Sarà santo il carmelitano Tito Brandsma, martire a Dachau

Cause dei Santi – Via libera del Papa, lo scorso 25 novembre, alla canonizzazione di padre Tito Brandsma, carmelitano e giornalista olandese ucciso dai nazisti a Dachau

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Beato Tito Brandsma

«Prenda questa coroncina, la usi per pregare». «Non mi serve. Non so pregare». «Provi almeno a ripetere: prega per noi, peccatori…».

Domenica 26 luglio 1942 nel campo di concentramento di Dachau una giovane infermiera olandese, al soldo degli aguzzini nazisti, sta per uccidere con un’iniezione di acido fenico il connazionale Tito Brandsma. Religioso carmelitano, sacerdote, docente all’università di Nimega, brillante giornalista, assistente ecclesiastico dei giornalisti dell’Olanda occupata dalle orde hitleriane, uomo di intelligenza acuta e di cultura profonda. Scrive libri e poesie, compone preghiere. Un’attività giornalistica incredibile per vastità e profondità.

L’ultimo dialogo tra il prete giornalista e l’infermiera, con l’invito perché l’aguzzina accetti l’unica cosa – una coroncina in legno – che gli è rimasta, rimarrà impresso nella memoria e nel cuore della donna. Vivrà sotto falso nome, ricercata dalle polizie di mezza Europa perché ha seviziato e ucciso migliaia di prigionieri. Nel 1955 si presenta spontaneamente, protetta dal segreto, a testimoniare al processo di beatificazione: il 3 novembre 1985 Giovanni Paolo II proclamò «beato» e «martire» Tito Brandsma. Il 25 novembre 2021 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo attribuito al martire che diventa così santo.

L’editrice Àncora nel 1985 ripubblicò la biografia «Un giornalista martire. Padre Tito Brandsma». La prima stesura comparve negli anni Sessanta. L’autore è il valdostano mons. Fausto Vallainc, vescovo di Alba in provincia di Cuneo. Giornalista, fu il primo direttore della Sala stampa vaticana e fu il portavoce del Concilio Vaticano II. La vicenda umana e spirituale e la tragica morte di padre Brandsma colpì immensamente Papa Giovanni XXIII. Lesse la biografia in una notte. Nell’ottobre 1961 mons. Vallainc accompagnava 250 giornalisti in udienza dal Papa un anno prima dell’apertura dell’assise ecumenica. «Mentre mi avvicinavo per baciargli la mano – racconta nella premessa – e presentargli i giornalisti, fui fermato dal suo indice teso verso di me in segno quasi di rimprovero. “Questa notte – mi disse – non ho dormito per colpa tua”. Rimasi allibito, facendo un rapido esame di coscienza, ma mi rasserenai subito ascoltando la paterna conversazione che seguì». Papa Giovanni era rimasto scosso e affascinato dalla lettura del libro.

Anno Siurd Brandsma nasce il 23 febbraio 1881 in una grande fattoria di Ugokloster nella Frisia, regione agricola al nord dell’Olanda. I coniugi Tito e Gisge Postma mettono al mondo sei figli. Cinque si fanno religiosi, segno della profonda fede che anima la famiglia. La figlia maggiore Boukie diventa religiosa clarissa; la secondogenita Plone è suora del Preziosissimo Sangue; la terzogenita Gatsche si sposa; la quartogenita Siebrigie è francescana; il quintogenito è Anno Siurd che diventa carmelitano; l’ultimo Enrico diventa francescano. Anno Siurd è di intelligenza vivace e facile ad apprendere le cose: la scuola e lo studio non gli creano difficoltà. Unico problema la salute: è cagionevole e gracilino. A 11 anni, con il fratello Enrico, entra in un pensionato francescano a Meghen nel Brabante. Alto tre palmi, magrolino, i compagni lo chiamano «il punto» perché, a somiglianza di quello geometrico, sembra senza dimensioni. Studi brillanti, risultati eccellenti. Gli piace moltissimo scrivere. La vocazione alla vita religiosa e alla consacrazione piena a Dio si accompagna a una naturale vocazione al giornalismo. Sa tradurre in parole chiare e semplici le idee più difficili e i concetti più astrusi. Un giornalista nato.

