È santo il carmelitano Tito Brandsma, martire a Dachau

Santa Sede – Domenica 15 maggio 2022 in piazza San Pietro Papa Francesco ha canonizzato 10 cristiani molto diversi, tra cui l’eroe martire di Dachau, carmelitano e giornalista olandese

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Beato Tito Brandsma

«Prenda questa coroncina, la usi per pregare».

«Non mi serve. Non so pregare».

«Provi almeno a ripetere: prega per noi, peccatori…».

È domenica 26 luglio 1942. Nel campo di concentramento di Dachau una giovane infermiera olandese, al soldo degli aguzzini nazisti, sta per uccidere con un’iniezione di acido fenico il connazionale Tito Brandsma. Carmelitano, sacerdote, docente all’università di Nimega, brillante giornalista, assistente ecclesiastico dei giornalisti dell’Olanda occupata dalle orde hitleriane, uomo di intelligenza acuta e di cultura profonda. Scrive libri e poesie, compone preghiere stupende. Un’attività giornalistica incredibile per vastità e profondità. L’ultimo dialogo rimarrà impresso nella memoria e nel cuore della donna. Nel 1955 si presenterà spontaneamente – protetta dal segreto in quanto ricercata per i suoi crimini – a testimoniare al processo canonico. Domenica 15 maggio 2022 in piazza San Pietro Papa Francesco canonizza 10 cristiani molto diversi, tra cui l’eroe martire di Dachau.

A farlo conoscere al grande pubblico fu la biografia «Un giornalista martire. Padre Tito Brandsma» scritta dal valdostano Fausto Vallainc, vescovo di Alba, giornalista, portavoce del Concilio Vaticano II e per anni direttore della Sala Stampa vaticana. La vicenda umana e spirituale e la tragica morte colpì Papa Giovanni. Lesse la biografia in una notte. Nell’ottobre 1961 mons. Vallainc accompagnava 250 giornalisti italiani e stranieri in udienza. «Mentre mi avvicinavo per baciargli la mano – racconta – e presentargli i giornalisti, fui fermato dal suo indice teso verso di me in segno quasi di rimprovero. “Questa notte – mi disse – non ho dormito per colpa tua”. Rimasi allibito, facendo un rapido esame di coscienza, ma mi rasserenai subito». Era rimasto scosso e affascinato dalla vicenda.

Anno Siurd Brandsma nasce il 23 febbraio 1881 in una fattoria di Ugokloster, nella Frisia, regione agricola al nord dell’Olanda. I coniugi Tito e Gisge Postma mettono al mondo sei figli. Cinque si fanno religiosi: una clarissa, una suora del Preziosissimo Sangue, una si sposa, una francescana, Anno Siurd entra tra i Carmelitani e assume il nome di papà Tito, l’ultimo è francescano. Di intelligenza vivacissima, scuola e studio non gli creano difficoltà né fastidi. Unico problema è la salute, cagionevole. Entrato in un pensionato francescano nella provincia di Brabante, alto tre palmi, magrolino, i compagni lo chiamano «il punto» perché, a somiglianza di quello geometrico, sembra senza dimensioni. Studi brillanti, risultati eccellenti. Gli piace molto scrivere. La consacrazione a Dio e la vocazione alla vita religiosa si accompagnano a una naturale propensione al giornalismo: traduce in parole chiare e semplici le idee più difficili e i concetti più astrusi. Un giornalista nato.

Dopo gli ottimi studi in filosofia e teologia, il 7 giugno 1905 è ordinato sacerdote. A Roma si laurea in filosofia all’Università Gregoriana. Rientrato in patria, inizia un intenso lavoro apostolico e giornalistico. Professore, organizza con gli studenti la traduzione in lingua frisona delle opere di Teresa d’Avila e dell’«Imitazione di Cristo». Scrive articoli, collabora con giornali e periodici, direttore di un quotidiano locale. Nel 1923 entra nel corpo accademico della neonata Università cattolica di Nimega come docente di filosofia e misticismo. Per un anno ne sarà il rettore. Si ritaglia ogni giorno ampi spazi di preghiera e di contatto con i poveri. Assistente ecclesiastico dei giornalisti cattolici.

