Repole alla Giornata Caritas: “Non lasciamo indietro nessuno!”

TorinoIl dono di sè come antidoto ad una mentalità economicistica che vede un aumento di chi fatica. I dati raccolti dalle comunità parrocchiali su tutto il territorio diocesano e “la riposta” fraterna delle parrocchie e delle realtà associative. Le parole dell’Arcivescovo Repole, del referente della Caritas Dovis, i numeri e le testimonianze alla XXXV Giornata Caritas il 9 marzo al Santo Volto. GALLERY

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“Non lasciamo indietro nessuno!” Così l’Arcivescovo di Torino, sabato 9 marzo ha fatto appello ai volontari di parrocchie, Caritas e associazioni che hanno gremito il Santo Volto per la XXXV Giornata Caritas. Un appello accorato – unito alla gratitudine per quanto si fa su tutto il territorio diocesano quel”dono di sè, di tempo e risorse che è l’epressione più bella della nostra umanità” – alla luce dei dati presentati dall’Osservatorio Torinese.

Giornata densa di interventi e testimonianze che hanno declinato il tema che ha dato il titolo alla mattinata “Comunità fraterne riflesso di carità”. Ad aprire i lavori, l’intervento dell’Arcivescovo che si è più volte soffermato sul valore della persona e del dono: “Spesso ci viene fatto credere che cio che conta davvero è la prepotenza, il denaro, ma se ci pensiamo bene di noi – ha sottolineato – rimane quello che abbiamo donato con gratuità. E il fatto che ci siano tanti che donano per venire incontro ai bisogni degli altri e per entrare in una relazione nuova è l’espressione più bella del nostro essere uomini ed è una grandissima resistenza oggi alla mentalità ecnomicista che segna la cultura che ci fa pensare che invece quello che conta davvero è altro”. Un richiamo puntuale sulla sacralità della persona che poi è stato correlato a tre – tra i tanti – dei dati sono emersi dall’osservatorio: il fatto che il 53% delle persone che si sono rivolte ai centri d’ascolto nel 2023 sono state persone “nuove” rispetto all’anno precedenza, l’incidenza, tra quanti chiedono aiuto, di chi un lavoro ce l’ha, ma nonostante questo non riesce a sopravvivere e la fatica delle persone a sostenere le spese di cura.
Sul primo dato “ci fa pensare” – ha sottolineato Repole – che la fragilità non è appannaggio di qualcuno e sempre gli stessi ma che è qualosa che investe fette sociali sempre più grandi e che forse è la nostra società che si sente sempre più fragile”. E sul lavoro esplicita la denuncia del vescovo: “C’è qualcosa di storto se pur lavorando non hai la possibilità di mantenere te stesso o la tua famiglia. Siamo molto capci, nel leggere la storia, a saltate sulla sedia perchè in passato c’erano schiavi, ma siamo cosi miopi da non vedere he oggi ci sono forme di schiavitù nuove, ma non meno lesive della dignità”.
E a conclusione dell’intervento un richiamo alla fraternità, alla testimonianza offerta dall’azione caritativa, una azione che “deve essere un riverbero dell’amore di Dio” di cui ha bisogno per primo colui che dona.

Parole di richiamo alla gratuità e alla testimonianza di un amore ricevuto che sono state incarnate da alcune testimonianze proposte: quella dell’accoglienza nei confronti degli stranieri, sperimentata con la Pastorale Migranti nelle comunità di Chieri, quella di don Antonio Cecconi, parroco a Calci, già direttore di Caritas, del diacono permanente Francis Benedic nell’ambito sanitario, quella di una famiglia – Matteo e Carla Fadda – dell’associazione Papa Giovanni XXIII.

Nella seconda parte della mattinata i dati dell’Osservatorio (https://www.caritas.torino.it/nstrb/rbstr/report_2023.pdf) dettagliati e commentati da Pierluigi Dovis, Alessandro Svalutoferro e Ivan Andreis che hanno fotografato il quadro del 2023 in cui sono emerse come problematiche prevalenti quelle meramente economiche (41,6%), quelle occupazionali (26%), quelle abitative (13%)

“I dati contenuti nel dossier” – ha in particolare commentato Dovis – soprattutto se letti in maniera sinottica con quelli riportati nel 2022, sembrano indicare un fil rouge che descrive il territorio torinese, urbano ed extraurbano, con una certa precisione. Possiamo definire tale elemento di fondo come «swampy to stagnation» ovvero paludosità tendente alla stagnazione. Passato il periodo inquinato dalla presenza del Covid19, e in gran parte superato anche l’impatto involutivo legato alla crisi ucraina, ci si attendeva un miglioramento della situazione congiunturale. Ed in effetti passi avanti sono stati compiuti con indicatori sociali, ma soprattutto economici, che invitano ad un certo ottimismo. Anche l’osservazione dell’andamento della povertà condotta a partire dal limitato punto di osservazione rappresentato dalla rete caritativa aderente al sistema informativo MATRIOsCa rileva nei fatti una situazione quantitativa non eccessivamente incrementale rispetto all’anno precedente: circa un migliaio di prese in carico in più. Ancora aumento, ma le premesse del 2022 facevano presagire variazioni più significative. Una lettura superficiale potrebbe portare ad un giudizio fondamentalmente buono, nonostante non si accenni ancora ad una riduzione. Ma proprio il mancato decremento – come per certo – e il non eccessivo incremento – che andrebbe meglio suffragato con dati dei servizi non ancora collegati in rete – sono segnali rilevanti di una stabilizzazione sospetta sottesa dalla mancanza di punti effettivi ed efficienti di appoggio in grado di dare una spinta al calo del tasso di povertà ed impoverimento del territorio. Di qui l’idea di stagnazione, in cui il tema delle “modeste variazioni” indica l’incapacità della società locale di porre in essere sufficienti elementi propulsivi. Di qui anche l’idea della paludosità come descrizione fenomenica di una società locale tendente ad “imprigionare” in un galleggiamento a pelo d’acqua gli individui in situazione di fragilità o fragilizzazione”.

Una situazione paludosa e stagnante ma non priva di quella speranza profetica che è alla radice dell’impegno caritativo e che va costantemente radicata in quell’amore “che va oltre la filantropia”.

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