Salone del Libro, un vero successo o un’occasione mancata?

Tanti numeri positivi, dai visitatori alle vendite, sino alle ricadute locali. Ma quanto ha inciso «la più grande libreria d’Italia» sulle sorti della lettura nel nostro Paese?

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Il Salone – poi Fiera – del Libro è una storia di successo lunga trentacinque anni. Tanti numeri positivi, dai visitatori alle vendite, sino alle ricadute locali, lo confermano. Ma quanto ha inciso la Fiera sulle sorti della lettura in Italia? E’ stato veramente un successo?

La storia sospesa. Mi è tornata tra le mani, a proposito di storie, una pagina de «La Stampa», datata 1986, in cui venivo intervistato nel ruolo di segretario generale dell’Associazione per il Salone del libro. Raccontavo l’esito della missione a Palazzo Chigi per perorare la causa. L’allora responsabile dell’editoria, Stefano Rolando, voleva la manifestazione itinerante. Suscitai imbarazzo (avevo venticinque anni) ribattendo per le rime a un mostro sacro dell’editoria quale Vito Laterza, che bollava il Salone come inutile, rivendicando invece l’esigenza di maggiori contributi pubblici per il settore.

Fatto salvo per la casa editrice Einaudi di Guido Accornero e la Skira di Vitta Zelman, tra gli editori nessuno manifestava interesse e/o partecipazione. Fredda la Mondadori, la Rizzoli assente, la De Agostini in attesa di chissà cosa e l’Aie (Associazione italiana editori) preoccupata della reazione dei librai. Come se non bastasse, le istituzioni locali si dimostravano totalmente indifferenti. L’imprevisto provvidenziale si manifesta quando ormai il progetto del Salone sembra destinato all’oblio. Vincenzo Cerami, penna sfrontata, provoca sulla terza pagina del «Corriere della Sera»: «Bella l’idea del Salone del libro, ma quando mai a Torino? Milano è la piazza giusta!». Una bomba che deflagra nella politica locale: «A Milano, giammai!». Il Salone, finalmente, prende il volo. E a Torino per fortuna.

Questa breve storia denota come la Fiera del libro non sia nata con una reale idea consapevole, sentita e condivisa tra i diversi attori; non lo è mai stata. Da lì a poco, infatti, è stata trionfalmente battezzata «la più grande libreria d’Italia». Uno slogan ahimè azzeccato: tra le mani degli addetti ai lavori è diventata una replica autoreferenziale di ciò che già esisteva. La politica alla finestra a fare da cassa. Grande occasione mancata, a mio avviso. Il tristemente noto epilogo giudiziario, conseguenza inevitabile di una missione indefinita, è una storia tristemente nota ai più; per fortuna ormai alle spalle.

Chiariamo: tutti coloro che negli anni hanno contribuito ai numeri di successo del Salone vanno ringraziati. Il loro lavoro è stato meraviglioso. Ma la domanda rimane: qual è l’utilità pubblica dell’iniziativa, il valore aggiunto collettivo che ne giustifichi il cospicuo sostegno, o contributo, di cui gode? Perché, riferendoci ai soli numeri, l’Italia era e rimane in fondo alla classifica europea per il consumo di libri, sia stampati che digitali.

La Fiera, lo ricordo, nasceva con l’intento specifico di creare nuovi lettori e non attingere al bacino degli stessi già esistente – esigua minoranza della popolazione italiana. Trattandosi di un evento di risonanza nazionale è necessario che alzi lo sguardo ben oltre i confini e abbia l’ambizione di essere testa e cuore di un nuovo fenomeno e fermento culturale per il nostro Paese. Ha tutte le carte in regola per esserlo.

Idee contaminate. Cosa significa creare nuovi lettori e misurare su questa missione la Fiera del libro? La parola chiave è «contaminazione». Un lavoro che si negozia con gli addetti ai lavori, in primis editori e librai, quindi aprendo ad altre esperienze tese ad avvicinare il libro alle persone. Tre suggestioni ci aiutano a capire cosa significhi contaminazione culturale.

Il libro fisico.  A Torino si svolge Artissima, straordinario contenitore, incubatore nonché diffusore di innovazione. Immaginiamo come questa moltitudine di codici artistici possa creare una nuova idea di offerta dell’«oggetto libro» dissacrando i rituali confini in cui è relegato. Un oggetto passa, a livello di esperienza, per i nostri sensi primari: come lo afferro, lo tocco, lo annuso, lo trovo? Questa tipologia di approccio esula dalla stragrande maggioranza dei classici addetti ai lavori: è necessariamente deputata ad altre figure (artisti, designer, pubblicitari). Ricordo quando Testa presentò in sede da Guido Accornero il primo logo del Salone, il libro-portico, e l’emozione insita in questa idea che andava oltre lo stesso logo. Per questo è indispensabile la contaminazione esterna. Perché non inventare una modalità (un concorso?) che stimoli gli editori a contaminare i loro stand, gli spazi e il modo con cui offrire il libro. Coinvolgiamo anche i librai in questa sperimentazione, liberando energie e creatività.

