Rosatelli risponde al Vescovo: “la politica riparta dalla cultura della solidarietà”

Intervista – L’assessore torinese alle Politiche Sociali, Jacopo Rosatelli, reagisce alle parole di mons. Repole, alla scorsa Giornata Caritas: “società nichilista, il nemico da battere è l’indifferenza”

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«Accanto agli interventi materiali di soccorso alla povertà, servono oggi una cultura e una politica con ideali alti che orientino la società civile verso l’apertura al prossimo, verso la condivisione e la generosità. Una società nichilista porta all’indifferenza, che è il nemico da battere».

È l’appello che l’Arcivescovo mons. Roberto Repole ha rivolto intervenendo alla recente Giornata Caritas. Un appello che con questa intervista rilanciamo a Jacopo Rosatelli, assessore alle Politiche sociali della Città di Torino.

Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare della Città di Torino

Assessore Rosatelli, alla luce delle parole dell’Arcivescovo, secondo lei, come la politica può orientare la società verso la solidarietà?

La risposta si trova nella Costituzione, in particolare all’articolo 2 che afferma il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e allo stesso tempo richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. In questo articolo troviamo la sintesi perfetta di ciò che una politica democratica deve mettere in atto: riconoscere i diritti e adempiere ai doveri di solidarietà. In concreto, quindi, se la politica arriva a lanciare dei messaggi di gerarchizzazione di categorie di persone, anche di umiliazione, si pone al di fuori della Costituzione; mi pare che sia proprio questa la politica nei confronti della quale deve suonare forte il richiamo del Vescovo.

A contrasto della povertà è certamente fondamentale dare risposte concrete ma concordo con l’Arcivescovo quando afferma che però è anche essenziale una cultura che, da uomo laico, definisco «cultura della Costituzione»: una cultura inclusiva in cui possono e devono riconoscersi tutte le persone che fanno politica, in qualunque collocazione.

Mons. Roberto Repole

«Senza carità la nostra società non sta in piedi», ha affermato l’Arcivescovo sottolineando come «da una parte si fa conto sulla generosità di altri, ma allo stesso tempo si rischia di coltivare una cultura individualistica e funzionalistica in cui non c’è più neanche il tempo della generosità…». Condivide questa visione?

Da amministratore pubblico ritengo che senza l’adempimento dei doveri di ciascuno in materia di fisco, di tasse e di imposte la società non stia in piedi, un aspetto che non è assolutamente in contraddizione con quanto afferma l’Arcivescovo: dobbiamo, infatti, avere consapevolezza che nel nostro Paese ci sono troppe persone che si sottraggono al dovere di contribuire al bene pubblico pur godendo dei frutti generati dall’impegno della collettività. Sotto questo profilo sono, quindi, molto preoccupato in merito alla tolleranza che registro, anche a livello governativo, nei confronti di chi si sottrae ai propri doveri. Ritengo, infatti, ci sia troppa legittimazione alla furbizia e all’inganno. Esprimo preoccupazione anche su un sistema fiscale che inizia ad andare verso una tendenziale fuoriuscita dal principio di progressività, attraverso un meccanismo che premia chi ha di più e penalizza chi ha di meno.

Dal punto di vista culturale penso che occorra più consapevolezza sul fatto che oggi, in Italia, c’è una tendenza a colpevolizzare le persone povere, chi non ce la fa, senza riflettere adeguatamente sul fatto che le traiettorie individuali sono sempre frutto di dinamiche collettive: ricco uguale meritevole, povero uguale colpevole, sono equazioni sbagliate: questo va ribadito in linea con quanto recita la Costituzione all’articolo 3.

Sì, ma in concreto come si mette in pratica tutto ciò?

Semplicemente bisogna imparare a mettersi nei panni degli altri, pensarsi al posto degli altri: penso sia il primo passo, anche dal punto di vista culturale. Il mondo del volontariato, come mostrano anche i dati della Caritas Diocesana, gioca un ruolo fondamentale a supporto del sistema di welfare torinese, a sostegno delle fragilità e a contrasto delle povertà. Come valorizzarlo?

Da questo punto di vista la riflessione proposta dall’Arcivescovo fa venire in mente la parola chiave che la senatrice Liliana Segre usa per descrivere l’Olocausto e la sua esperienza: «indifferenza». «L’indifferenza», scrive la Segre, «di chi fu capace di non vedere, di non capire, di non agire».  Ecco il volontario, impegnato in qualunque ambito, è la persona che non resta indifferente di fronte al mondo che lo circonda. In questo sottrarsi all’indifferenza c’è il grande valore che fa la differenza fra una comunità coesa e una comunità rancorosa, ferma e ripiegata su se stessa.

Quarantamila poveri in città sono stati seguiti nel 2022 dalla rete della carità. Come si pone la Città davanti ai nuovi poveri che continuano ad aumentare a causa delle crisi che si susseguono l’una dietro l’altra…

Tra le maggiori fragilità c’è certamente quella abitativa. Sotto questo profilo il sistema pubblico deve essere messo nelle condizioni di intervenire per garantire i diritti. Sono, quindi, preoccupato sui tagli che il Governo ha operato non rifinanziando, a partire dal prossimo anno, i fondi a tutela delle morosità incolpevoli per gli affitti delle case di edilizia popolare e per quelli del mercato privato. Senza questi strumenti saremo ancora più in difficoltà perché aumenteranno le persone che non sono in grado di pagare il canone di affitto per le case popolari o per l’edilizia privata.

Intanto per quest’anno abbiamo rilanciato il canone concordato che offre la possibilità di stipulare canoni di affitto a prezzi calmierati e al tempo stesso permette al proprietario di avere un’agevolazione sull’Imu e su altre imposte. Come Amministrazione comunale abbiamo anche lanciato una campagna di comunicazione sul canone concordato e sul fondo sociale, strumenti fondamentali che consentono di mettere al riparo persone che si trovano ad affrontare problemi di morosità.

Alla Giornata Caritas è emerso come tra i nuovi poveri ci siano anche persone che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato con un reddito che non le permette di restare a galla…

Su questo punto mi permetto di consigliare la lettura del libro della sociologa Marianna Filandri «Lavorare non basta», edizioni Laterza, che mette in luce come povertà e lavoro non siano un’alternativa.

Penso sia giusto, quindi, introdurre una legge sul salario minimo legale. C’è poi il problema legato ai contratti di lavoro part-time involontari nei quali le ore lavorate, non per volontà del lavoratore, sono troppo poche per garantire una vita dignitosa. Ritengo, quindi, sia necessario aumentare i tassi di occupazione, in particolare quello femminile che in Italia è ancora basso, ma anche rilanciare settori, come quello pubblico, in cui c’è bisogno di personale e che rappresentano un volano economico.

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