Seimila letti inutilizzati nelle strutture per anziani

Dura denuncia delle opposizione in Consiglio regionale, un posto su 4 è sprecato. La conferma dei dati Dirmei: in provincia di Torino sono inutilizzati più di 4 mila letti

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Su 30 mila letti a disposizione nelle residenze per anziani del Piemonte, «il 25 per cento dei posti è attualmente inutilizzato»: oltre 6 mila letti vuoti. È quanto denuncia la minoranza in Consiglio Regionale, capofila il Partito Democratico con la consigliera Monica Canalis, che imputa al Presidente Alberto Cirio e all’assessore alla Sanità Luigi Icardi la responsabilità di bloccare le convenzioni per l’assegnazione dei posti, pagati al 50% dalle Asl, e di essere in forte ritardo con l’erogazione dei ristori alle strutture.

A sostegno della denuncia fanno fede gli ultimi dati comunicati ufficialmente dalla Regione, che risalgono a qualche mese fa. «Poi sul tema è calato il silenzio – spiega Canalis – Non sono più arrivate risposte alle interrogazioni sul numero di inserimenti nelle Rsa Covid free». Dati analoghi a quelli denunciati dai consiglieri arrivano però dal Dirmei, il Dipartimento malattie ed emergenze infettive che monitora l’occupazione delle strutture: a fine giugno ha rilevato i posti occupati nelle strutture della provincia di Torino sono 13.500. Altri 4.500 sarebbero liberi.

Sul dato, in continuo aggiornamento, se da un lato incide la spesa della Regione per nuove convenzioni, dall’altro pesano le condizioni ancora proibitive della relazione tra pazienti ricoverati e parenti: visite una volta a settimana per poche decine di minuti, spesso dietro a protezioni di plexiglass, senza contatto, impossibilità di accedere ai luoghi di cura dei malati, difficoltà ad avere relazioni con i medici e gli infermieri curanti… Salvo i casi disperati, la prospettiva del ricovero in queste condizioni è certamente scoraggiante.

Bisogno di cura. I dati del capoluogo indicano che il bisogno di cura per i malati non autosufficienti è dilagante. Dal 1° gennaio l’Unità di valutazione geriatrica dell’Asl Città di Torino ha ricevuto quasi 2.200 domande complessive per un ricovero residenziale o prestazioni a domicilio di lunga durata. Per 989 casi l’esito previsto dall’Asl (ma senza l’attivazione dello stesso) è stato il ricovero in struttura. Sono casi che si aggiungono agli oltre 10 mila che in Regione Piemonte, pur avendo pieno diritto al ricovero, non si vedono corrispondere dall’Asl la quota sanitaria, corrispondente alla metà della retta di degenza. Nello stesso periodo l’Asl di Torino, pescando dalle lunghe liste di attesa, ha attivato 730 convenzioni.

Una giungla di sigle. Non è facile orientarsi nella selva di strutture residenziali «per anziani», definizione quanto mai generica, che tiene insieme i malati cronici non autosufficienti e gli utenti autosufficienti delle storiche Case di riposo. A febbraio 2020, prima della pandemia, nemmeno gli uffici regionali avevano chiaro il quadro d’insieme delle strutture sul territorio; la ricognizione è stata necessaria per avere contezza dei focolai di Covid 19 e poi per seguire la campagna vaccinale.

Ecco il quadro complessivo: sulla piattaforma regionale caricano i dati di presenze, ricoveri, tamponi eseguiti ed eventuali contagiati 785 strutture autorizzate per un totale di quasi 47 mila posti letto. Da distinguere però in vari tipi. Le Rsa accreditate (cioè «a disposizione» delle Asl per il ricovero di propri pazienti) sommano 29.800 posti letto. Le Asl dovrebbero pagare per tutti i posti la quota sanitaria, riconoscendo così le necessità sanitarie elevatissime dei degenti, spesso colpiti da più patologie gravi e in gran parte malati di demenza o decadimento cognitivo. In realtà le Asl coprono le rette per la metà dei pazienti: 15 mila malati. Gli altri sono costretti a pagare di tasca propria 3.000-3.500 euro al mese per la degenza.

