Santuario della Consolata, cantiere di aiuto nella Grande Guerra

Torino – Durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18) la diocesi di Torino, con in testa il cardinale arcivescovo Agostino Richelmy, «divenne un cantiere di aiuto per tutte le vittime dirette o indirette della guerra al fronte. Uno dei centri più attivi, per la preghiera e il soccorso, fu il santuario della Consolata

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Durante la Grande Guerra (1915-18) la diocesi di Torino, con in testa il cardinale arcivescovo Agostino Richelmy, «divenne un cantiere di aiuto per tutte le vittime dirette o indirette della guerra al fronte. Per il coordinamento delle attività il braccio destro dell’arcivescovo era il segretario don Adolfo Barberis». Lo ricorda don Giuseppe Tuninetti, storico della Chiesa subalpina. In arcivescovado funzionano l’Opera per l’assistenza ai profughi veneti e l’Ufficio di assistenza e informazione per soldati, profughi e prigionieri.

Uno dei centri più attivi, per la preghiera e il soccorso, è il santuario della Consolata, come documenta il prezioso libro curato da Lino Ferracin,«La Consolata e la Grande Guerra. Un percorso tra gli ex voto e le pagine della rivista del santuario» (2015). Francesco Grand-Jean nel 1919 pubblica «Carità di porpora. L’opera del card. Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino per i soldati e i profughi durante la guerra di liberazione e1915-128». Il rettore don Giuseppe Allamano nel 1899 aveva fondato il mensile «La Consolata».

L’Europa brucia dall’estate 1914. In novembre, per la comme­morazione dei defunti, si ricordano «i tanti giovani che nel centro della nostra vecchia Europa perdono la vita. Cadaveri innumerevoli giacciono nelle trincee fattesi tombe». L’Italia entra in guerra nel maggio 1915 e il card. Richelmy presiede una funzione in santuario il 22 maggio con una «gran folla» che segnala «i nomi dei tanti giovani partiti o in procinto di partire per la guerra. A tutti i soldati vennero consegnate le medagliette della Madonna». Per il 20 giugno, prima festa della Consolata in tempo di guerra, si sopprimono lumina­rie, musiche, processione. «Si è pregato e si è pianto davanti all’effigie taumaturga di Maria». Richelmy chiede «la sua assistenza ai nostri soldati combattenti, la vittoria delle nostre armi, l’affrettamento della pace mondiale».

L’arcivescovo compone la «preghiera alla Consolata per i soldati in guerra»: «Eccoci ai vostri piedi, o cara Vergine Consolatrice! quanto sentiamo vivo il bisogno del vostro conforto. Entrando in santuario miriamo i trofei delle antiche vittorie e vediamo un gran numero di quadri votivi che ricordano l’aiuto potente prestato a quanti vi invocarono nell’ora del pericolo. Vi lodiamo e ringraziamo per i favori accordati ai nostri padri e ai nostri fratelli. Ma non è pago il nostro cuore, se non rinnovate i prodigi della vostra misericordia. O Maria Consolata, gloria e delizia di questa città, abbiate pietà dl noi, consolateci. Consolate i nostri cari soldati, che all’amore generoso per la Patria uniscono l’amore alla Mamma del cielo; consolate le madri terrene che piangono e tremano sulla sorte dei figli; consolate i torinesi che aspettano l’adempimento dei loro voti. Assistete, o Marta, consolate, difendete i nostri cari in mezzo ai disagi e alle fatiche fra il fragore delle battaglie. Accrescete il loro coraggio, santificate i loro ardori, e fate piovere tutte le grazie più belle. Allontanate da noi il dolore e la sventura e liberateci dal peccato che chiama sopra di noi le divine vendette. Dite per noi una parola a Gesù che ci guarderà con occhio di amore. E noi gusteremo le dolcezze della benedizione di Gesù, che è il Dio delle vittorie, il re della pace».

In santuario giungono migliaia di lettere dal fronte. Addobbato dai tricolori, in ottobre ospita un’imponente funzione «propi­ziatoria» per i convalescenti degli ospedali militari, idea nata da Richelmy durante le visite agli ospedali. Le aziende tranviarie mettono a disposizione dei convalescenti gli automezzi. Presenziano: la duchessa Isabella di Genova con i figli, tra i quali Adalberto, reduce dal fronte; 1.500 convalescenti e 1.500 soldati. Si vive la festa del 20 giugno 1916 «con il cuore pieno di dolore». Tre giorni prima giunge una pisside, dono di Papa Benedetto XV. Una delle funzioni è celebrata da mons. Angelo Lorenzo Bartolomasi, «vescovo al campo» dell’Esercito. Ogni sabato si celebra una Messa con il canto del «Miserere» per i «cari soldati combat­tenti e caduti».

Nell’ottobre 1916  Torino fa voto alla Consolata, con l’adesione della regina madre e parte una sottoscri­zione popolare. Nel novembre 1916 un pilone alla Consolata è costruito a 2.150 metri dagli Alpini del Battaglione Susa in una località tra i Monti Nero, Rosso, Mrzli e Vodil. «La Vergine Maria è eletta a rappresentare tutte le mamme, là dove a esse non è dato trovarsi a incuorare e custodire i loro bravi figliuoli. Il pilone guarda i confini della Patria».

Nella festa della Consolata 1917 risuona la parola di Benedetto XV: «Non venne meno la nostra fiducia. Amiamo sperare non lontano l’auspicato giorno nel quale gli uomini, figli del medesimo Padre, torneranno a considerarsi fratelli». Alle «Litanie Lauretane» si aggiunge l’invocazione «Regina pacis, ora pro nobis». Si chiude l’anno con la «Supplica per la vittoria e la pace» ricordando l’aiuto della Vergine nell’assedio dei francesi nel 1706, durante le pestilenze e allo scoppio della polveriera del 1852.

Nel giugno 1918 il vescovo missionario della Consolata, mons. Filippo Perlo, torinese di Caramagna Piemonte, vicario apostolico in Kenya, è nominato ufficiale dell’Impero britannico «per le benemerenze nella gestione degli ospedali al seguito dell’esercito inglese». La festa della Consolata di cento anni fa è vissuta come «auspicio di vittoria per le armi italiane» con l’invocazione «O Maria, consolateci come avete consolato i padri nostri». Informa la rivista: «Il nemico strapotente aveva sferrato la più formidabile offensiva, un urto non più di sole armate, ma di popoli su un fronte di 150 chilometri. E il popolo italiano partecipava alla lotta titanica in trepidazione. sospiri e pre­ghiere. Poteva la nostra Madre Consolatrice rimaner sorda a fante lacrime, a tante suppliche?». Il bollettino dell’Esercito del 22 giugno comunica: «La poderosa offensiva nemica non si é rinnovata». E un telegramma la notte del 24 giugno: «La vittoria nostra era assicurata e il nemico è ad­dossato al Piave mercé la strenua tenacia e l’irruente impeto delle truppe nostre».

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