Repole, Lo Russo e Cirio, il video del dibattito a tre voci

Con La Voce e Il Tempo – Dialogare e riflettere insieme alle istituzioni per comprendere “Qual è il bene per Torino?” è stato l’obiettivo del confronto tra l’Arcivescovo mons. Roberto Repole, il Sindaco di Torino Stefano Lo Russo e il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio che si è tenuto la sera di martedì 16 gennaio al Teatro San Giuseppe. GUARDA IL VIDEOGALLERY

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foto Mihai Bursuc

«Qual è il bene per Torino?» è il titolo del confronto che si è tenuto martedì 16 gennaio alle 21, al Teatro San Giuseppe di Torino (via Andrea Doria 18), a cui hanno preso parte mons. Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, Stefano Lo Russo, Sindaco della Città di Torino, e Alberto Cirio, Presidente della Regione Piemonte.

Il dibattito è stato introdotto dal prof. Luca Davico, docente di Sociologia urbana al Politecnico di Torino e curatore del Rapporto Rota. SLIDES DEL SUO INTERVENTO

 

“Senza giovani non ci sarà Torino”

di Andrea Ciattaglia 

Una sala gremita, cinquecento persone ad affollare la platea del Teatro San Giuseppe di via Andrea Doria, oltre trecento collegate online, ha assistito con partecipazione la sera di martedì 16 gennaio all’incontro «Qual è il bene per Torino?», proposto dalla Diocesi e organizzato da La Voce e Il Tempo. Relatori l’Arcivescovo, mons. Roberto Repole, che aveva lanciato l’appuntamento nella conferenza stampa di fine anno, il sindaco Stefano Lo Russo e il presidente della Regione Alberto Cirio. I numeri e le reazioni in sala hanno premiato l’iniziativa: due ore di serrato dibattito, nove applausi dall’eterogenea platea, commenti vivaci dopo gli interventi. Un solo, grande tema di fondo: «Cosa fare per vivere bene in questa città? Che visione per questo obiettivo?». Questione posta con inusuale chiarezza – l’opinione è trasversale, confermata a margine dell’incontro nei tanti capannelli in sala – che ha trovato concretezza nel confronto pubblico, aperto alla città.

Sullo spirito dell’iniziativa, l’Arcivescovo ha insistito nelle scorse settimane: «Una delle cifre della contemporaneità è la complessità del mondo, dei suoi intrecci, delle questioni che ci troviamo di fronte come società. Ma non deve essere un alibi per dire che ‘è già tutto deciso, è tutto perduto’, che è la vera espressione del nichilismo contemporaneo. Interroghiamoci, invece, su cosa fare per il bene di Torino». Con la stessa intenzione, mons. Repole aveva chiesto il 4 dicembre scorso, dopo aver ricevuto una delegazione dei lavoratori della Lear di Grugliasco a rischio licenziamento, «parole chiare» sui progetti del gruppo automobilistico Stellantis, capofila dell’automotive torinese: per la città, investimento e rilancio o arretramento e chiusura? «Ho chiesto», ha ribadito la sera di martedì 16 gennaio mons. Repole, «parole chiare sulle sue scelte per Torino perché una città ha il diritto e anche il dovere di poter progettare il proprio futuro e sapere a cosa va incontro. Quando penso a persone che sono nell’eventualità di perdere il lavoro penso a dei volti, a dei bambini e dei ragazzi che possono non avere un futuro. Si deve riuscire a sentire ciò che alcuni fenomeni sociali ed economici rappresentano in concreto per la vita reale delle persone».

Parole cadute su una città in cui un abitante su tre ha più di 60 anni (e uno su dieci più di 80) che gli indicatori socio-economici fissano da quindici anni in posizione intermedia tra le «locomotive» poste sull’asse dell’Alta Velocità ferroviaria (Milano, Bologna, Firenze, con ampie parti del Nord-Est) e le città del Sud. In questo contesto, i numeri della produzione sono impietosi, ha spiegato nell’introduzione Luca Davico, docente di sociologia urbana al Politecnico di Torino e ormai storico animatore del Rapporto Rota: «A Torino, anche se il settore automotive continua ad essere il primo per numero di addetti, è occupato l’1,4% dei lavoratori mondiali di Stellantis».