A 18 anni entra tra i Carmelitani. Per affetto e rispetto verso il papà, assume il suo nome: si chiamerà padre Tito. Dopo gli ottimi studi in filosofia e teologia, il 7 giugno 1905 è ordinato sacerdote. Lo mandano a perfezionarsi a Roma. Il 25 ottobre 1909 si laurea in filosofia alla Pontificia Università Gregoriana. Rientrato in patria, inizia un lavoro apostolico e giornalistico massacrante. È professore a Oss. Organizza con gli studenti la traduzione in lingua frisona delle opere di Teresa d’Avila e della «Imitazione di Cristo». Scrive articoli, collabora con quotidiani e periodici. Diventa direttore di un quotidiano locale. Nel 1923 entra nel corpo accademico della neonata Università cattolica di Nimega come docente di filosofia e misticismo. Per un anno ne sarà il rettore magnifico. Un’attività frenetica. Ma si ritaglia ogni giorno ampi spazi per la preghiera e per il contatto con i poveri.

L’arcivescovo Johannes De Jong, futuro cardinale, ne intuisce le doti e la personalità e lo nomina assistente dei giornalisti cattolici. In questa veste comincia a organizzare nella stampa olandese un solido fronte di resistenza al nazismo. Dalla cattedra universitaria partono i suoi brillanti e scientifici attacchi all’ideologia hitleriana: «Chi vuole vincere il mondo per Cristo deve avere il coraggio di entrare in conflitto con il nazismo» che definisce «pagano» e «peste nera». Il 10 maggio 1940 i carri armati tedeschi invadono l’Olanda. Il nome di Tito Brandsma è nella lista nera della Gestapo come nemico del nazionalsocialismo. Scuole e insegnamento, stampa e giornalisti, mondo cattolico sono nel mirino degli occupanti: vogliono farne un docile strumento per indottrinare e dominare il popolo. Cominciano discriminazioni e  intimidazioni contro il personale religioso delle scuole. Padre Tito che, per disposizione dell’episcopato, è responsabile sia della stampa e sia delle scuole, non si lascia impaurire. Organizza la resistenza passiva e la disobbedienza aperta. I vescovi lo mandano al comando centrale nazista dell’Aja a protestare per le vessazioni. La sua posizione si fa ancora più delicata.

Inizia il calvario. Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi, in una lettera pastorale, prendono posizione contro il nazismo, invitano i sacerdoti a rifiutare i Sacramenti ai cattolici che sostengono apertamente il nazionalsocialismo «completamente contrario alla concezione cristiana della vita e ai valori umani essenziali». La repressione è fulminea e pesante. Ai giornali e periodici arriva l’ordine di pubblicare solo avvisi e dichiarazioni ufficiali. Per Brandsma, consultato dal vescovo De Jong, la risposta ai tedeschi deve essere il rifiuto. Invitato a recapitare agli editori cattolici le direttive della gerarchia, eludendo la censura e la Gestapo. «Naturalmente – gli dice il vescovo – questo non è un ordine. Correrai gravi rischi. Se non te la senti, lascia perdere». Il padre non ci pensa un istante. E parte. Contatta 14 direttori di giornali. Il quindicesimo lo attenderà invano. All’alba del 19 gennaio 1942 la polizia politica lo arresta nel convento di Boxmeer. Era spiato da tempo, notte e giorno. Janke, capo del reparto stampa degli occupanti, scrive al superiore: «Siamo informati che dal 2 gennaio viaggia in tutto il Paese il padre Tito Brandsma di Nimega, per ordine dei vescovi cattolici, per invitare le direzioni e i capiredattori della stampa cattolica a prendere parte alla campagna di protesta. Visto che è opportuno rispondere immediatamente con una contromanovra, propongo che sia arrestato senza indugio e messo in campo di concentramento». I nazisti telegrafano trionfanti a Berlino: «Il nemico numero uno degli interessi tedeschi in Olanda ora è innocuo».

