Sassoli, la rivoluzione dei miti

Ricordo – Il vuoto incolmabile per la perdita di un amico, di un giornalista e di un politico che ha lasciato il segno, può diventare un pieno. È il miracolo di cui siamo stati testimoni, travolti dal coro di riconoscimenti che si sono succeduti a valanga, in Italia come in Europa (…)

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David Sassoli

Il vuoto incolmabile per la perdita di un amico, di un giornalista e di un politico che ha lasciato il segno, può diventare un pieno. È il miracolo di cui siamo stati testimoni, travolti dal coro di riconoscimenti che si sono succeduti a valanga, in Italia come in Europa. Spingendoci a rileggere i suoi discorsi, a scoprire tratti della sua biografia e della sua personalità, a comprendere la profondità spirituale dell’uomo che ne determinava il carisma, il filo rosso dei suoi fermi convincimenti e del suo agire privato e pubblico, a riconoscere in lui la concretezza delle beatitudini, perché i miti erediteranno la terra.

Luca Jahier

Di lui possiamo davvero dire che ha cambiato la storia dell’Unione europea, in particolare durante la crisi pandemica, sempre dalla parte dei più deboli. Perché la prospettiva della giustizia e della centralità dei diritti era per lui fuoco vivo, che superava ogni ostacolo. Anche con iniziative mai viste prima, come quando nell’aprile 2020 fece svuotare uno dei palazzi del Parlamento, mettendolo a disposizione quale spazio di accoglienza e ricovero per oltre un centinaio di donne e madri sole, affette da Covid. E fece tenere aperte le cucine del Parlamento, in quei mesi praticamente deserto (si lavorava a distanza), per distribuire pasti caldi ai senzatetto e ai poveri di Bruxelles.

«L’Europa ha ancora molto da dire se noi, e voi, sapremo dirlo insieme. Se sapremo mettere le ragioni della lotta politica al servizio dei nostri cittadini, se il Parlamento ascolterà i loro desideri e le loro paure e le loro necessità». Questa la cifra della sua azione politica, che ha caratterizzato tutto il suo percorso da Presidente del Parlamento europeo, eletto quasi a sorpresa dopo le elezioni del maggio 2019.

«L’Unione Europea non è un incidente della storia – disse ancora in quel discorso di insediamento – Io sono figlio di un uomo che a 20 anni ha combattuto contro altri europei, e di una mamma che, ventenne, ha lasciato la propria casa e ha trovato rifugio presso altre famiglie. Io so che questa è la storia anche di tante vostre famiglie e so anche che se mettessimo in comune le nostre storie e ce le raccontassimo davanti ad un bicchiere di birra, non diremmo mai che siamo figli o nipoti di un incidente della Storia. Ma diremmo che la nostra storia è scritta sul dolore, … sul desiderio di fraternità che ritroviamo ogni qual volta la coscienza morale impone di non rinunciare alla propria umanità e l’obbedienza non può considerarsi virtù… Ripetiamolo perché sia chiaro a tutti, che in Europa nessun governo può uccidere, che il valore della persona e la sua dignità sono il nostro modo per misurare le nostre politiche… Signore e Signori, questo è il nostro biglietto da visita per un mondo che per trovare regole ha bisogno anche di noi».

La capacità di tessere la tela dell’accordo in un Parlamento molto più differenziato di quelli precedenti, arrivando a garantire alla Presidente designata von der Leyen una maggioranza più ampia dei suoi predecessori, su un programma politico improntato alle transizioni necessarie verso l’Europa sostenibile, innovativa, radicata nei valori e nei diritti, sociale e strategicamente autonoma. La capacità di essere punto di riferimento forte e di unità, nella adozione di tutte le misure necessarie per far fronte all’emergenza della pandemia, garantendo la più ampia partecipazione democratica alla presa delle tante decisioni urgenti, che hanno cambiato il volto dell’Europa, per sempre.

