Repole sui suicidi in carcere: “non possiamo stare a guardare”

Torino – Pubblichiamo la dichiarazione dell’Arcivescovo mons. Roberto Repole in merito ai tre decessi avvenuti nel carcere torinese Lorusso e Cutugno a giugno e agosto

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Pubblichiamo la dichiarazione rilasciata il 12 agosto dall’Arcivescovo mons. Roberto Repole in merito ai tre decessi avvenuti nel carcere torinese Lo Russo e Cutugno il 29 giugno e l’11 agosto.

«Ho appreso con sgomento che due donne ristrette nella Casa circondariale di Torino “Lorusso e Cutugno” ieri (11 agosto, ndr), a poche ore una dall’altra, hanno perso la vita dietro le sbarre. Susan, 42 anni, si è lasciata morire di fame; Azzurra 28 anni, si è impiccata. Sono tre, con Graziana 52 anni, suicida il 29 giugno scorso, le detenute che nell’ultimo mese e mezzo si sono tolte la vita nel carcere delle Vallette, dove sono recluse 129 donne su oltre 1400 ristretti, in uno dei penitenziari italiani più sovraffollati e con il più alto tasso di suicidi. È un grido di dolore che ferisce tutti: non possiamo stare a guardare.

Ancora una volta due nostre sorelle non hanno trovato nessuna speranza di libertà a cui aggrapparsi se non la morte. Mentre ci raccogliamo in preghiera per loro, diamo voce allo scandalo per due decessi che interpellano tutti. Non possiamo “abituarci” a queste notizie: in un Paese civile, nessuno dietro le sbarre deve sentirsi condannato a morte, ma deve trovare nel tempo della pena motivi speranza per il futuro come recita l’art. 27 della nostra Costituzione.

Come accennavo durante la festa patronale di san Giovanni Battista, mi preoccupa che l’età media dei detenuti si abbassi e che sempre più giovani finiscano in cella. I motivi sono diversi, dalla crisi di senso, alla solitudine, alla paura per il futuro. Quel che è certo, numerosi detenuti che tentano il suicidio temono la vita oltre le sbarre per la quale, probabilmente, il carcere non riesce a preparare né psicologicamente né con prospettive di lavoro ed autonomia.

Per questo invito la comunità cristiana torinese – che da sempre sulle orme dei nostri santi sociali si adopera tramite Caritas, volontari di alcune parrocchie, religiosi e cappellani – a stare accanto materialmente e spiritualmente ai ristretti, a coinvolgersi ancora di più: “Ero carcerato e mi siete venuti a trovare” (Mt. 25.36) non è un’opera di misericordia “per addetti ai lavori”. Ciascuno con la propria disponibilità può donare una speranza per “rialzarsi”, come ci ha ricordato papa Francesco alla recente GMG di Lisbona

Infine mi appello alla comunità civile ed alle istituzioni locali e nazionali che hanno in carico la gestione del sistema penitenziario e del reinserimento dei reclusi nella società: sappiamo trattarsi di un compito impegnativo, ma è una sfida necessaria per la sostenibilità della nostra convivenza ed una responsabilità nei confronti delle generazioni future».

+ Mons. Roberto Repole, Arcivescovo di  Torino e Vescovo di Susa

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