Repole ai giovani: “Senza decidere niente, si rimane al margine della vita”

Torino – La paralisi del peccato, dell’ansia di aver tutto sotto controllo contrapposta allo sguardo di Gesù che risana, che guarisce le ferite, in cui riporre – sostenuti anche dagli amici – totale fiducia, è stato il filo conduttore del quarto incontro delle catechesi che l’Arcivescovo Repole propone ai giovani delle diocesi di Torino e Susa, che si è tenuto venerdì 15 marzo al Santo Volto. GALLERY

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Ancora una volta un gioco di sguardi, tra Gesù e l’uomo, per cogliere come l’amore di Dio si manifesta. Lo sguardo sul paralitico per dire ai giovani che c’è un amore capace di guarire tutte le nostre ferite. Così l’Arcivescovo Repole ha scelto una delle guarigioni raccontate nei Vangeli per invitare gli oltre mille giovani della diocesi di Torino e di Susa, riuniti venerdì 15 marzo, occupando ogni spazio del Santo Volto, per la Catechesi del cammino “Vedere la Parola”, per sottolineare la “vicinanza amorevole di Dio” ad ogni uomo.

“I miracoli di cui raccontano i vangeli, come la guarigione dell’uomo paralizzato”, ha sottolineato, “sono dei gesti con cui Gesù ci fa piuttosto sperimentare che Dio è davvero vicino e si prende cura di ogni nostra fragilità e malattia. Essi ci fanno anche vedere come la vicinanza amorevole di Dio è capace di mettere in moto tutte le potenzialità nascoste nella natura, nel nostro corpo, nella nostra anima. I miracoli aprono uno squarcio, già durante la vita di Gesù, su ciò che accadrà per il mondo e per tutta l’umanità alla fine dei tempi. Sono come un anticipo di quello che ci aspetta, tutti, aldilà della morte. Ma sono solo un anticipo, appunto, quasi un assaggio. Infatti, Gesù non ha guarito tutti i malati che ha incontrato”.

Lo sguardo di Gesù che si posa sul paralitico non è però unidirezionale: richiede “apertura e fiducia” in Lui. Non richiede perfezione, ma disponibilità che si raggiungono anche con il supporto degli amici.
“Ed è proprio su questo particolare”, ha proseguito, “che possiamo soffermarci un istante questa sera. Abbiamo bisogno di dare peso e di tirare fuori tutta la fiducia in Gesù di cui siamo capaci: ricominciando a vedere che è la parte più bella e più attraente di noi, quella più pulita e limpida. Ma abbiamo anche bisogno di sentire che siamo attorniati da amici che ci possono portare a Cristo. Lo possiamo respirare nel clima stesso che si crea in serate come questa, nella bella sensazione che abbiamo di essere attorniati da tante ragazze e tanti ragazzi che come noi, pur con tutte le fatiche che fanno, pongono la loro fede in Gesù, si fidano di Lui e si affidano a Lui, si abbandonano nelle sue mani. Possiamo imparare a discernere quelle relazioni che sono per noi uno sprone ad andare a Cristo, che ci sono necessarie – come per l’uomo paralitico – per poterlo incontrare. Perché magari mi aiutano a mettere al centro della mia vita la Parola di Dio. O perché mi aiutano ad abitare questo mondo non come qualcosa di scontato, ma come luogo in cui incontrare Dio. O perché mi stimolano ad uscire da me stesso, a non piangermi addosso, ad accorgermi degli altri e fare l’esperienza che, quando ci riesco, sono già sulla via della guarigione”.

Parole sulle relazioni a giovani che, incontro dopo incontro, stanno percependo il valore – anche non conoscendosi – di essere parte di una stessa Chiesa, la ricchezza del condividere la bellezza di una Parola che è per tutti, ma anche per ciascuno. “E’ bello trovarsi in tanti” hanno ripetuto in tanti uscendo, ma anche “è bello ritrovarsi”, dove quel ritrovarsi significa “ci sono altri come me che sperimentano il valore del silenzio, della preghiera”, o “il fatto che siamo in tanti mi conferma che essere qui non è tempo sprecato”.

