della loro bravura, della loro capacità di costruire e fare o dei progressi che sono capaci di compiere. No! Questa vicinanza di Dio è qualcosa che irrompe, che avviene indipendentemente da noi e dal mondo, aldilà di tutto quanto noi possiamo persino desiderare o attendere; anche laddove non ci aspetteremmo di incontrare Dio, aldilà dei nostri schemi e delle nostre convenzioni. È come quando si riceve un dono prezioso e graditissimo, che ci viene fatto in un momento in cui non ce lo saremmo aspettato, in una circostanza che non avremmo mai immaginato, in una modalità che va aldilà dei nostri desideri e della nostra stessa fantasia”.

Un Dio che si fa vicino dunque, nei confronti del quale basterebbe spalancare il cuore, e avrebbe ricadute non solo individuali ma sull’intera società “Solo se Dio è al centro del mondo può arrivare la pace, se dio entra nella nostra esistenza c’è la possibilità che gli uomini diventino vicini agli altri e non entrino nella logica della competizione che genera violenza”. Incontro che porta la pace nel cuore dell’umanità e che stravolge la logica dominante, quella degli amori limitati che rischiano di togliere vita alla sete di quel “per sempre” che è fonte di felicità autentica.

“In tutto l’incontro Gesù fa sperimentare alla donna samaritana che Dio si è avvicinato con il suo amore, senza domandare e richiedere nulla, per incontrarla nella sua vita così normale, così feriale, così monotona. E perché la donna lo possa sentire e sperimentare, Gesù supera ogni convenzione, si disinteressa di quel che pensa la gente, del giudizio che possono avere di lui. Ma così facendo annuncia a questa donna che è amata teneramente da Dio; che è desiderata da Lui; e che questo amore davvero nuovo è lì, avviene, le è dato, la raggiunge, senza che la samaritana debba fare qualcosa, senza che lei stessa lo abbia chiesto o ne abbia espresso il desiderio. È su questi aspetti che possiamo soffermarci un istante a riflettere”.

“Anche la nostra vita” – ha aggiunto – “è fatta a volte di cose sempre uguali, di esperienze ripetitive, di momenti che si susseguono identici. Anche noi possiamo avere talvolta la sensazione di fare una vita monotona. Talvolta diventa monotono persino il modo in cui cerchiamo di distrarci e di uscire dalla monotonia. Ma è in questa nostra vita che Dio ci rivolge la sua parola, che si avvicina a noi, che ci incontra. E non c’è nessun momento e nessuna situazione della vita che conduciamo che non possa essere occasione perché Dio ci parli e mostri la sua vicinanza. Ogni attimo e ogni situazione potrebbero essere l’attimo giusto e la situazione giusta. Anzi, a volte possiamo incontrare Dio proprio là dove non ce lo aspetteremmo, in quelle situazioni che non ci sembrano confacenti e adatte alla sua presenza o in quella parte di noi che ci pare essere la più straniera per Dio. Come la donna che lo ha incontrato in un pozzo di una regione, la Samaria, che era considerata “terra straniera”.

“Soprattutto”, ha sottolineato, “possiamo riflettere sul fatto che Dio ci dice che ci desidera e ci ama così, gratuitamente, senza che noi abbiamo fatto o facciamo niente per meritarci questo suo desiderio e questo suo amore. A volte pensiamo che per essere amati dobbiamo essere noi bravi, amabili, attraenti, o dobbiamo trovarci nelle condizioni giuste per venire amati. Dio invece viene con il suo amore e il suo desiderio di me, indipendentemente da quello che faccio, che mi merito, che realizzo nella vita. E facendo così mi aiuta a comprendere che anche nelle relazioni con gli altri esiste la stessa logica. Le relazioni più autentiche e vere sono quelle delle persone che mi amano indipendentemente da quello che credo di meritarmi o da quello che sono in grado di realizzare”.

