Sarà beata Armida Barelli, cofondatrice dell’Università Cattolica

Cause dei Santi – Il 20 febbraio 2021 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione dei Santi a promulgare il decreto che porterà agli altari Armida Barelli, fondatrice della Gioventù femminile di Azione Cattolica e cofondatrice dell’Università Cattolica

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Venerabile Armida Barelli (foto Avvenire)

Diventa beata, con il riconoscimento del miracolo, Armida Barelli, donna straordinaria, protagonista dell’apostolato laicale in Italia. Diventano venerabili le suore delle Poverelle che si sono sacrificate e sono morte in Africa per assistere i malati di Ebola, morbo terribile che non perdona. Il 20 febbraio 2021 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione dei Santi a promulgare i decreti per Armida Barelli, fondatrice della Gioventù femminile di Azione Cattolica, cofondatrice delle Missionarie della regalità di nostro Signore Gesù Cristo e cofondatrice dell’Università Cattolica, che in dicembre celebrerà il secolo di vita.

Fondatrice della Gioventù femminile di Azione Cattolica – Nata a Milano il 1° dicembre 1882 in una laboriosa famiglia della borghesia, non è educata ai valori religiosi che invece assorbe studiando in un collegio svizzero. I biografi notano che «non le mancano ripetute occasioni per formare una propria famiglia, ma sceglie una strada diversa: aiuta orfani e figli di carcerati». Nel 1910 incontra il francescano Agostino Gemelli, con il quale organizza la consacrazione al Sacro Cuore dei soldati italiani nella Grande Guerra. Per volontà del cardinale arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari dà inizio alla Gioventù femminile cattolica milanese che diventerà Gioventù femminile di Azione Cattolica. È la risposta cattolica alla laicizzazione liberale, anticlericale e massone; al socialismo radicale e facinoroso; al progressivo ingresso delle ragazze e delle donne nelle fabbriche, dove sostituiscono gli uomini al fronte. Per incarico di Benedetto XV estende a tutta Italia la Gioventù femminile.

Impegno per l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Armida Barelli è catturata dal sogno di Giuseppe Toniolo e di padre Gemelli dell’Università Cattolica, inaugurata il 7 dicembre 1921 dal cardinale arcivescovo Achille Ratti che due mesi dopo, il 6 febbraio 1922, diventa Papa Pio XI. Il predecessore Benedetto XV il 19 febbraio 1921 aveva firmato il breve apostolico «Cum semper», «magna charta» dell’Università Cattolica. L’ateneo è tutto merito dei cattolici ambrosiani: il frate Agostino Gemelli, la laica Armida Barelli, il sacerdote Francesco Olgiati e il laico Lodovico Necchi. Armida Barelli organizza l’Opera della Regalità di Gesù Cristo per la diffusione della vita liturgica e della spiritualità cristocentrica. Percorre più volte l’Italia per diffondere la Gioventù femminile – 1 milione e 500 mila iscritte negli anni Cinquanta – e l’Università Cattolica; organizza convegni e congressi, Settimane sociali, pellegrinaggi, corsi culturali e formativi. Vive la malattia con fede, penitenza e preghiera. Muore a Marzio (Varese) il 15 agosto del 1952. Figura chiave nella Chiesa del Novecento, ripete spesso: «I cattolici non hanno diritto di essere mediocri in quanto testimoni del regale sacerdozio di Cristo». Il miracolo a Prato il 5 maggio 1989: una donna di 65 anni in bicicletta, investita da un camion, riporta una forte commozione cerebrale e i medici prevedono gravi conseguenze neurologiche, che non ci sono. Per Matteo Truffelli, presidente di Azione Cattolica, «attraverso la sua instancabile opera, la Gioventù Femminile si radicò in tutto il territorio nazionale, divenendo il ramo dell’Ac più numeroso. Percorrendo strade inesplorate nell’annuncio del Vangelo, incontrò migliaia di giovani donne suscitando una fede creativa, audace, coraggiosa ed entusiasta».

Diventano venerabili, ultimo passo prima della beatificazione tre suore delle Poverelle-Istituto Palazzolo, fondate a Bergamo, morte per aver contratto Ebola dai pazienti: Floralba (Luigia Rosina da laica) Rondi, nata il 10 dicembre 1924 a Pedrengo (Bergamo) e morta a Mosango (Repubblica Democratica del Congo) il 25 aprile 1995; Clarangela (Alessandra) Ghilardi, nata il 21 aprile 1931 a Trescore Balneario (Bergamo) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 6 maggio 1995; Dinarosa (Teresa Santa) Belleri, nata l’11 novembre 1936 a Cailina di Villa Carcina (Brescia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 14 maggio 1995. Alle 10,14 dell’8 maggio 1995 alla madre generale dallo Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) giunsero notizie sempre più allarmanti dell’agonia e poi della morte, in aprile-maggio fra atroci sofferenze, di sei suore missionarie. Il terribile virus Ebola le uccise insieme a migliaia di persone in Africa. Il mondo scoprì con orrore un morbo che richiamava antiche pestilenze. Ebola è un virus molto aggressivo che causa una terribile febbre emorragica, la «febbre rossa». Il primo ceppo fu scoperto nel 1976. Si trasmette per contagio animale e tra le persone in contatto con il sangue e i fluidi corporei dei soggetti infetti. Secondo il Comitato internazionale tecnico-scientifico, Ebola a Kikwit colpì 220 persone e 176 morirono.

Le suore avevano contratto il male nelle corsie dell’ospedale. Oltre alle tre che diventano venerabili, morirono: Danielangela Sorti, 47 anni, di Lallio (Bergamo); Annelvira Ossoli, 58 anni, di Orzivecchi (Brescia); Vitarosa Zorza, 51 anni, di Palosco (Beragmo). Lo sapevano bene perché erano infermiere altamente specializzate, eppure non abbandonarono quei derelitti, non disertarono il combattimento. «Martiri della carità» le definì il vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi: «Non c’è amore più grande che dare la vita come Gesù». I loro nomi, i loro volti e il loro sacrificio balzarono alla ribalta dei media di tutto il mondo. Dai fax inviati nel maggio 1995 dalle suore alla madre generale a Bergamo emergono forti lezioni di vita. «Comprendiamo la tua trepidazione, ma siamo totalmente nelle mani di Dio. Nessuna evacuazione può essere fatta. È molto duro per voi e per noi accettare questa separazione dalle sorelle. Avvenimenti dolorosi ci hanno travolto ma la vita della Congregazione deve continuare: la situazione è abbastanza drammatica soprattutto all’interno. Ma è necessario conservare la calma. A Kinshasa  non ci sono focolai e tutte le strade verso l’interno sono bloccate».

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