Comincia a organizzare nella stampa olandese un fronte di resistenza al nazismo. Dalla cattedra universitaria partono gli attacchi all’ideologia hitleriana: «Chi vuole vincere il mondo per Cristo deve avere il coraggio di entrare in conflitto con esso». Definisce il movimento nazista «pagano» e lo paragona alla «peste nera». Il 10 maggio 1940 i carri armati tedeschi invadono l’Olanda. Il nome di Brandsma è nella lista nera della Gestapo come nemico del nazionalsocialismo. Il mondo cattolico è nel mirino degli occupanti: discriminazioni e intimidazioni contro gli insegnanti e i giornalisti. Padre Tito, responsabile della stampa e delle scuole, non si lascia impaurire. Organizza la resistenza passiva e la disobbedienza. Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi, in una famosa lettera pastorale, prendono posizione contro il nazismo, invitano i sacerdoti a rifiutare i Sacramenti ai cattolici che sostengono apertamente il movimento nazionalsocialista, «completamente contrario alla concezione cristiana della vita e ai valori umani essenziali». Gli occupanti reagiscono come belve.

La repressione è fulminea e pesante. Alle testate cattoliche arriva l’ordine di pubblicare soltanto avvisi e dichiarazioni ufficiali. Il religioso è invitato a recapitare agli editori cattolici le direttive della gerarchia, eludendo la sorveglianza della censura e della Gestapo. «Ma swe non ti enti, non andare» gli dice il vescovo. Padre Tito contatta quattordici direttori di giornali. Il quindicesimo attenderà invano. All’alba del 19 gennaio 1942 la polizia politica lo arresta nel convento di Boxmeer. «Il nemico numero uno degli interessi tedeschi in Olanda ora è innocuo» telegrafano trionfanti i nazisti a Berlino. Era spiato da tempo, notte e giorno. Con la piccola ebrea Anna Franck, diventa il simbolo della resistenza della minuscola Olanda contro «la bestia apocalittica». Come Massimiliano Kolbe in Polonia. Come il carabiniere Salvo D’Acquisto in Italia. Come il soldatino viennese Otto Schimeck, inquadrato nell’esercito tedesco, che si rifiuta di sparare contro ostaggi inermi. Come mille e mille altri nell’Europa occupata.

Nella cella 577 di Scheveningen lo interrogano. «Non avreste dovuto accettare l’incarico del vescovo». «Come cattolico, non avrei potuto fare diversamente». «Siete un sabotatore; la vostra Chiesa sta cercando di sabotare gli ordini delle forze di occupazione, di minacciare la pace nazionale e di impedire che la visione nazionalsocialista della vita entri nel cervello degli olandesi». «Abbiamo il dovere di dissentire da tutto ciò che non è in linea con la dottrina cattolica». Il recluso scrive una biografia su Santa Teresa, poesie, meditazioni sulla Via Crucis, pagine di diario. «Prego, scrivo e i giorni volano». Lo invitano a mettere per iscritto i motivi dell’opposizione al nazismo. È una trappola. Tito Brandsma firma la propria condanna a morte scrivendo nobilissime parole: «Gli olandesi posseggono una fede matura e ne hanno dato prova in molte occasioni, sia i protestanti e sia i cattolici. Se necessario, noi daremo la nostra vita per la nostra religione. Il movimento nazista è considerato dagli olandesi non solo un insulto a Dio per la violenza che fa alle sue creature, ma anche un’offesa alle gloriose tradizioni della nazione olandese».

Il 12 marzo 1942 è trasferito ai lavori forzati. Un inferno: botte, umiliazioni, perquisizioni, maltrattamenti, sevizie. Consola i compagni, confessa i malati e i moribondi. All’ultimo interrogatorio risponde: «Se potessi, rifarei tutto». Lo spediscono a Dachau: «Incontrerò nuovi amici. Il Signore è dovunque». In quell’«immenso serbatoio di lacrime» resta poco più di un mese, dal 19 giugno al 26 luglio 1942. Infonde coraggio nei compagni di sventura: «Non cedete all’odio. Abbiate pazienza, alla fine del tunnel troverete la luce». Nell’ultima lettera ai confratelli: «Siamo in un tunnel oscuro come Cristo nel sepolcro. Ma alla fine la luce brillerà anche per noi». Testimonierà un sopravvissuto: «Nessuno è riuscito a metterlo in ginocchio». Un altro: «Nel campo, mentre tutti camminavano curvi, lui era sempre dritto, sereno e libero interiormente».

Le SS decidono di eliminarlo. È il 26 luglio 1942. La giovane infermiera-carnefice gli fa «l’iniezione di grazia» con l’acido fenico. La serena e indomita testimonianza di padre Tito la convertirà: tornerà alla fede: «Chiunque lo vedeva, aveva l’impressione che in lui c’era qualcosa di soprannaturale. I prigionieri malati erano tristi ed egoisti, ma padre Tito era sempre di buonumore e aiutava tutti». Grazie a questo prete, giornalista e martire, nel campo di concentramento su un’umanità ingiuriata, violentata e uccisa con ferocia bestiale, brillava la santità di un uomo libero e forte.

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