«Quel professore maligno» e la piccola ebrea Anna Franck diventano simboli della resistenza della minuscola Olanda contro «la bestia apocalittica». Tito Brandsma come Massimiliano Kolbe in Polonia; come il carabiniere Salvo D’Acquisto in Italia; come il soldato viennese Otto Schimeck che si rifiuta di sparare contro ostaggi inermi; come mille altri nell’Europa occupata.

Nella cella 577 di Scheveningen avvengono gli interrogatori. «Non avreste dovuto accettare l’incarico del vescovo». «Come cattolico, non avrei potuto fare diversamente». «Siete un sabotatore. La vostra Chiesa sta cercando di sabotare gli ordini delle forze di occupazione, di minacciare la pace nazionale e di impedire che la visione nazionalsocialista della vita entri nel cervello degli olandesi». «Abbiamo il dovere di dissentire da tutto ciò che non è in linea con la dottrina cattolica». L’aguzzino nel rapporto sottolinea «la provata ostilità dei suoi scritti contro la politica tedesca sugli ebrei». Gli interrogatori si protraggono. Lo invitano a mettere per iscritto i motivi dell’opposizione degli olandesi al nazismo. È una trappola. Tito firma la propria condanna a morte: «Gli olandesi posseggono una fede matura e ne hanno dato prova in molte occasioni, sia i protestanti e sia i cattolici. Se è necessario, daremo la nostra vita per la nostra religione. Il movimento nazista è considerato dagli olandesi non solo un insulto a Dio per la violenza che fa alle sue creature, ma anche un’offesa alle gloriose tradizioni della nazione olandese».

Il 12 marzo 1942 è trasferito ad Amersfoort ai lavori forzati. Un inferno: botte, umiliazioni, perquisizioni, maltrattamenti, sevizie. Di nascosto consola i compagni, confessa i malati e i moribondi. All’ultimo interrogatorio risponde: «Se potessi, rifarei tutto ciò che ho fatto». Lo spediscono a Dachau. «A Dachau incontrerò nuovi amici. Il Signore è dovunque». In quell’«immenso serbatoio di lacrime» resta poco più di un mese, dal 19 giugno al 26 luglio 1942, nel periodo più disumano. Infonde coraggio e speranza nei compagni: «Non cedete all’odio. Abbiate pazienza, alla fine del tunnel troverete la luce». Nell’ultima lettera ai confratelli carmelitani: «Per me ogni cosa è bella. Con l’aiuto di Dio tutto si risolverà. Siamo in un tunnel oscuro come Cristo nel sepolcro. Ma alla fine la luce brillerà anche per noi». Narra un sopravvissuto: «Nessuno è riuscito a metterlo in ginocchio». E un altro: «Mentre tutti camminavano curvi, camminava sempre dritto, sereno e libero interiormente».

Le SS decidono di eliminarlo il 26 luglio 1942. La giovane infermiera-carnefice gli fa «l’iniezione di grazia» con l’acido fenico. L’indomita testimonianza di padre Tito la converte. Tornerà alla fede: «Chi lo vedeva, aveva l’impressione che in lui c’era qualcosa di soprannaturale. Nella maggior parte i prigionieri malati erano tristi ed egoisti, ma padre Tito era sempre di buonumore ed era di appoggio e di aiuto a tutti».

Alla beatificazione il 3 novembre 1985 Giovanni Paolo II esclama: «Matura alla gloria degli altari un uomo passato attraverso il campo di concentramento di Dachau, marchio infamante del nostro secolo: Dio ha trovato Tito Brandsma degno di sé».

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