Voglia di esserci, ma anche di fermarsi a riflettere su quella condizione di isolamento che è frutto del peccato. “Gesù”, ha spiegato il Vescovo, “risana e rimette nella possibilità di ricevere e donare amore. Anche la storia dell’uomo paralitico è un segno di qualcosa di simile. Gli stessi gesti e le stesse parole di Gesù ce lo lasciano intendere. Quest’uomo è stato guarito dalla paralisi che aveva, che gli impediva di essere libero nei movimenti, di andare incontro agli altri, di stare con gli altri in una relazione in qualche
modo alla pari: senza cioè dipendere solo dagli altri, dal fatto di non potersi muovere senza di loro. Ma questa paralisi esteriore segnala altre paralisi più interiori. Non a caso, quando lo vede, Gesù dice anzitutto al paralitico che gli sono perdonati i suoi peccati. Non perché la malattia sia dovuta al fatto che quell’uomo ha fatto qualcosa di sbagliato e di male, come ci viene qualche volta spontaneo di credere. Ma per dire che non ci si deve fermare solo a guardare i blocchi che ci possono essere nei movimenti esteriori. Ci si deve rendere conto che tante volte abbiamo dei blocchi interiori, che possono essere davvero paralizzanti, che non ci rendono liberi, che non ci permettono di esprimerci in tutta la potenzialità e bellezza di cui saremmo capaci. E il peccato, il male che possiamo fare agli altri, la chiusura in noi stessi, la nostra indifferenza nei confronti degli altri, le parole inutili o cattive che possiamo dire… sono un peccato proprio perché fanno anzitutto del male a noi stessi. Ci impediscono di esprimerci in tutto il bello che c’è in noi; ci bloccano nelle relazioni; sono un impedimento ad aprirci e a sperimentare la ricchezza che si può vivere nell’amare e nell’essere amati”.

Ma cosa blocca i giovani?

“Penso a quel blocco che è dato dal bisogno a volte eccessivo, persino maniacale, che possiamo avere di tenere tutto sotto controllo, sempre, in qualunque circostanza; o dal bisogno di calcolare tutto, nei minimi dettagli. Ci sembra di sentirci più sicuri quando facciamo così, ma in realtà siamo un po’paralizzati e abbiamo la necessità di essere liberati. Per sentire che la vita vera non la assaggiamo quando seguiamo quella logica dell’efficienza a tutti costi e in qualunque momento che spesso respiriamo a scuola o nel posto di lavoro, ma quando invece ci fidiamo e ci lasciamo trasportare un po’ dagli altri, come fa il paralitico sulla sua barella. Siamo vivi e liberi quando siamo creativi, come gli amici del paralitico che hanno osato fare qualcosa di un po’ pazzo: scoperchiare un tetto, pur di essere visti da Gesù. Penso poi alla paralisi dell’individualismo, alla necessità che abbiamo di essere liberati dalla tentazione di andare avanti per conto nostro, essendo centrati solo su noi stessi, sui nostri bisogni, sui nostri problemi, sui nostri sentimenti. Tante volte, anche i nostri gruppi possono diventare il luogo in cui ognuno racconta sé stesso senza tenere conto dell’altro, invece che il luogo della condivisione della vita. E penso, infine, alla paralisi nel prendere delle decisioni nella vita. Viviamo in un mondo in cui abbiamo infinite possibilità, a tutti i livelli. E a volte questo, invece che aiutarci, ci blocca nelle decisioni. Solo che senza decidere mai niente non si vive, si rimane al margine della vita”. Gustare il sapore della vita, viverla non da spettatori ma da “risorti” è stato il terzo passaggio della catechesi.

Come?

“A partire dal vivere la vita ordinaria, facendo le cose di tutti e di sempre, ma in modo nuovo, più libero, più creativo, più generoso”. Chiedendosi
“che cosa significa, per me, ritornare a casa? Che cosa vuol dire vivere in modo rinnovato la mia vita di sempre: i rapport con i genitori, con gli amici, con il ragazzo o la ragazza, l’impegno a scuola o all’università, i miei sogni, le mie aspettative per il futuro…? Una cosa possiamo far scendere nel cuore. In questo suo rimandare l’uomo guarito a casa, Gesù esprime la fiducia che egli, dopo aver fatto l’esperienza della vicinanza e dell’amore di Dio, può diventare a sua volta responsabile di questa vicinanza e di questo amore per altri, nella vita ordinaria”.

E un ultimo invito ha concluso la catechesi del Vescovo a darsi del tempo, per far scendere in profondità “ciò che di bello viviamo, per ringraziare… La frenesia delle nostre giornate e il tempo accelerato che viviamo nella nostra epoca non ci fanno del bene in questo senso. Abbiamo bisogno di resistere, di non farci travolgere. Perché senza questa memoria profonda e questa gratitudine rischiamo di essere sempre in balia dell’ultima cosa che ci capita, dell’ultimo pensiero che ci passa per la mente o dell’ultimo sentimento che proviamo. Ma, così facendo, non possiamo essere davvero ragazzi e ragazze che camminano con le proprie gambe, che sono protagonisti veri e fino in fondo della loro vita”.

E a mostrare la bellezza della scelta e di una fiducia totale in Dio, l'”eccomi” pronunciato da quattro giovani del seminario di Torino – Fabio Bonino, Gianluca Delmondo, Giovanni Muscolo, Luca Romagnolli – che hanno vissuto il rito di ammissione dopo i primi tre anni di discernimento.
Una sorgente d’acqua, una barca “fatta per navigare in mare aperto”, il volto degli amici, la risposta del profeta Samuele, le immagini che i 4 hanno condiviso per “esemplificare” la propria richiesta di camminare verso il sacerdozio, accompagnati ora dalla preghiera e dalla fraternità dei giovani che alle parole della catechesi hanno “aggiunto” i volti e le loro parole “ad un’altra serata speciale”.

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