Convinto che il virus non può vincere contro la democrazia, dopo poche settimane di lockdown, con ferma determinazione cambiò il regolamento parlamentare, per consentire lo svolgimento dei lavori e del voto a distanza, che ha permesso al Parlamento di svolgere il suo ruolo legislativo fondamentale, senza il quale nessuna misura avrebbe potuto essere adottata, superando con coraggio regole e vincoli di ieri e giungendo così a scelte politiche senza precedenti. Sul suo esempio, riuscimmo a farlo anche al Cese.

Fino alla spinta decisiva, che ha reso possibile trasformare le proposte di Macron/Merkel e della Commissione europea nel più grande Piano di ripresa e resilienza – il Next Generation EU – che la storia europea ricordi, basato su solidarietà e riforme trasformative, finanziate dal debito comune, che ha raddoppiato il bilancio europeo. Senza quella presenza vitale e di sprone del Parlamento europeo, gli strumenti inediti che noi oggi abbiamo a disposizione semplicemente non ci sarebbero o sarebbero stati molto più parziali e meno ambiziosi. Invece sono state scelte rivoluzionarie e percepite come vicine alle persone, ai lavoratori, alle imprese, ai territori, con successo incomparabile rispetto alla risposta alla crisi del 2008 e con la prospettiva che ciò che è stato fatto possa diventare l’impalcatura della nuova politica economica europea.

È stato un uomo, un giornalista e un politico perbene e gentile. Con il senso della misura delle cose e anche di sé stesso. Uno dei pochi cui né il video né gli alti incarichi hanno dato il (falso) senso di onnipotenza. David Sassoli ha fatto di tre sue doti innate – la coerenza, la lealtà e la grazia gentile – le tre armi più potenti della sua vita e della sua azione politica. Avendo spesso avuto a che fare con lui direttamente, non posso non ricordare che il suo sorriso e il suo sguardo, che cercava sempre una relazione personale, con ogni interlocutore, erano davvero lo stile del suo agire e del suo successo.

Come ebbe a dire in un altro suo magistrale discorso, al Meeting di Rimini dell’agosto 2021: «Essere nella storia con l’animo dei costruttori… per riconnettere la politica con le persone… del resto lo sappiamo che è il dono che costruisce la comunità».

Un esempio per tutti noi, saper essere dono e sorriso per ciascuno e da questa intelligente mitezza trarne l’energia per l’azione comune, per servire. Era la sua radice di cattolico democratico, con una spiritualità viva e profonda, ancorata alle figure di David Maria Turoldo, di cui portava il nome, di Giuseppe Dossetti e di Giorgio La Pira, di cui, da giornalista, rese popolare l’eredità.

Dal suo ultimo messaggio, per gli auguri natalizi, registrato pochi giorni prima della sua ultima tappa terrena, traggo le seguenti parole: «La speranza siamo noi, quando non chiudiamo gli occhi di fronte a chi ha bisogno, quando non alziamo muri ai nostri confini, quando combattiamo contro tutte le ingiustizie, auguri a noi e alla nostra speranza». Splendida sua figlia Livia, ai funerali di Stato, a riproporci la lettura del testo integrale. Come il card. Zuppi, nella sua omelia. Perché in quel minuto e mezzo c’è il suo testamento politico, il mandato che ci affida, «il dovere delle Istituzioni europee di proteggere i più deboli».

Una vignetta semplice di Mauro Biani su «Repubblica», che vale un editoriale, ci sfida a non consegnare tutto alla retorica. Un uomo in piedi e con le mani in tasca dice solenne: «Seguiremo l’esempio di Sassoli» mentre alle sue spalle c’è il mare da cui spunta la testa di un migrante che dice: «Voltati!».

Ecco, onoriamo David Maria Sassoli e il suo lascito, voltandoci. Verso il bene comune del Paese, nella scelta del prossimo Presidente della Repubblica. Verso coloro che ancora in questi giorni muoiono di fame e di freddo alle nostre frontiere orientali, chiuse, trovando finalmente una soluzione europea alla sfida delle migrazioni.

Luca Jahier, già presidente Cese, Comitato economico e sociale europeo, 2018-2020

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