Le Rsa sono finite nell’occhio del ciclone della pandemia per l’elevata mortalità registrata durante le successive ondate di Covid. Ma la loro debolezza strutturale è denunciata dalle organizzazioni di difesa dei diritti dei degenti da anni. Nelle strutture non è prevista la presenza sulle 24 ore di un medico e quella di infermieri e operatori sanitari è molto bassa, se confrontata con il fabbisogno. Basti pensare che per i casi più gravi l’attività di Oss e infermieri copre due-tre ore al giorno, ma i degenti hanno spesso necessità di prestazioni per mote più ore, e anche la notte. Michele Assandri, presidente regionale dell’Anaste (Associazione nazionale strutture territoriali), spiega così la situazione: «In Rsa sono oggi ricoverati i pazienti che quindici anni fa erano nei reparti di medicina degli ospedali, nei nosocomi periferici che via via hanno chiuso o nelle Case di cura. I degenti sono diventati sempre più gravi, ma la Regione non ha adeguato gli standard, il personale e le tariffe». Insieme alle altre sigle di rappresentanza dei gestori Uneba (che ha sede al Cottolengo di Torino), Agidae e Aria, Assandri chiede da tempo una revisione delle delibere «firmate dall’allora assessore Monferino, in situazione di piano di rientro, che contestammo da subito per la bassissima copertura sanitaria degli interventi».

L’altro gruppo importante di strutture – 12 mila posti letto complessivi – è quello delle Residenze «assistenziali», «alberghiere», «di base» che sono sì autorizzate al funzionamento ma non accreditate con il Servizio Sanitario e di conseguenza senza posti in convenzione con le Asl. Sono queste le strutture che – impropriamente, ma con riferimento alla tradizione e ai vecchi nomi degli istituti – vengono chiamate «case di riposo». Anche loro hanno patito lo «scivolamento» verso strutture meno attrezzate dei pazienti gravi, tanto che molte, che storicamente ricoveravano anziani autosufficienti, ospitano oggi malati che hanno perso la loro autonomia, senza però poter fornire loro le prestazioni sanitarie di cui avrebbero bisogno.

Ristori e quote sanitarie. Per le «case di riposo» un’importante tranche di finanziamenti e ristori del valore di circa 6 milioni di euro è stata sbloccata dall’Assessorato alle Politiche sociali la scorsa settimana (vedi altro servizio in queste pagine). Gli aiuti per le Rsa, invece, sono stati definiti con la legge 3, approvata a febbraio, ma contestata dai rappresentanti degli utenti, perché finanziata con le risorse destinate dallo Stato alle quote sanitarie dei pazienti. «Circa 30 milioni di euro sono stati dirottati dalla Regione sui rimborsi a pioggia alle strutture; provengono dai fondi che devono essere spesi per il pagamento della metà della retta dei pazienti» spiega Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, che ha presentato un articolato esposto alla Corte dei Conti sulle erogazioni.

Visite e personale. Fondamentale per il ritorno alla normalità – almeno delle relazioni – è il nodo delle visite parenti. Secondo il monitoraggio della rete Orsan (Open Rsa Now) a fine giugno su 1000 Rsa italiane (un centinaio quelle piemontesi inserite nel report) il 76% delle residenze non permette uscite esterne dei degenti, il 98% garantisce al massimo una visita settimanale (ma c’è anche chi lo permette solo ogni due, o una volta al mese), a fronte di una platea di degenti e lavoratori che spesso supera il 95% dei vaccinati contro il Sars-Cov2.

È vero che molte strutture lamentano cali di personale, ma gli osservatori del settore invitano a prestare attenzione al fatto che la riduzione di Oss e infermieri ha avuto l’effetto diretto immediato di diminuire i costi per i gestori. Il business delle Residenze sanitarie assistenziali è tutt’altro che in crisi, complice lo scarsissimo controllo delle istituzioni sulla qualità e il rispetto degli standard di molti gestori. E sono affari di dimensione internazionale. L’ultima grande acquisizione è avvenuta proprio in Piemonte: a inizio luglio le Rsa che fanno capo alla società «Santa Croce» della famiglia Vietti di Lanzo sono state acquisite dal gruppo francese «Korian», 70 mila posti letto in Europa e un fatturato annuale di 368 milioni di euro.

 

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