Repole, “Non basta accogliere i migranti quando ci servono”

Torino – Sono concetti molto forti quelli messi sul tavolo dal cardinale Arcivescovo Roberto Repole il 16 settembre presentando a Palazzo Civico la quinta edizione del Festival dell’Accoglienza, promosso dalla Diocesi di Torino (Pastorale Migranti) dal 16 settembre al 31 ottobre. GALLERY

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La presentazione della quinta edizione del Festival dell'Accoglienza a Palazzo Civico il 16 settembre 2025 (foto Masone)

Se facciamo posto ai migranti solo perché gli italiani non mettono più al mondo figli e hanno bisogno di rinforzi, solo perché hanno bisogno di badanti da mettere a servizio dei propri anziani o di lavoratori che coprano il costo delle pensioni, questa non è vera «accoglienza». Questa è una nuova forma di colonialismo e non mette in discussione i modelli di vita che ci stanno portando al declino. L’accoglienza è confrontarsi, aprirsi davvero ed essere pronti a cambiare. Sono concetti molto forti quelli messi sul tavolo dal cardinale Roberto Repole il 16 settembre presentando a Palazzo Civico la quinta edizione del Festival dell’Accoglienza, promosso dalla Diocesi di Torino (Pastorale dei Migranti). Spesso, ha detto l’Arcivescovo, si sente dire che «abbiamo bisogno di accogliere altri perché non c’è più nessuno che paga le pensioni, perché i nostri anziani restano senza badanti se non ci sono donne che vengono da altrove, perché di fronte alla crisi di natalità, se non ci sono più giovani, finisce una civiltà. Facciamo attenzione a che ciò non si traduca in una sorta di neocolonialismo, accogliendo gli altri e introducendoli nella nostra cultura, che genera anche disastri».

«La Chiesa», ha proseguito Repole, «guarda all’uomo in una prospettiva trascendente, che cerca di cogliere il senso ultimo della vita umana e si oppone al nichilismo consumista del nostro tempo. La Chiesa può dare speranza promuovendo un’autentica cultura dell’accoglienza, cosa su cui siamo ancora un po’ indietro tutti. Accogliere veramente qualcun altro vuol dire lasciarsi autenticamente toccare dalla vita e dalle vicende vissute da un altro essere umano, dalla diversità che si presenta in tanti modi, per contribuire a cambiare noi stessi e ciò che in noi è disumanizzante». «Corriamo il rischio», ha insistito il Cardinale, «di lavarci in fretta la coscienza perché materialmente accogliamo qualcuno, ma restando quelli che siamo. In passato abbiamo colonizzato altri popoli imponendo la nostra cultura. Oggi dobbiamo vigilare per evitare che sotto mentite spoglie si giunga a una sorta di neocolonialismo, accogliendo gli altri senza cambiare, rimanendo ciò che siamo, anche nelle nostre forme disumanizzanti».

Ancora: «dobbiamo chiederci cosa sta capitando con le seconde generazioni di coloro che abbiamo accolto. Spesso succede che si mettono a vivere con i nostri standard, cominciano a non avere figli e via di seguito. Oppure possiamo domandarci se, con tutta l’accoglienza giusta, legittima, necessaria e indispensabile che mettiamo in atto, riusciamo a intervenire nelle disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri, attrezzati e meno attrezzati. Disuguaglianze che provocano la necessità di radicarsi altrove perché non si hanno più radici».

Per l’Arcivescovo la «Chiesa può essere un faro di speranza» che promuove una cultura dell’accoglienza a tutto tondo, riservando attenzione nella stessa misura a tutte le persone che hanno bisogno, dai migranti a chi, come gli anziani, nella nostra società è sempre più spesso solo con le proprie fragilità.

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