Sul presente e sul futuro della produzione auto, il presidente della Regione ha aperto ad altre grandi realtà, se l’erede del gruppo Fiat confermerà il disimpegno. Per Cirio il domani di Torino è ancora manifatturiero e industriale, una prospettiva parallela a quella espressa nelle scorse settimane dai sindacati: «A Torino si fanno meno di 100 mila auto all’anno, in Italia 400 mila. Per uscire dalla crisi bisogna fare più macchine. Quindi, o Stellantis investe portando un altro modello a Torino o ci può essere qualcun altro che venga a fare le auto a Mirafiori, con gli incentivi dello Stato». Lo Russo ha allargato il discorso all’equilibrio tra sviluppo economico e coesione sociale: «Corrono di pari passo: se non c’è ricchezza da distribuire, non può esserci benessere sociale e tutela dei più poveri. L’impegno dell’amministrazione locale nell’attrazione di imprese sul territorio c’è. Così come quello nel sollecitare e poi portare a termine i grandi investimenti pubblici: il Pnrr, la linea due della metropolitana che costituirà un cantiere di sviluppo anche sociale per Torino nord».

I dati di contesto hanno sollecitato il pubblico a qualche riflessione ulteriore: «Ormai anche i grandi istituti internazionali hanno certificato – ha spiegato Davico – che la crescita economica non incide sulle diseguaglianze sociali, ma che queste si affrontano con politiche fiscali, di assistenza e del lavoro. E che la precarizzazione del lavoro (tra gli under 30 a Torino è la condizione di tre lavoratori su quattro), non produce crescita e occupazione». Dati che invitano a non «pensare l’economia come unica lettura per comprendere la società», ha chiosato mons. Repole nel suo intervento sul lavoro e sul volontariato, «perché questo conduce ad un economicismo imperante che funziona su logiche diverse da quelle dell’altruismo e del prendersi cura. Come non possono interrogare e suscitare inquietudine, ancor più nei cristiani, le sproporzioni enormi nella nostra società tra chi accumula enormi ricchezze e chi non ha di che vivere?».

Se occupazione e produzione sono stati al centro degli interventi – anche della platea, con la testimonianza dei lavoratori ex Embraco – altri temi hanno caratterizzato il dibattito. Confermata la grande malattia della sanità, con il taglio di 6mila posti letto negli ultimi vent’anni. Il grande punto interrogativo sul destino dei «giovani», per i quali dal palco è arrivato un appello condiviso a metterli al centro della politica con una «priorità di azione, che non vuol dire», ancora Repole, «antagonismo con le altre generazioni, perché la condizione di sofferenza e di difficoltà di molti di loro deriva anche da situazioni familiari di esclusione, come nel caso dei nonni malati che non accedono alle cure». Necessario, tuttavia, «per i giovani un investimento educativo, il recupero di un’attenzione, di una vitalità che ho visto – ed è stato uno dei momenti più belli di questo inizio anno – nella celebrazione della Festa dei popoli all’Epifania».

Sul tema dei migranti si è registrata la maggiore distanza tra presidente e sindaco. Se per Cirio «non si possono accogliere tutti, così com’è folle dire che vanno respinti tutti» e «la loro integrazione in società deve essere valutata sulle loro azioni, non sulla loro provenienza, pur considerando che molti sono in transito sul nostro territorio verso altre mete in Europa», Lo Russo ne ha fatto uno degli elementi fondanti di Torino. Ieri e anche domani. «Siamo una città abituata ad accogliere e, anzi, che ha fatto dell’accoglienza, dell’integrazione di tanti immigrati, prima italiani poi dall’estero, la sua cifra e anche la sua ricchezza. Per questo è illogico che 27 mila bambini e ragazzi, nati in Italia, che frequentano le scuole torinesi, non siano italiani: dare loro la cittadinanza, oltre che una scelta chiara per questa città, sarebbe anche uno stimolo alla loro futura partecipazione politica».

L’interrogativo su Torino ha prodotto spunti di dibattito che i prossimi mesi diranno se proficui. Un risultato è già certo: «Contro lo sconforto di non sentirsi soli e isolati, una comunità di persone che guadano al di là del proprio ombelico è fondamentale», ha concluso mons. Repole, «se è così, per Torino c’è futuro».

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