Il libro per sempre. La lettura, a partire dai bisogni della persona, qualunque essi siano, stimola mille capacità umane. La produzione di beni e servizi necessita sempre più di persone con abilità e qualità, capacità specifiche: i cosiddetti problem solver. Pensiamo all’elenco Ocse sulle competenze chiave: il possesso di un pensiero critico, di creatività, di intelligenza emotiva. E ancora: flessibilità cognitiva, orientamento al servizio, capacità di giudizio e di prendere decisioni. Stimolare le abilità umane e l’apprendimento in ogni sua forma è fondamentale. Tanto più in Italia, dove persiste una mente e una manodopera diffusa e senza pari riconosciute in tutto il mondo e senza eguali. Perché non introdurre nei contratti nazionali di lavoro incentivi o premi volti a favorire il consumo di libri? Si potrebbe affidare al libraio o al bibliotecario la funzione di consigliare e dialogare con il potenziale lettore (non molto tempo fa questo ruolo era una consuetudine: quanti di noi hanno amato una libreria per la persona che ci consigliava secondo i nostri gusti? Ci conosceva come clienti ma ci trattava come persone ‘di casa’. Un valore inestimabile). Si tratta, anche in questo caso, di far scoprire la bellezza e il godimento che può generare intimamente la lettura: guardate cosa ha fatto Camilleri sdoganando la lettura con il suo amato Commissario Montalbano? Occorre favorire la produzione del valore nelle nostre imprese approfittando di questa fase di transizione economica e tecnologica.

Il libro diffuso. In questi giorni, con l’Istituto Gamma di Torino, stiamo dialogando con vari commercianti torinesi, soprattutto in aree periferiche. L’idea è di adattare l’esercizio – birrerie, negozi di abbigliamento, ristoranti etc. – a eventi storici unici, accaduti proprio nel luogo in cui sorge l’attività. Renderlo unico, trasformato in funzione della sua specifica, unica e irripetibile storia. Dove è stato giocato il primo campionato di calcio italiano? Dove è nata la prima auto italiana? Dove si fabbricavano i vagoni dell’Orient Express o, addirittura, il primo prototipo di Porsche 911? Memorie scomparse, o dimenticate, di cui rimangono poche tracce. Ed ecco chi, per esempio, vendendo birra si trasforma in promotore e animatore storico del luogo. Anziché bar, ristoranti, negozi qualunque di abbigliamento, luoghi anonimi che faticano schiacciati dalla Gdo e da Amazon, si potrebbero avere locali ed esercizi commerciali con una precisa identità, unica e non replicabile altrove. Nuovi itinerari per visitare e promuovere Torino, immaginando anche di fare rete, ad esempio, con i poli museali e culturali esistenti. I libri sono parte imprescindibile di questo processo che reinventa e valorizza. Trovare libri dove non te li aspetti, a portata di mano, libri diffusi come un bene di cui non si può fare a meno.

Questi piccoli esempi di contaminazione potrebbero stimolare il faro creativo della Fiera, divenendo una progettualità annuale basata su una missione a favore dell’ Italia: creare e avvicinare nuovi lettori ogni anno. Allora una Fiera del libro, degna di questo nome e con una missione precisa e consapevole, possiede un obiettivo concreto, meritevole del più ampio sostegno.

Entrare in gioco. Il primo passo necessario per procedere è la disponibilità al confronto e al dialogo, con coraggio e critica costruttiva, alla ricerca per definire in modo condiviso la reale missione della Fiera. E’ rilevante, da questo punto di vista, che il compito non sia delegato esclusivamente, come di fatto è avvenuto sinora, agli addetti ai lavori. E’ necessario che due categorie entrino in gioco. La prima è senza dubbio la politica – non per gestire, ma per avocare a sé le idealità su cui si fonda la sua stessa missione – e da lì individuare strategie di ampio respiro, a partire e avendo come unico riferimento l’interesse collettivo. Favorire la lettura aumentando di conseguenza il numero dei lettori in Italia. La Fiera è un evento unico di rilevanza nazionale; Torino è il luogo ideale per vocazione storica e capacità di sperimentazione al fine di individuare nuove vie, regalare al Paese nuove risposte ed opportunità. La politica ha il dovere di confrontarsi con questa missione, può farlo nei suoi circoli, nelle istituzioni, ascoltando e confrontandosi con tutte le voci che possono contribuire, oltre naturalmente a quelle degli addetti ai lavori. Non si tratta di una politica di calcolo o di maggioranza e opposizione bensì di una politica che abbia coraggio e voglia di respirare, non confinata in un mero esercizio amministrativo del sedimentato e desueto esistente.

La seconda opportunità è rappresentata dai giovani. La nostra società sempre più vecchia che continua a escludere i giovani produce effetti più che negativi, drammatici. Eppure è tra i venti e i trent’anni che l’essere umano sprigiona il meglio delle sue energie creative, è disponibile a mettere in discussione ciò che sembra inamovibile. Coinvolgere i giovani nella nuova idea della Fiera del libro, nelle forme più efficaci e annullando le barriere, significa elevare il potenziale di innovazione e offrire alla società intera migliori e maggiori opportunità di crescita.

  • Andrea Montanari, autore di questo articolo, è imprenditore nel settore automotive. A metà degli anni ’80 è stato ideatore e Segretario generale della Associazione per il Salone del libro. Aderente alla rete Cultura Italiae, attualmente sta sviluppando un progetto per la valorizzazione dei «luoghi storici dimenticati» di Torino.

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