Sarà beato il novarese don Giuseppe Rossi

Domenica 26 maggio 2024 – Nella Cattedrale San Gaudenzio di Novara il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero per le Cause dei Santi, proclamerà beato il novarese don Giuseppe Rossi, giovane parroco nella Val d’Ossola, assassinato dai fascisti nel 1945

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Don Giuseppe Rossi

Domenica 26 maggio 2024 nella Cattedrale San Gaudenzio di Novara il cardinale Marcello Semeraro, prefetto da dicastero dei Santi, proclamerà beato il novarese don Giuseppe Rossi, giovane parroco nella Val d’Ossola, assassinato dai fascisti nel 1945. Papa Francesco il 14 dicembre 2023 ha approvato i decreti per nuovi beati, sei sono martiri, sacerdoti di varie nazionalità uccisi nel Novecento in odio alla fede, vittime del fascismo e del comunismo. Le storie drammatiche dei martiri riguardano sacerdoti, religiosi e un seminarista. Don Giuseppe Rossi, prete diocesano, cade nella piemontese Val d’Ossola, teatro di scontri fra partigiani della «Repubblica partigiana dell’Ossola» e fascisti della «Brigata nera Ravenna», tra le più crudeli e anticlericali. Il 26 febbraio 1945 è sequestrato, trasportato in un vallone, costretto a scavarsi la fossa e massacrato dai fascisti.

Giuseppe Rossi nasce il 3 novembre 1912 a Varallo Pombia, sponda piemontese del Ticino, provin­cia e diocesi di Novara, da famiglia di modeste condizioni: il padre manovale in Alsazia e minatore nella galleria del Sempione. Frequenta le elementari e partecipa alla vita  dell’oratorio e della parrocchia. Nel 1925 entra in Seminario, decisione che grava molto sul bilancio famigliare ma è accolta con gioia e orgoglio. A 25 anni il 29 giugno 1937 è ordinato sacerdote dal vescovo di Novara, mons. Giuseppe Castelli, torinese di San Gillio. Nell’immaginetta della prima Messa scrive: «Darò quanto ho, anzi darò tutto me stes­so, per le vostre anime». Il 30 ottobre 1938 è parroco di Castiglione Ossola, ai piedi del Monte Rosa, non lon­tano da Macugnaga, 500 abitanti, 8 frazioni sulla montagna, vivono di agricoltura stentata, alleviata dall’emigrazione stagionale anche nelle fabbriche del fondovalle. In questo contesto non è facile l’impegno pastorale. Don Giuseppe sensibilizza la Conferenza di San Vincenzo, organizza l’Azione Cattolica, sostiene le missioni, scrive sovente ai giovani del paese partiti per il fronte, tiene un diario «Oasi dello spirito». La sciagurata entrata in guerra, decisa dal duce e dei suoi manigoldi, costringe in grigioverde molti uomini e giovani.

La situazione diventa tragica con l’armistizio deIl’8 set­tembre del 1943. Molti, non volendo servire il duce e la Repubblica di Salò, fuggono in montagna con i partigiani. Gli storici ricordano che nell’Ossola la situazione è ancora più esasperata «per le divisioni e i contrasti nelle forze resistenziali. Tra le cause l’oro delle miniere di Macugnaga, al quale miravano le diverse forze». Don Rossi è prudente e neutrale, come il nuovo vescovo, il cappuccino Leone Ossola, già missionario in Africa. Il 26 febbraio 1945 una staffetta moto­ciclista e due autocarri di brigatisti neri giungono in Valle Anzasca, ma un plotone di partigiani «garibaldini» si apposta tra le rocce. Quando i «neri» della famigerata brigata fascista «Muti» arrivano, la campana della chiesa batte le 9, i partigiani aprono il fuoco, uccidono due militi, ne feriscono 15 e si dileguano nella boscaglia. Fuggi fuggi generale ma don Rossi rimane al suo posto, nonostante gli inviti a fuggire. Scatta la rappresaglia dei nazifascisti: bloccano ostaggi; bruciano le case; razziano animali e cibo; inseguono e violentano donne e ragazze. Tra i 45 ostaggi anche il parroco: sospettano che con il suono della campana abbia dato un segnale ai partigiani. I testimoni ricordano che «rincuorava tutti. Alla richiesta di benedirci pima di morire, raccomandò fiducia e calma: se fosse servito a salvare la popolazione si sarebbe volentieri sacrificato».

Alle 18 gli ostaggi, e anche il prete, sono liberati. I parrocchiani lo invitano a fuggire. Ma niente da fare: il suo dovere è restare. La sera del 26 febbraio quattro militi «neri» lo portano nel vallone dei Co­lombetti, sotto il paese. Dopo una settimana di incertezza e di notizie contrastanti, il 4 marzo la confidenza di un milite fascista a una ragazza – «Il parroco è stato ucciso» – ritrovano il corpo del 33enne parroco in una fossa con i segni delle bastonate, il calcio del fucile in testa, una pugnalata alla schiena e il colpo di grazia bruciapelo. Il 22 settembre 1991 i resti di don Rossi, dalla natia Varallo Pombia, ove erano stati sepolti, sono traslati nella chiesa di Castiglione Ossola, ove riposano. «Sono particolarmente felice con la Chiesa novarese, che ora può venerare come martire don Giuseppe Rossi, umile prete, esemplare per la vita di preghiera e per il generoso servizio alla sua gente. È stato l’”icona del parroco martire”, che si è speso sino alla fine, testimonianza di fedeltà e dedizione sacerdotale al bene della comunità, con la quale ha saputo condividere tutto. Un modello per il popolo di Dio e, in particolare, per noi sacerdoti e per i laici che svolgono un ministero a servizio della Chiesa». Così mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, nella lettera alla comunità: «L’approvazione del martirio in odio alla fede apre le porte alla beatificazione: parroco fedele e generoso, rimase tra la sua gente in una circostanza drammatica e pericolosa, “mite agnello”, affrontò la morte».

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