San Francesco di Sales e la devozione alla Sindone

400 anni dalla nascita – Il legame di san Francesco di Sales con la Sindone

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San Francesco di Sales

Il 17 luglio 1566 è festa grande ad Annecy, città della Savoia. Da Parigi, dove si sono sposati il 29 aprile, arrivano Giacomo di Savoia, duca di Ginevra e Nemours, e la moglie Anna d’Este, che era rimasta vedova di Francesco di Lorena. Il duca Emanuele Filiberto consente che la Sindone venga trasferita da Chambéry ad Annecy per mostrarla nella Cattedrale di Nôtre-Dame-de-Lisse. È il 21 luglio. Tra la folla stipata due sposi: lui è il quarantaquatrenne gentiluomo Francesco di Boisy e di Sales, lei è la nobildonna Francesca di Sionnaz, appena quindicenne.

«Presi da una emozione indicibile» pregano di ottenere un figlio maschio: in tempo di eresia protestante il padre chiede che «sia di fede inviolabilmente cattolica»; la madre «che sia dedito al servizio di Dio e dell’altare, particolarmente santo e benedetto». Tredici mesi dopo, il 21 agosto 1567, ad Annecy nasce Francesco di Sales. Confermerà l’episodio: «Ho una ragione particolare di essere devoto della Sindone perché mia madre mi consacrò al Signore davanti ad essa».

L’affetto per la Sindone gli è instillato dai genitori. La madre portò il piccino più volte davanti alla reliquia che rimase due anni ad Annecy prima del rientro nel 1569 a Chambéry. Egli la vede a Torino nel 1613: recatosi a Milano sulla tomba di San Carlo Borromeo, ne segue le orme compiendo il pellegrinaggio alla capitale subalpina. È il 4 maggio. Racconta in una lettera a Francesca Frémyot de Chantal, co-fondatrice dell’Ordine della Visitazione: «A Torino una folla incalcolabile era venuta da tutto il Piemonte e aveva invaso la Cattedrale. Con mia sorpresa il principe Carlo Emanuele mi aveva designato a tenere il discorso e a esporre la reliquia agli sguardi dei fedeli insieme al principe cardinale Maurizio di Savoia. Dalla fronte alcune gocce di sudore e lacrime mi caddero sulle impronte del corpo crocifisso. Il cardinale Maurizio mostrò di mal tollerare che il mio sudore cadesse sul sudario. Mi sentii in cuore di rispondergli (ma non lo fece, n.d.r.) che nostro Signore non era così delicato e che aveva sparso il suo sudore e sangue per mescolarlo con il nostro e dare all’uno e all’altro il prezzo di vita eterna. Il Signore ha sparso il suo sudore e il suo sangue per me e, mescolando i miei sudori ai suoi, mi darà parte dei suoi meriti». Il vescovo di Belley, suo amico e confidente, rivela: «L’immagine della Sindone per Francesco era la preferita. Ne possedeva una collezione: ricamo, pittura, miniatura, olio, legno, scultura, rilievo, intaglio. Le aveva distribuite dovunque: camera, cappella, sopra l’inginocchiatoio, studio, sala, nella galleria dei quadri. Alla vigilia della morte invita il fratello sacerdote Gian Francesco, affiancatogli nel governo della diocesi, a tenerne un’immagine e vuole procurargliela lui, quasi suo ultimo dono e suo testamento per la nomina ad ausiliare e per la consacrazione episcopale, uno dei suoi ultimi gesti».

Si deve a due grandi vescovi-pastori – Carlo Borromeo e Francesco di Sales – se la devozione alla Sindone ha conosciuto una formidabile espansione popolare, seppure tra inevitabili alti e bassi, e se l’eccezionale fioritura di santità lungo i secoli in terra subalpina ha avuto un punto di forza e una costante nella spiritualità che lega la Passione alla Sindone. Francesco di Sales studia a Parigi e a Padova dove si laurea in «utroque» Diritto canonico e civile. Avverte la vocazione e nel 1593 è ordinato presbitero. Vive nei tempi bellicosi degli scontri sulla e con la Riforma protestante. Zelante e instancabile, chiede di dedicarsi a ricondurre al Cattolicesimo lo Chablais calvinista e Ginevra, patria di Giovanni Calvino. Sceglie non la contrapposizione polemica ma il dialogo con i protestanti. Per incontrare i «lontani» – visti gli scarsi risultati dal pulpito – escogita di pubblicare e far affiggere nei luoghi pubblici e di far scivolare sotto le porte delle case i «manifesti», fogli scritti a mano. Apre la via dell’ascetica ai laici con le opere «La Filotea» e «Teotimo».

