Salvare l’Europa dallo scandalo

Bruxelles – Trenta denari. È stato questo il prezzo pagato per consegnare il giusto ad una ingiusta condanna. Tante volte si è ripetuta questa storia ma oggi più che mai non possiamo restare indifferenti alla notizia che per «alcune» centinaia di euro siano stati mercanteggiati i diritti umani

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Trenta denari. È stato questo il prezzo pagato per consegnare il giusto ad una ingiusta condanna. Tante volte si è ripetuta questa storia ma oggi più che mai non possiamo restare indifferenti alla notizia che per «alcune» centinaia di euro siano stati mercanteggiati i diritti umani. Le autorità giudiziarie belghe, fatta salva «la presunzione d’innocenza» degli indagati (come deve essere in uno Stato di diritto), hanno attivato un procedimento per «corruzione di funzionari e membri degli organi delle Comunità europee e di Stati esteri, riciclaggio e associazione per delinquere».

Non è mai costruttivo puntare il dito verso qualcuno, come invece leggiamo in alcuni articoli di giornali che, con l’intento di colpire i propri avversari politici (oggi in una direzione domani in quella opposta), riferiscono della notizia dei parlamentari europei che avrebbero accettato mazzette per dare un’immagine meno contraddittoria del Qatar. È l’Europa tutta ad essere messa in questione. Siamo tutti noi ad essere messi in questione. Noi che abbiamo voluto riscattare i tragici avvenimenti del ‘900 con l’adesione convinta ad una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che ha voluto mettere la persona sopra ogni altra cosa. Noi che con l’Umanesimo e il Rinascimento abbiamo apprezzato la ricchezza dell’uomo, il suo ingegno, la sua creatività artistica e architettonica, il suo valore. Quando abbiamo perso quelle radici e siamo tornati a coltivare il nostro piccolo giardino? Abbiamo ricominciato a litigare per la distribuzione dei migranti, per il prezzo del gas, per gli interessi delle merci nazionali, abbiamo imposto un prezzo molto alto a quei paesi più indebitati della comunità europea (Grecia docet)…

L’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Eva Kaili

Europa ridestati! Ritrova quel senso di comunità che qualifica la tua originaria vocazione. Tu che sei stata e giustamente continui a proporti come paladina dei diritti politici, economici e civili dell’uomo esci dalle nebbie in cui sei entrata. Nel cuore del progetto originario dell’Europa, così come era pensato dai suoi padri fondatori, stava la fiducia nell’uomo. Lo ha ripetuto Papa Francesco a Strasburgo in occasione della sua visita al Parlamento europeo il 25 novembre del 2014. Lo ha fatto specificando che l’uomo a cui pensavano i fondatori della nostra casa europea non era tanto l’uomo «in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico», ma «l’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente». Dove qui il trascendente rimanda ad una radice talmente forte da rendere la persona un bene che non può mai essere merce di scambio. Un bene che è sempre un fine in sé stesso e mai può essere ridotto a mezzo e ancor meno può essere messo ai margini sfruttandolo e trattandolo come scarto. Cosa che invece avviene quando gli è negato il diritto al cibo o a un salario che non lo ripaghi adeguatamente per il lavoro svolto. Che accade quando neppure gli viene offerta la possibilità di un lavoro; quando gli è negato il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare la propria fede. O ancora, quando i suoi diritti non sono tutelati da un ordinamento giuridico in grado di difendere tutti a iniziare dagli ultimi.

Il nostro tempo, la cultura che stiamo coltivando entro i confini della nostra Europa rischia di concentrarsi in modo così esasperato sui diritti individuali da trasformarli in diritti individualistici. Diritti per cui ciò che conta è il proprio interesse privato. Ci interessiamo dell’io e ci disinteressiamo dell’altro. Come diceva ancora Francesco nel suo discorso al Parlamento europeo «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa».

Perticando questa logica individualista trascuriamo l’altro di altri continenti, di altri paesi (Siria, Sud Sudan, Iran, Corea del Nord, Ucrania…) e alla fine anche l’altro della porta accanto. Un paradosso nel tempo della Globalizzazione. Ma già dimenticavo, quella è solo una questione economica. Il guadagno del mercato, macro e micro purché mio, risulta sempre di più il termine di riferimento delle nostre scelte e delle nostre azioni.

Presi da questa urgenza abbiamo trascurato il rinnovamento delle Nazioni Unite. Di quella istituzione che alla fine della Seconda guerra mondiale appariva un organo di governo promettente a garanzia dei diritti universali di tutti gli uomini. Una possibile anticipazione di un governo mondiale in grado di coordinare i rapporti internazionali e intercontinentali e, all’interno di questi, i diritti di ognuno. Ma affaccendati appunto da altre ‘urgenze’ e da interessi nazionali privati abbiamo ridotto l’Onu a un contenitore vuoto. Un’istituzione inerme che non può far altro che registrare quello che noi tutti apprendiamo dalle informazioni giornalistiche, televisive e del Web senza poter far nulla. Uno spettatore che attraverso i suoi numerosi organi di osservazione protocolla i molteplici crimini perpetuati in molti paesi solo per archiviarli, lasciando ai posteri l’ardua sentenza.

Affido ancora a Francesco il compito di concludere queste riflessioni con quelle parole del suo discorso di Strasburgo che mi appaiono particolarmente adeguate per riemergere dalle vicende parlamentari di Bruxelles secondo la luce del senso cristiano dell’ormai prossimo Natale: di Colui che da «forte» si è reso fragile e con la potenza del suo braccio, il braccio dell’amore, «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1, 51-53). Così Francesco: «Voi, nella vostra vocazione di parlamentari, siete chiamati a una missione grande: prendervi cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla ‘cultura dello scarto’. Prendersi cura della fragilità delle persone e dei popoli significa custodire la memoria e la speranza; significa farsi carico del presente nella sua situazione più marginale e angosciante ed essere capaci di ungerlo di dignità».

Un impegno e un augurio che potrà accadere, proseguendo con il pensiero di Francesco, solo se l’Europa tornerà a tenere insieme il suo sguardo verso il cielo e verso la terra. Un’Europa, infatti, «che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello ‘spirito umanistico’ che pure ama e difende».

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