Amore gratuito, sganciato dai meriti, amore che “fa fiorire” la vita, come quell’acqua che benedetta dal Vescovo al fonte battesimale, al termine della catechesi è diventata dono da custodire per alimentare quella pazienza che l’amore, che l’incontro con l’amato comporta.

“La fede”, ha sottolineato l’Arcivescovo, “è entrare in una relazione viva proprio con Gesù. È fare l’esperienza di Dio che prende il suo posto nel mondo attraverso l’incontro con Cristo. E questo incontro, per essere vero, richiede tempo, pazienza, fiducia. Si tratta di entrare poco per volta in confidenza con Lui, come fa la samaritana. Occorre conoscere chi sia Gesù, scoprire la ricchezza inesauribile della sua persona. Al tempo stesso, è necessario aprire poco per volta il proprio cuore a Lui, permettergli di entrare in alcune stanze della nostra vita che saremmo a volte tentati di tenere chiuse. L’incontro personale, per essere autentico, richiede di vincere la paura di essere guardati anche in quella parte di noi che non ci piace, che vorremmo tenere nascosta persino a noi stessi. E richiede darsi tempo perché cresca la fiducia di essere guardati da Gesù con amore anche lì dove noi proviamo fallimento, vergogna o imbarazzo. Questo a ben pensare va controcorrente rispetto alla logica che spesso respiriamo e che a volte agita tutte le nostre vite: la logica, cioè, del “tutto e subito”. Questa logica ci destina alla tristezza, perché ci impedisce di incontrare davvero le persone, con le quali il “tutto e subito” non funziona mai.

Non funziona con la Persona di Gesù e con Dio. Ma non funziona neppure quando entriamo in relazione tra di noi. Se ci pensiamo, è terribile quando qualcuno dà dei giudizi su di noi senza possibilità di appello, come se sapesse davvero chi siamo, come se potesse parlare di noi applicandoci una etichetta. Stiamo male. Perché? Per il semplice motivo che ci sentiamo trattati come una cosa, non come una persona. E’ come se ci facessero violenza, che non volessero vedere che noi siamo molto altro rispetto alle due parole o al giudizio che viene dato su di noi. Ma lo stesso può valere quando noi pretendiamo di dire chi è un altro, che sia un genitore, un amico o un’amica, l’insegnante, il ragazzo o la ragazza. Noi ci incontriamo davvero e cominciamo a sperimentare la felicità che ci dà l’incontro con un altro o un’altra, solo se rinunciamo alla logica del “tutto e subito”, solo se abbiamo pazienza, solo se ci diamo il tempo di far crescere la fiducia, di conoscerci, di entrare uno nella vita dell’altro e di scoprirci come persone che non si possono mai etichettare”.

Una scoperta di amore, di un cammino che genera la “corsa” dell’annuncio della gioia che contagia, si condivide, si diffonde.

“Mi colpisce sempre particolarmente” ha concluso, “quel gesto semplice e bellissimo che tanti giovani fanno quando si innamorano: quello di legare un lucchetto alla ringhiera di un ponte. Mi sembra un simbolo bellissimo di questa sete, che ci portiamo dentro, di amare e di essere amati, per sempre.

Gesù ci assicura che Lui può dissetare questa sete, perché Lui è quell’amore di Dio che non viene mai meno. E ci indirizza a vivere anche tra di noi degli amori nei quali mettiamo sul tavolo questa sete di amore che è per sempre, che non finisce mai.

Fa pensare il fatto che quando la donna samaritana ne fa l’esperienza, incontrando Gesù, sente la necessità di annunciarlo ad altri: quasi che questo desiderio di rendere partecipi altri della gioia immensa che l’ha invasa sia un bisogno incontenibile del suo cuore. È quello che accade anche ai cristiani quando fanno – anche solo una volta e per un breve attimo – l’esperienza dell’amore di Dio; è quello che ci accade quando sentiamo di aver fatto l’ingresso nel Regno di Dio”.

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