“Mi sembra che abbiamo vissuto in questi due giorni un piccolo laboratorio. In che senso? Nel senso che siamo alle prese con delle grandi questioni che in genere chiamiamo ‘pastorali’, di ripensamento del nostro modo di essere Chiesa, del nostro modo di essere ministri, e corriamo tutti il pericolo di immaginare che, per affrontare queste questioni, più ci immergiamo in ciò in cui siamo coinvolti, più guardiamo lucidamente. Può capitare il contrario: più ci immergiamo e più cadiamo nella melma, che ci impedisce di essere sufficientemente liberi”.
Così l’Arcivescovo Repole ha espresso il suo bilancio della “Due giorni del clero”, prima di sottolineare alcune suggestioni rispetto agli interventi e alle relazioni che si sono susseguite nelle due sessioni di giovedì 25 e sabato 27 settembre al Centro Congressi del Santo Volto di Torino.
Sabato 27 in particolare sacerdoti e diaconi delle diocesi di Torino e Susa hanno vissuto una mattinata densa di interventi: la relazione di don Mario Aversano, vicario episcopale per la pastorale sul territorio, che ha offerto il quadro aggiornato sulle presenze di sacerdoti e diaconi nelle due diocesi in rapporto al numero di parrocchie, su battesimi, comunioni e cresime e la «restituzione» di don Michele Roselli, vicario episcopale per la formazione, sul confronto a gruppi che è seguito alle relazioni di giovedì 25. Poi l’intervento dell’Arcivescovo di Benevento mons. Felice Accrocca: «Verso nuovi modelli di Chiesa: spunti dal passato», lo spazio per le domande in assemblea e le conclusioni dell’Arcivescovo Repole.
I dati presentati e contestualizzati da don Aversano – gli avvicendamenti dei sacerdoti, il calo del numero dei battezzati e dei matrimoni -non sono stati presentati come una semplice carrellata, ma come un ulteriore strumento di consapevolezza che favorisca l’avvio di quei processi di corresponsabilità fondamentali per guardare al futuro con speranza e per non subire le situazioni, ma attraversarle guidati dallo Spirito. Tante e articolate anche le riprese del lavoro a gruppi di giovedì ascrivibili a 3 focus: la forma della comunità, i Ministeri battesimali e il Ministero ordinato di diaconi e presbiteri. Tra gli elementi che più hanno colpito su cui preti e diaconi si sono confrontati: “l’aumento dei catecumeni in Francia, contesto secolarizzato”, la struttura delle piccole comunità Kenyane.
Dall’Arcivescovo di Benevento invece un excursus storico, “dobbiamo esser convinti del fato che dal confronto c’è sempre da imparare, anche da quello con il nostro passato e per questo mi propongo attraverso sondaggi sintetici un confronto con quello straordinario laboratorio ecclesiale maturato nei secoli XI-XIII. La formazione della città e i suoi “effetti anche sulla spiritualità”, la partecipazione dei laici all’evangelizzazione nella fase di passaggio tra i secoli XII-XIII, alcuni dei passaggi sviluppati per poi arrivare nella conclusione a stimolare la riflessione su quanto questi elementi del passato hanno da dire ai nostri giorni. “Anche oggi, come nel XII secolo, la ricchezza va concentrandosi e crescono le classi e il numero dei nuovi poveri. Quali risposte pastorali in proposito?” ha domandato. E ancora: “Di fronte alle nuove esperienze il monachesimo mostrò, in gran parte, reazioni di chiusura. Come reagisco di fronte a nuove esperienze ecclesiali? Con una convergenza totale? Con una chiusura preconcetta? Oppure con un accompagnamento paziente?».
Interrogativi ripresi anche nella fase assembleare dove sono emerse domande e considerazioni su più fronti: dalla urgenza di una pastorale scolastica capace di intercettare i giovani, ad un approccio più paziente nell’accompagnamento e nell’evangelizzazione che passa anzitutto dal trovare maggiori tempi di ascolto delle persone, da un individuare nuove vie per essere presenti nell’ambiente digitale sempre più frequentato.
Infine le parole del cardinale – non una sintesi – ma suggestioni su quanto ascoltato. «Se non riusciamo a cogliere che cosa si sta muovendo dentro la cultura di quella che amiamo chiamare “la nostra gente”, credo che facciamo una grandissima fatica poi a ripensarci in maniera efficace nell’annuncio evangelico. Mi veniva da pensare – anche rispetto ai preti influencer e via di seguito – che c’è, per esempio, una grande dimensione con cui dobbiamo fare i conti oggi, che è lo sviluppo tecnologico. E con questo dobbiamo confrontarci, ma rimanendo critici. Hanno fatto tantissime citazioni, ne aggiungo anche io una. C’è uno studioso coreano, che però insegna a Francoforte, che scrive delle cose veramente molto interessanti su questi temi: Byung-Chul Han. Vale la pena ogni tanto di leggerlo perché, per esempio, mette in evidenza come la tecnologia spesso spersonalizza o rischia di portare qui, facendo di tutti noi dei beoni di qualunque cosa. Forse abbiamo un compito interessante, ci pensavo in questi giorni: negli ultimi secoli abbiamo pensato che il conflitto fosse tra fede e ragione, chissà che oggi come Chiesa ci dobbiamo reinterpretare a favore di una certa ragione, di un certo uso dell’intelletto per evitare che ci spersonalizziamo!».
«Raccolgo però, dalle cose che ho sentito, anche questa urgenza», ha proseguito, «che la comunità cristiana vasta si sperimenti o si attrezzi perché delle piccole comunità siano in qualche modo vissute e diventino luoghi – direi – familiari, ecco la Chiesa-famiglia, in cui vivere qualcosa di significativo. Con questa specificità, che ho colto anche dalle cose che sono state dette soprattutto giovedì e poi rilanciate nella sintesi dei gruppi: abbiamo bisogno di luoghi in cui vivere anche una dimensione “caritativa” reale tra di noi, dei luoghi in cui sperimentare che, se ti trovi nella situazione di bisogno, c’è qualcuno che si prende cura di te e tu puoi essere un soggetto responsabile rispetto a qualcun altro quando si trova nella situazione di bisogno. Forse la comunità, la parrocchia, l’unità pastorale… non può essere questo livello: abbiamo bisogno di altri livelli di concretizzazione. Dobbiamo pensarci!».
Nelle parole del cardinale ancora un richiamo all’attenzione necessaria alle «’giovani’ coppie di quarantenni», «perché vivono il loro essere cristiani in un mondo che spesso non comunica dei valori che loro sentono come decisivi, e la parrocchia in quanto tale forse non è sufficiente a farti fare un’esperienza di questo genere» e una conclusione finale proprio sull’identità del prete e sulla decisione di nominare un delegato – don Nino Olivero: «Proprio perché, appunto, sappiamo la bellezza ma anche la fatica del nostro essere preti, del nostro ministero, della nostra vita, ho pensato di raccogliere una indicazione che il Consiglio Presbiterale ha dato, un suggerimento, cioè quello di avere un prete “delegato” in particolare per i presbiteri. Nella sua nomina gli chiederei questo: − «ascoltare le problematiche che i singoli presbiteri vorranno condividere in merito non tanto all’azione pastorale quanto alle condizioni di vita – a quelle abitative, relazionali o più personali – e le questioni conseguenti o annesse». Una delega ma con un punto fermo che è risuonato anche come augurio e stimolo per l’avvio del nuovo anno pastorale . “La fraternità non si fa dall’alto, la fraternità è vera se implica una reciprocità; quindi è chiaro che c’è qualcuno che si prende cura, ma tutti siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri”.