Spirito acuto, dotto umanista, scrittore fecondo e polemista elegante, intuisce l’importanza della stampa. Proverbiali i suoi insegnamenti dispensati anche con 20 mila lettere. A 32 anni è vescovo coadiutore e poi vescovo di Ginevra: sua principale preoccupazione sono le riforme del Concilio di Trento. Tra il 1500 e il 1600 la Chiesa registra una sorprendente e purificatrice riforma messa in pista dal Concilio di Trento che tra aperture, sessioni, interruzioni e riprese dura quasi vent’anni, dal 13 dicembre 1545 al 4 dicembre 1563, e occupa tre Papi: Pio III, Giulio III, Pio IV. Oltre a Carlo Borromeo e Francesco di Sales, incarnano lo spirito di quella riforma Ignazio di Loyola (1491-1556) fondatore della Compagnia di Gesù; Camillo de Lellis (1550-1614) il buon samaritano dei malati di Roma e fondatore dell’Ordine dei ministri degli infermi; Filippo Neri (1515-1595), «Pippo buono», fiorentino di nascita e romano di adozione, ottimista e allegro, fondatore dell’Oratorio per creare un ambiente simpatico e accogliente per i giovani, apostolo attraverso il canto. Francesco fonda con la nobildonna Giovanna Francesca Frémiot de Chantal l’Ordine della Visitazione. Al suo nome si ispirano parecchie Congregazioni e dal 1959 dopo don Giovanni Bosco chiama «Salesiana» la sua famiglia religiosa a indicare un marchio di fabbrica e uno stile.

Nonostante gli sforzi, le preghiere e le lacrime, Ginevra rimane calvinista, e il vescovo trasferisce la sede ad Annecy. I duchi di Savoia sostengono con le maniere forti l’opera dell’inascoltato apostolo, che preferisce sempre la carità. Muore a 55 anni per un attacco di apoplessia. Dotato di ineguagliabile dolcezza, dice: «Se sbaglio, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore». I contemporanei commentano: «Come deve essere buono Dio, se Francesco è così buono». Vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento, è apostolo, predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera. Santo, dottore della Chiesa, patrono del Seminario di Torino.

Il 24 gennaio 1923 Pio XI lo proclama «celeste patrono» di giornalisti e scrittori cattolici, «che con la pubblicazione di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Con il suo esempio insegna la condotta da tenere: studino con somma diligenza e giungano a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità; abbiano cura della forma ed eleganza del dire ed esprimano i pensieri con perspicuità e ornamento di parole, di maniera che i lettori si dilettino della verità; sappiano confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi. Poiché gli eretici disertano le sue prediche, Francesco delibera di confutare i loro errori con volantini, da lui scritti e disseminati in tante copie che, passando di mano in mano finissero con l’insinuarsi anche tra gli eretici. Lo stile è così elegante, garbato ed efficace che i ministri dell’eresia solevano mettere in guardia i seguaci “perché non si lascino allettare e vincere dalle lusinghe del vescovo”».

Nel 1963 Giovanni XXIII lo definisce «il più amabile tra i santi, e Iddio lo mandava al mondo in un’ora di tristezza. Apparve come l’incarnazione della pietà sorridente e forte». Paolo VI nel 1967 in una lettera ai vescovi di Francia, Svizzera e Piemonte lo definisce «Sabaudiae gemma, gemma della Savoia e della Svizzera, grandissima gloria di Annecy, una delle più grandi figure della Chiesa e della storia».

Pier Giuseppe Accornero

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